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Dispacci dalla Strada #4: Lawoleba

Ho passato il confine, qualche giorno fa. Non è stato semplice come previsto. A Dili un giorno di pioggia torrenziale ha allagato le già malmesse strade, il traffico è stato bloccato per la notte, l’acqua corrente non arriva. Alle sette di mattina mi bussano alla porta, si parte, il minibus che ogni giorno tragitta dal Timor Est a Kupang ha deciso di partire nonostante tutto. Ventuno dollari, qui, non si buttano via, neanche quando c’è il rischio valanghe. Arrivare al confine significa rimbalzare sul seggiolino per quasi quattro ore, non c’è chilometro che non abbia almeno un paio di buche profonde, alle quali l’autista passa sopra come fossero coperte da una lastra di vetro. Ma non lo sono. In Indonesia migliora tutto, tranne la gente. Le linee che dividono le corsie sono ora dipinte sulle strade, un piccolo segno di organizzazione fino ad adesso inesistente.

Qui i turisti li conoscono bene, anche se intorno a me non ne vedo. C’è chi vuole un dollaro per trasportarmi lo zaino da una parte all’altra del confine, chi ne vuole un altro per compilarmi i moduli di immigrazione, chi chiede cinquanta centesimi per prestarmi una penna, e chi vuole cambiare moneta per una commissione da rapina. Qui lo sanno come funziona, purtroppo, il rispetto non esiste, io sono solo un portafogli con le gambe, da spennare il più presto possibile. E ancora da Bali sono lontano.

Kupang è una città anonima, dove chi passa, chi è costretto a passare, non si ferma a lungo. Giusto il tempo di prendere la nave, chi per Flores, chi per Java, chi per qualunque altra delle 17.500 isole che compongono questo Paese, un territorio molto più grande di quanto ci si possa immaginare. Io mi fermo un paio di giorni, due giorni al Lavalon Bed and Breakfast, in una camera così calda che quasi consideravo l’umidità come mia coinquilina. Curiosità: il piatto locale è la carne di cane. La lascio a loro per questa volta. Angelo è un settantenne, mio omonimo, venuto da Maiorca, che ha attraversato tutta l’Indonesia negli ultimi due mesi e oggi è arrivato alla sua ultima tappa, Kupang appunto. Non mi regala molto entusiasmo – “Ho girato tutto il sud-est asiatico negli ultimi trent’anni, è la mia parte del mondo preferita. Oggi sono diabetico e ho perso un rene, questo è il mio ultimo viaggio, non posso continuare. Sono venuto in Indonesia perché era l’unico paese che mi mancava, ma me ne pento, è il peggiore tra tutti i luoghi che ho visitato. Sono stanco di essere fregato, di discutere ogni giorno, di essere trattato come l’ultimo arrivato, quando viaggio per migliaia di chilometri con un genuino interesse nella loro cultura, nella loro terra. E tutto quello che conta sono i soldi.”.

Non mi butto giù, ma capisco da dove viene. Per crearmi un’immagine migliore di questa Indonesia in cui ho appena messo piede devo viaggiare per altri tre giorni, quasi senza sosta, per arrivare al piccolo villaggio di Lamalera. Da Kupang a Larantuka, poi, con un altro traghetto, a Lawoleba, e poi, in una camionetta, fino al piccolo villaggio di pescatori di balene, un luogo strano, isolato, lontano, ma dove la gente saluta ancora. Mi ricredo a Lamalera, e da qui riparto sollevato, curioso.

Quella di Angelo è la storia di molti altri viaggiatori, e spero non diventi anche la mia, ma si capisce la frustrazione di chi è alla ricerca di qualcosa di più che un soggiorno sulla spiaggia, e trova difficoltà a creare un contatto perché è quasi certo che verrà chiesto qualcosa in cambio. Quant’è lo stipendio medio in Indonesia? Pochissimo, lo so, e probabilmente proverei anch’io a vendermi qualcosa in quella posizione. Probabilmente proverei a chiedere il triplo, il quadruplo, il quintuplo o più, per una corsa in taxi o simili. Probabilmente anch’io, ogni volta che un turista mi chiede “How much?” (perché va sempre chiesto in anticipo qui), mi soffermerei un minuto a pensare quanto fregarlo. Probabilmente prenderei una mazzetta per rinnovare un passaporto, farei sparire qualche banconota al momento del cambio, mi sveglierei la mattina con l’unico obiettivo di cercare un altro pollo. Il problema è che quando chi viaggia se ne accorge, non torna. E poi rimangono davvero solo quelli di Bali, quelli che a farsi fregare ci vengono apposta. Ma forse agli indonesiani va bene così.

Voglio addormentarmi, e ripartire domani con occhi nuovi. Non è così che si comincia un viaggio.

3 Comments

  1. lauretta ha detto:

    ti sto seguendo nel tuo viaggio da un monitor di pc in un anonimo ufficio di un' altrettanto anonima città del mondo. viaggio con la fantasia io. e per ora mi accontento di quella.

    attendo aggiornamenti novello tiziano.

    have a good trip

    L.

  2. Claudia ha detto:

    Io ed il mio compagno abbiamo concluso due anni di viaggio proprio in Indonesia, per una serie di motivi per lo piu' personali eravamo stanchi morti di stare in giro, ma ancora non potevamo tornare in Italia, e l'abbiamo patita tanto l'Indonesia, abbiamo patito tutti i problemi di cui parla Angelo il settantenne. Ma sono tutt'ora convinta che e' stato perche' non eravamo piu' in grado noi di capire ed accettare la realta' che avevamo intorno, di accettare che gli atteggiamenti verso lo straniero, che ci piacciano o meno, e per quanto irrispettosi ci sembrino, fanno parte anch'essi della cultura di un popolo. Capisco l'amarezza di Angelo, ma credo che "il genuino interesse nella loro cultura" non sia cosi genuino se include solo gli aspetti che ci fanno piacere.

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