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On The Road – Un Film Che (forse) Non Avrebbe Dovuto Esistere

Non avevo aspettative, lo devo ammettere. Non sono andato al cinema per uscire e dire “si, ma il libro è più bello del film”. Ci sono andato per curiosità, per vedere come Walter Salles fosse riuscito nella difficile impresa di trasformare una delle opere più interessanti della letteratura di viaggio moderna in immagini. Per chi non lo conoscesse ancora On The Road è l’opera che narra le vicende del giovane scrittore Sal Paradise e dell’amico, ribelle, Dean Moriarty, in lungo e in largo per gli Stati Uniti, durante una serie di viaggi da est a ovest e viceversa, tra jazz, droghe, e personaggi curiosi. La storia, ispirata ai viaggi compiuti realmente dall’autore, Jack Kerouack, alla fine degli anni ’40, è divenuta negli anni simbolo di quel periodo e manifesto della Beat Generation, quel gruppo di ragazzi che scelsero di non farsi risucchiare nel boom economico del secondo dopoguerra, per ricercare altrove (per strada, nella musica, nel buddismo, nella droga e nel sesso), un significato più profondo della vita.

Un messaggio pesante, verrebbe da dirsi, per un gruppo di fattoni che passa le proprie giornate a trombare come conigli e fumare qualsiasi cosa gli passi sotto il naso. E, questa, ad essere sincero, è proprio l’impressione che avrei avuto del film, se non fossi stato a conoscenza della sua provenienza. Il lungometraggio segue fedelmente la trama del romanzo, partendo dalla morte del padre di Sal che spinge questo a partire in autostop per raggiungere l’amico, alle storie d’amore tra Dean e Marilou, e poi Dean e Camile, e poi Dean e Marilou di nuovo, per poi arrivare al viaggio in Messico, pasando dai concerti jazz, dalla visita ad Old Bull Lee, e così via. Il film è così fedele al libro, che la voce narrante di Sal recita frasi più importanti del libro durante le scene più introspettive. Il film è così fedele al libro, che diventa troppo fedele al libro, dimenticandosi che la storia in sé ha poco valore se non raccontata all’interno di un contesto più ampio, dimenticandosi che le azioni dei personaggi sono in realtà sempre le stesse in luoghi differenti e possono diventare noiose se non supportate da un messaggio di fondo.

Non che ci si potesse aspettare un’interpretazione, intendiamoci. Il regista è andato sul sicuro e il minimo dettaglio raccontato in modo differente avrebbe scatenato l’ira dei fan di Keoruac di tutto il mondo, anche se forse qualche leggera alterazione, come è successo nella versione cinematografica de I Diari del Rum di Hunter S. Thompson, lo avrebbe reso più scorrevole. Il lavoro che ne è venuto fuori comunque non è per niente male, gli attori principali, tutti giovani, sono bravi (sì, anche quella di twilight), i dettagli sono curati, e le fumose scene di fronte alla macchina da scrivere (ma non solo quelle), hanno la sua poesia. È una ben girata finestra sugli anni quaranta. Il problema è che non è quello che dovrebbe essere. Un manifesto, un cult.

Come avrebbero dovuto farlo allora? Ecco, questo è il punto, questo film, per me, non avrebbe dovuto esistere. Guardandolo mi sono reso conto che On The Road non si può raccontare, perché On The Road non è una storia. La verità è che la prima volta che lo lessi non arrivai neanche a metà. Sal e Dean non sono eroi, non fanno niente di così particolare da dover essere raccontato, e stufano quando ci si accorge che la trama non si evolve, non cambia mai. On The Road non ha una trama, perché è un pensiero, è un’idea, è ispirazione, è la libertà, i fatti non contano. È Kerouack che si chiude in una stanza e lo scrive su un rotolo di carta senza neanche rileggere, è “Dig it”, è Dean che non dorme mai.

On The Road non è Into The Wild insomma, non è un film che, per quanto ben fatto, riesce a stare in piedi da solo. Entrambi raccontano la storia di viaggiatori, di idealisti, di persone alla ricerca di qualcosa che è più grande di loro stessi, ma mentre Christopher McCandless ha trasmesso il suo pensiero in modo molto chiaro tramite una scelta estrema, diventare un eremita, abbandonare la tecnologia e la ricchezza materiale, ed è quindi ben rappresentabile nello schermo, la forza di Kerouac sta nel riuscire a rendere romantico un luogo sporco come le nostre città, riuscendo a creare un movimento parlando dell’asfalto, ma questo, allo stesso tempo, ha bisogno di un’interpetazione che è possibile solamente tramite una fotografia più grande di quella proposta nel film.

3 Comments

  1. Luca Girardi ha detto:

    Sono d'accordissimo con te. Infatti non andrò sicuramente a vederlo, non per snobbismo, ma perchè ho paura che rovini l'idea che mi sono fatto del libro, così importante per i miei 20 anni che furono, che mi rovini il "film" che ognuno di noi si crea nell'immaginazione mentre legge. Tutti i libri di Kerouac sono spaccati di vita, quasi privi di intreccio, complicatissimo quindi farci film decenti.

  2. Claudia ha detto:

    Se lo trovi prova a vedere Howl (http://www.imdb.com/title/tt1049402/ ), non parla solo di viaggi, ma come spaccato sulla Beat Generation, e su Allen Ginsberg in particolare, rende davvero bene.

    Ps: On the road anch'io, come Luca, ho preferito non vederlo.

  3. Isabella ha detto:

    Io ho visto il film e devo dire che effettivamente, come dice l'articolo, sicuramente un'impressione è quella che "trombano come conigli, tirano su tutto quello che gli passa sotto il naso". A questi momenti di "viva la vita da sballati tipica dei film americani" si alternavano però delle frasi che, wow, erano bellissime! Alla fine, partendo da un film visto quasi per caso, non sapendo proprio niente di Kerouac più di quanto non avessi visto in quelle due orette di film, ho deciso di incuriosirmi ancora di più, di cercare quelle bellissime parole che, seppure piazzate tra sesso, droga "quasi per caso, così perchè ci va", mi avevano realmente colpito. Così tac, vado in libreria, compro il libro e..Beh, ho riempito un intero quaderno delle "pazze" frasi, ho ridotto il libro in uno stato ehm "arruffato" perchè l'ho letto e riletto, portandolo dietro con me ovunque andassi per ben due annetti, sottolinenando quelle frasi con una matita, lasciando strisciate gialle, verdi, righe fatte in penna..Insomma, mi ha completamente rapito, è diventata una passione, ho riletto quelle frasi unite insieme quasi per una strana e fortunata magia tamente tante volte che ormai se apro il libro a caso leggendo una parola so indicare dove si trova Sal, con chi è, se con Terry o in Messico con Dean. Ok non voglio fare un poema, in tutto questo dico solo che se non avessi visto il film molto probabilmente non avrei mai scoperto questo grandissimo autore, questa grande persona (Sal Paradise del film e del libro corrisponde a Kerouac). Film che fa emergere delle frasi stupende, che ha scelto anche bene gli attori, adatti e simili amche fisicamente a Paradise e Moriarty, film che segue, come detto anche sopra, a puntino la trama del libro, peccato che si perda TROPPO nella droga e nel sesso. Per carità, ci sono anche nel libro ovvio, però in quelle pagine sono lette in quella black box, in quella mente che lentamente Sal vuole, anzi no, prova, a svelare, prima di tutti a sè stesso. Quindi da 1 a 10 al film darei 5, del resto non era facile ricreare una storia disarticolata, pazza come questa! Ultima cosa, dopo aver letto il libro mi ero quasi scordata il film! L'ultima scena in cui Sal è sul molo e pensa a Dean Moriarty nella mia mente è ben nitida, e ha preso forma grazie alle parole del libro; le desrizioni dei paesaggi, eccole qui, i campi vioeltti, i tramonti rossi come i misteri di Spagna, e si sono create grazie alle parole di Kerouac. Le descrizioni degli ambienti fatte da Kerouac sono fantastiche, sublimi è la parola giusta, e nel film come riprodurle? Qualche secondo di scena su un carro che corre verso Denver ma poi? Beh ecco, in sintesi: grazie al film che mi ha permesso d conoscere Kerouac( ho 18 anni e non sapevo chi fosse), però si concentra troppo su sesso, droga e sballo, non sapendoli collocare in quella disperata, delirante, speranzosa, buffa, pazza ricerca di se stessi che avviene nella mente di Sal ( o Jack), che cerca di collegare tutto, la sua esistenza e la macroesistenza dello sterminato mondo che lo circonda, vivendo all'improvviso, nel libro.

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