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Quel Simpatico Autobus per Hoi An

Ero di ritorno da due giorni a Halong Bay, uno dei Patrimoni dell’Umanità UNESCO nel nord-est del Vietnam, e avevo insistito per farmi portare direttamente alla stazione centrale, la sera stessa, per prendere un autobus per la prossima tappa, Hoi An, di modo da evitare un’altra notte ad Hanoi, e risparmiare qualcosa passando la notte in viaggio. «Compralo in agenzia il biglietto» mi consigliavano i miei compagni di tour «che in stazione vai a sapere dove ti mandano.. ». Pfff, turisti.

Dico la mia destinazione alla ragazza alla biglietteria, lei mi scrive il prezzo su un pezzo di carta, e mi indica un grosso autobus bianco, dicendo nel suo inglese stentato «5 minutes!». Corro quindi verso l’autista, ripongo il mio zaino, e prendo posto su quel che sarebbe dovuto essere il mio seggiolino per le successive 13 ore, o almeno così credevo. Appena seduto, mi guardo intorno, notando di essere l’unico non-vietnamita, per poi abbassare lo sguardo verso il mio biglietto, giusto un paio di secondi sufficienti a farmi andare nel panico. La destinazione stampata non era quella che avevo chiesto. Guardo la cartina, e non riesco a trovare Hoi An, la mia meta, apparentemente inesistente. Dove stavo andando? Dove ero capitato? Cerco spiegazioni gesticolando agli altri passeggeri, soltanto uno, coraggioso, mi risponde: «Taxi!». Taxi? Taxi cosa? Devo prendere un taxi per 13 ore? O sei un tassista e mi ci vuoi portare?

Avrei dovuto prendere un taxi dalla stazione di arrivo alla mia città, o almeno così avevo interpretato la sua breve informazione. Si fa buio, e dopo un paio d’ore l’autobus si ferma, di fronte a un ristorante nel bel mezzo del nulla. Tutti scendono, e io indeciso sul da farsi rimango su a leggere il mio libro. Dopo un minuto l’autista sale e mi fa segno di mangiare. Vabbè. Non riuscivo a capire, se era obbligatorio mangiare al ristorante, quanto mi sarebbe costato, o cosa avrei mangiato, scendo comunque per vedere cosa sarebbe successo. È al primo passo all’interno della sala  che mi rendo conto del mio abbigliamento, che sarebbe stato imbarazzante dappertutto, ma mai quanto in quella situazione. Il 15 d’Agosto alla fermata di Rimini, forse, sarebbe stato appropriato arrivare scalzi, con un costume a fiori, cappello di paglia e maglietta “Harry Porno”, ma non qui. I miei quaranta compagni di viaggio, pausano la loro cena per voltarsi tutti in contemporanea al mio ingresso, mi squadrano, per poi rimettersi a mangiare non troppo convinti della mia presenza aliena. Non ci penso, prendo posto in un angolo della lunga tavolata.

Il pullman intero, seduto intorno a me, continuava a studiarmi in silenzio, non so se per vedere la mia abilità, pessima, nel mangiare con le bacchette, o se soltanto perché Ronald McDonald seduto all’ultima cena con Gesù e fedeli si sarebbe sentito più a proprio agio. Inizio a mangiare, riconosco solo riso, spinaci e tofu dei circa sette piatti che occupavano il tavolo, ma non faccio domande, principalmente perché non avrei ricevuto risposta. Scopro con piacere che i pasti erano inclusi nel biglietto, circa 15 euro, così risalgo contento sull’autobus e mi addormento guardando un classico film asiatico alla tv.

Mi sveglio verso le 6, 13 ore erano passate, ma a quanto pare la strada era ancora lunga. Mi trovo ancora una volta fermo davanti a un ristorante, per la colazione, e questa volta salto giù senza farmi chiamare. La colazione era il piatto tipico vietnamita, il phó, una zuppa di noodles con carne di maiale e verdure. Piccante. Molto piccante. Ottimo da mangiarsi all’alba per iniziare una nuova giornata. Vado alla ricerca di un bagno subito dopo aver finito. Ancora una volta mi ritrovo in mezzo ai miei quaranta vietnamiti intenti a lavarsi i denti (qualcuno i piedi, non so bene il perché), tutti insieme, allegramente. Mi unisco a loro, con un sorriso questa volta, e vengo accolto in questo festa dell’igene a braccia  aperte. Faccio amicizia con l’unico che sapeva mettere insieme dieci parole in inglese, un professore di chimica dell’università di Saigon, che mi aiuta a capire quando sarei arrivato, e dove sarei dovuto andare. Lui stava tornando al lavoro, il suo tanto sudato lavoro da professore, che gli fa portare a casa ogni mese circa 100 dollari, 70 euro.

Risalgo sull’autobus, proseguiamo per qualche ora per poi fermarsi ancora a pranzo, ormai come una simpatica combriccola di amiconi. Dopo pranzo, quasi addormentato, vengo svegliato dagli altri passeggeri che mi fanno capire che siamo arrivati alla mia fermata. Finalmente. Aspetto che il pullman si fermi, ma tutti mi fanno segno di andare davanti, accanto all’autista. Così faccio, vado avanti, e l’autista mi guarda e sorride, dicendo poi il nome impronunciabile della città in cui ci trovavamo. Io rispondo «Ok, ok, station!», lui sorridente fa segno di si con la testa. Dopo un secondo si ferma e apre la porta, continuando a guardarmi con quel sorriso smagliante. Un po’ dubbioso scendo, prendo i miei bagagli, e mi guardo attorno. L’autobus riparte, ed io rimango li, realizzando che non so dove sono, che le 13 ore erano in verità 20, e che la mia fermata era lì, in mezzo alla strada, senza alcuna stazione o tantomeno un marciapiede.

5 Comments

  1. Julie Kohler ha detto:

    sono molto contenta di aver scoperto questo blog… ho fatto un'esperienza da backpacker nel sud est asiatico per alcuni mesi, circa 6 anni fa, e i tuoi racconti mi ricordano uno dei periodi più belli della mia vita! 🙂

    • angelozinna ha detto:

      grande!!dove sei stata..?io purtroppo sono arrivato a fine delle mie 5 settimane in Asia, domani torno in Australia a lavorare!Devo dire che italiane donne backpacker se ne vedono poche purtroppo, non so perche`, il resto del mondo non sembra farsi tanti problemi!do un'occhiata al tuo blog, ciao e grazie!

  2. Julie Kohler ha detto:

    avevo fatto un bel giro… Tailandia, Birmania, Malesia, Indonesia, Cambogia, Laos, Vietnam.

    ne ho scritto superficialmente e sommariamente qua http://thebrideworeblack.wordpress.com/2010/06/25

    sì ammetto che di donne italiane backpacker neppure io ne ho incontrate… uomini italiani qualcuno, ma perlopiù scandinavi/e.

    comunque sia, spero di riuscire a tornarci un giorno… 🙂

    • angelozinna ha detto:

      Bello!io purtroppo nel poco tempo che avevo ho fatto solo Thailandia, Vietnam e Cambogia..spero di andare in India e Nepal il prossimo anno a gennaio, soldi permettendo..comunque se vuoi tornare riparti e basta, non farti bloccare dall'abitudine!

  3. Claudia ha detto:

    gesu', che bei momenti! ma voglio sapere come e' finita, l'hai pubblicato il proseguimento?

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