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Travel Talks #1: “Viaggiare lavorando on-line” con Giulia Raciti

È passato quasi un anno da quando io e Giulia ci siamo incontrati, qui, a Wellington. Lei era a metà strada nel suo giro del mondo, e io ero fermo qui a lavorare. Grazie ad internet ci siamo conosciuti, più tardi le nostre strade si sono incrociate anche nella vita reale. Di fronte a diverse birre, in quel pub in Courtney Place, è avvenuta la prima Travel Talk, la prima, lunga, chiaccherata, in cui abbiamo avuto modo di scambiarci idee, suggerimenti e racconti su come, seppur in modo diverso, la nostra vita é diventata nomade. Oggi ho reintervistato Giulia, abbiamo parlato del suo lavoro, del poter vivere per strada lavorando grazie ad internet, di libertà e di tecnologia.

Giulia lavora come SEO Freelance e da ormai due anni gira il mondo senza sosta. Scrive sul suo blog, Viaggiare Low Cost, e ci aggiorna qutidianamente sulle sue avventure sulla sua pagina Facebook.

Questo è il primo episodio di Travel Talks, una serie di interviste a persone che hanno fatto del viaggio la propria vita. Enjoy.

A: Ciao Giulia, come stai? Dall’ultima volte in cui ci siamo incontrati in Nuova Zelanda sono passati quasi sei mesi, e ancora non ti sei fermata, e non mi sembri intenzionata a farlo. Hai per caso trovato l’ufficio perfetto in Sud America?

G: Ciao Angelo, sempre bello risentirti! Sono in Sud America ormai da fine aprile e ci rimarrò sino al prossimo aprile. Per quando questo continente mi affascini non credo di avere trovato ancora il posto ideale. Considerando che sono arrivata ad inizio inverno per 4 mesi ho avuto freddo, tutt’ora la sera indosso un maglione di lana, e a me il freddo non piace. Di fatto mi sono fermata per 2 mesi in Ecuador e non riesco ad andare via…I motivi? Li trovi qui!

A: Nell’ultimo anno grazie al tuo blog, alle interviste che hai rilasciato a diversi siti e giornali, e in parte anche al supporto di Nomadi Digitali, sempre più persone si sono interessate a te per il tuo stile di vita, il location independent, ancora nuovo in Italia. In molti ti invidiano, sognano di trovare un modo per fare quello che fai tu, e passare la vita in quella che appare a loro come una vacanza perenne. Non trovi mai frustrante che ciò che appare è soltanto l’idea del computer sulla spiaggia, e tutto l’impegno, il lavoro e l’esperienza di anni che ci sta dietro spesso venga ignorata?

G: In realtà si, o meglio piuttosto che dire che la mia attività venga ignorata sembra che tutto venga semplificato di molto, come se si possa imparare a svolgere una professione in qualche settimana. Capisco benissimo che a tutti possa affascinare uno stile di vita del genere ma non smetterò di ripetere che per arrivare a questo punto ci ho messo anni di lavoro in diversi uffici, proprio come fa la maggior parte delle persone che mi scrive. A tutti dico che lavorare in rete è possibile e non ci sono limiti di età nè di conoscenza ma serve lavoro e pratica. Tutto è possibile a tutti ma non ci si può improvvisare in nessuna professione. Quando lavoravo come cameriera a Londra ho cominciato come runner, ovvero portavo i piatti ai tavoli e non avevo praticamente alcun contatto con il cliente, ed era un lavoro in un ristorante. Sono stata “promossa” a cameriera dopo circa un mese e mezzo di lavoro. Lo stesso vale per tutte le professioni, incluse quelle sul web, anzi a maggior ragione dove non essendoci un contatto fisico è ancora più difficile farsi scegliere per prendere un lavoro.

A: Sapersi ridisegnare una vita nuova sicuramente non è cosa da tutti i giorni. Ci vuole creatività e spirito d’iniziativa per poter bilanciare lavoro e libertà di viaggiare, ma anche il carattere che porta a scegliere di abbandonare una posizione sicura, molti beni materiali e magari anche uno stipendio più grande, per vivere con poco, e trovare la ricchezza nei luoghi visitati. Oggi sei una persona soddisfatta, ma la transizione dalla stabilità al nomadismo com’è stata?

G: Sono felice perchè sto vivendo questo momento per quello che è: temporaneo. Non ho intenzione di vivere così per tutta la vita ma ho voglia di fermarmi in un posto che mi piace e se dovrò tornare a lavorare in un ufficio lo farò, senza rimpianti e rimorsi. La transizione è stata graduale, volevo lasciare Londra per trasferirmi a Berlino e avevo considerate 6 mesi di viaggio (avevo un budget che mi avrebbe potuto permettere circa 6 o 7 mesi in viaggio). Poi è arrivato un lavoro per pura casualità e quindi quando ancora in Messico a poche settimane dal ritorno in Europa ho deciso di continuare visto che ne avevo le possibilità. Niente di tutto questo era preventivato, tutto è stato frutto di felici casualità ed incontri.

A: All’estero le persone che lavorano grazie ad internet sono sempre di più. Non ci vuole molto a trovare blogger, grafici o merketers che si sono creati un business di successo in rete. In Italia invece questa figura non è presa molto sul serio, e gli sbocchi professionali per freelance e creativi sono veramente pochi. Come mai, secondo te, siamo rimasti indietro? E il fatto che ancora siamo agli inizi può essere in qualche modo un’opportunità da sfruttare?

G: Credo che sia più che altro legato alla nostra cultura per cui “se non ti vedo non ti credo”. Il lavoro su internet e le risorse freelance sono ampiamente utilizzate all’estero per una serie di motivi, uno tra tutti i tagli di costi: assunzione e costi fissi, che saresti tu se lavori in un ufficio. Pagando un freelance quando ne hai bisogno abbatte molti costi e soprattutto non lega contrattualmente un’azienda con un dipendente per sempre. Se lavori bene ti si chiama altre volte se non si è felici allora ci si appoggia a qualcun altro. Questo porta quindi te come lavotore a dare il massimo e l’azienda dall’altro lato è felice. C’è anche da dire che il mercato italiano è inferiore rispetto quello che parla inglese. Se quindi mi parli di bloggers che riescono a sosternersi credo che sia possibile proprio perchè parlano in una lingua ormai universale. Di fatto io ritengo che guadagnare con un blog sia possibile e ci sono diversi metodi validi anche per chi scrive solo in italiano.

A: Lo stesso vale per i viaggi. In tanti penseranno che hai trovato la miniera d’oro facendo la SEO, ma la realtà è che dormi dove costa poco, mangi per strada e viaggi su autobus scassati. Abbiamo già parlato in passato del fatto che di italiani in giro se ne vedono pochi. Eppure eravamo un popolo di emigranti, quando abbiamo perso l’intraprendenza? Come mai, nei paesi nord europei, ad esempio, l’anno sabbatico è cosa regolare, mentre per noi un week end a londra da soli è un’impresa?

G: Perchè è nella loro cultura e non nella nostra, perchè I nostri genitori non ci lascerebbero andare via a 18 anni per un anno allo sbaraglio mentre le famiglie tedesche o quelle israeliane pagano purchè i propri figli possano fare questa esperienza. Per loro è normale come per noi è normale ricevere per i 18 la macchina in regalo. Oltre a questo devo ammettere che loro sanno vivere in maniera più spartana di quanto non lo sappiamo fare noi. L’italiano in viaggio spesso e volentieri è quello del resort, delle cene al ristorante dove mangerebbe la stessa cosa della strada ma che è terrorizzato dal rischio diarrea. L’italiano medio che ho incontrato è quello che più che viaggiare pensa alla vacanza in cui, giustamente, non vuole farsi mancare nulla e che si stupisce quando dico che sono in viaggio da quasi due anni e vivo in ostelli condividendo la mia camera con 4 sino a 10 persone. Ok, questa non è la norma e non si incontrano molte persone in viaggio per così tanto tempo ma è la norma per molti backpackers viaggiare per almeno 6 mesi. Purtroppo come dici tu un weekend a Londra da soli sembra essere un’impresa titanica, ci preoccupiamo della marca di scarpe di cui abbiamo bisogno per fare 2 giorni di trekking e ci creiamo problemi che poi, e tu che hai viaggiato sai bene a cosa mi riferisco, non esistono. Purtroppo questi problemi immaginari a volte diventano le scuse per non partire.

A: La tecnologia ti serve per lavorare, ma in altri momenti della tua giornata quanto tempo passi connessa, o allacciata a dispositivi elettronici? Te lo chiedo perché penso spesso al rapporto tra tecnologia e viaggio, e più mi rendo conto delle potenzialità di questi strumenti, più sento che gli stessi mi stanno distraendo dall’esperienza stessa. Per te qual è l’equilibrio giusto?

G: Onestamente io sono online spesso e volentieri ma le volte che sono stata senza alcuna connessione sono stati dei giorni fantastici. La necessità di essere online praticamente tutti i giorni ovviamente a volte lo sento come un
limite, spesse volte ho pensato che vorrei non dover lavorare e che sarei più
contenta senza computer. Di fatto non posso e quando c’è una connessione è sempre un pensiero fisso controllare le email.

A: Per scelta, la maggior parte dei tuoi guadagni e risparmi viene spesa per viaggiare. Viaggiare leggeri (sia con la mente che con lo zaino), e vivere giorno per giorno è la filosofia di molti backpacker, ma dato il bagaglio di esperienze che ti porterai a casa dopo oltre due anni per strada, consideri questo un investimento che ti servirà anche in futuro? Arriverà il giorno in cui potrai scrivere “viaggiatrice” sul curriculum? E se sì, dove credi che potrai utilizzare queste conoscenze?

G: Non so se posso scrivere viaggiatrice sul curriculum ma sicuramente questa esperienza rientrerà tra le sue righe. Ho imparato nuove lingue per esempio. Ma non solo. Un’esperienza del genere è evidenza della mia capacità di adattamento e comunicazione con persone letteralmente di tutto il mondo. Non so bene come, visto che non ci sto ancora pensando, ma sono certa che un’esperienza del genere mi possa fare passare come candidata privilegiata per eventuali professioni nel mondo del turismo o dei viaggi. Se non in Italia, all’estero dove esperienze del genere vengono valutate positivamente e non sono invece considerate perdite di tempo.

A: In Nuova Zelanda mi dicevi che non vorresti viverci mai. Hai trovato altri posti dove “non vivere”? E Berlino è ancora la tua meta finale?

G: Al momento si, è ancora Berlino. Ho trovato posti dove mi piacerebbe vivere per qualche mese, Bali per esempio 6 mesi l’anno non sarebbe una cattiva idea, ma se dovessi pensarmi sul lungo termine posso solo ed esclusivamente immaginarmi in Europa.

A: Realisticamente, prima o poi arriverà il giorno in cui ti fermerai da qualche parte, anche solo temporaneamente. Quendo penso io al giorno in cui mi fermerò, ho paura. Viaggiando per così tanto tempo si entra in una condizione particolare, dove si continua ad andare avanti, a voler vedere di più, senza capire bene quando è il momento di dire basta. Paradossalmente sono partito per scappare dalle abitudini, solo per finire in un altro tipo di routine, il viaggio, dal quale è difficile uscire. Ci pensi mai a come sarà quando ti fermerai?

G: Io sto iniziando a pensarci ora e mancano sei mesi per il mio ritorno. Io voglio fermarmi, ho viaggiato per quasi due anni ininterrottamente e inizio ad accusare la stanchezza oltre che volere la mia routine indietro. Una cosa è certa. Ho conosciuto talmente tante persone che non smetterò di viaggiare anche quando mi fermerò ma i prossimi viaggi saranno dedicati a visitare tutte le splendide persone che hanno costellato il mio cammino in questi anni di viaggio. Apprezzo il viaggio per l’esperienza umana e di vita che è stata, ho smesso di camminare per le città con una guida in mano tempo fa, io vado alla scoperta di quello che il mio istinto mi porta a scoprire e non voglio dare lezioni a nessuno, lascio questo compito a qualcun altro. Io sto godendo al massimo della mia vita adesso, ne faro tesoro e se un giorno avrò dei figli li spingerò a seguire i loro sogni come ho fatto io. Il mio sogno è fermarmi un giorno, avere delle regole e degli orari nella piena consapevolezza che tutto mi è possibile. Se quella vita non dovesse essere l’ideale allora rifarò le valigie e andrò via di nuovo….ma con me è difficile dire al momento cosa succederà domani!

Potete seguire le avventure di Giulia su www.viaggiare-low-cost.it. Alla prossima Travel Talk.

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