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Dispacci dalla Strada #9: Sukai

Per arrivare in Borneo ho finalmente preso il primo volo del mio viaggio senza volare. È una deviazione, mi sono detto, non cambia il pecorso. Parto da Kuala Lumpur e torno a Kuala Lumpur, l’itinerario di questa transasiatica non si spezza in alcun modo. E poi non c’è altro modo di arrivarci, sarei andato in nave, ma le navi non esistono. Scuse. Frustate sulla schiena, ecco cosa mi merito. Ho peccato. Ho preso il mezzo del demonio e avevo promesso di non farlo. Sarò punito dal dio dei viaggiatori terreni ed è giusto che così sia.

Arrivo a Kuching conscio della mia scelta, e spero di poter rimediare esplorando questo territorio leggendario, cercando di incrociare qualcuno dei suoi animali più rari. Poco dopo l’atterraggio, trovo, nell’ordine: un’ostello supermoderno gestito da proprietaria svedese, un centro commerciale scintillante con tanto di negozi Fila, Sony, Casio e altre marche che non posso permettermi e una sfilata di moda di donne vestite da albero con in dotazione conduttore un po’ ghei dal prorompente accento britannico. Ma dove sono finito? Dove sono i pirati della Malesia? Dov’è Sandokan?

Nella perplessità di un luogo tanto moderno quanto impersonale mi chiedo se sia davvero arrivato ai luoghi di cui Salgari mi ha tanto raccontato, e un po’ deluso da un primo impatto cerco immediatamente di rimediare iniziando a studiare un percorso per uscire dalla città. Mi rendo conto che i cacciatori di teste oggi avranno trovato dei piccoli problemi legali per poter continuare a svolgere la loro tradizionale professione, ma non mi aspettavo che fossero finiti a fare frappuccini da Starbucks. Guardando le mappe della regione scopro che in realtà sarebbe esistito il modo di entrare e uscire dal Borneo senza volare proseguendo il mio percorso, ma ormai è troppo tardi per tornare indietro. L’opzione nota sarebbe stata entrare ed uscire dall’Indonesia prendendo una nave per e dal il Kalimantan, ma dati i tempi del visto questo mi era impossibile. La nuova soluzione invece avrebbe riguardato sì l’ingresso dall’Indonesia, ma poi l’uscita dalla citta di Sandakan con una nave per le Filippine. Sarebbe stato un bel viaggio, ma sarà per la prossima volta.

Andando verso oriente lungo l’unica strada che segue la costa di questo Borneo malese la prima tappa è Sibu, dalla quale risaliamo il fiume Batang Rajang fino a Kapit, sperando di entrare più a fondo nell’entroterra alla ricerca di qualcosa di più autentico di un mercato del pesce. A Kapit è pieno di cinesi. Una cosa che mi sono sempre chiesto è perché i cinesi vadano ad aprire attività ovunque, anche dove non ci sono, apparentemente, affari da fare. In Timor Est c’era un negozio di vasi. In Timor Est non hanno le strade e te vai a aprire un negozio di vasi? Se sei cinese sì. E qui è uguale. Gli hotel sono cinesi, i ristoranti sono cinesi, i negozi sono cinesi. E anche i clienti sono cinesi. Che può avere un senso, se non fosse che questo è un posto di merda e allora che ci venite a fare tutti qui, potevate stare in Cina a fare affari e evitate di spostare tutto a Kapit. Ma vabbè, fate che vi pare.

Tiriamo praticamente dritto fino a Sabah con una breve sosta in Brunei. Il Brunei è poco più di uno sputo sulla mappa, ma raccoglie una varietà di personaggi se non altro interessanti. “Quando sono arrivato dall’Africa” ci racconta il ragazzo sudafricano in ostello “volevo fare il prete. Ero venuto fino a Kuching per studiare e diventare un servo di Dio. Sono in Borneo da ormai cinque anni”, “e ci sei riuscito?” gli chiedo, “No, ho cominciato a bere e sono diventato dj, sai com’è..”. In verità no, non so come sia sognare di diventare un prete e finire per diventare un dj, ma l’amico mi invita a tornare a Kuching perpartecipare ad una delle sue serate. Lo svizzero con cui condividiamo la camera invece ha una missione differente. “Sono in Brunei solo per la notte, domani mattina torno in Malesia, da dove sono venuto”, “e che ci sei venuto a fare?”, “per lo stampo sul passaporto, questo è il mio sessantaduesimo paese!”.

L’isola di Labuan è la nostra via d’uscita da questo covo di psicopatici, ma basta sbarcare dal traghetto per scoprire che siamo sulla magica landa del Duty Free, dove qualsiasi regolamento islamico di tassazione sulle bevande alcoliche va a farsi friggere. Come un miraggio, da frigo con vetri appannati vediamo della birra che possiamo di nuovo permetterci. L’isola di Labuan è un luogo felice.

Sono i National Park di Sabah a valere l’intero viaggio in Borneo e decidiamo di concludere con ciò che viene definita una crociera sul fiume Kinabatangan nella speranza di sfruttare questo ultimo pezzo di foresta per vedere da vicino le famose bestie del Borneo. Una piccola barca a motore ci porta lungo un fiume fangoso all’interno della foresta dai quali alberi serpenti, kingfisher, orang utan, e hornbill ci osservano curiosi tanto quanto noi osserviamo loro. Ma è dei coccodrilli che siamo in cerca, così ci spinagiamo più avanti nel buoi della notte, illuminati solo da un faro tenuto in mano dalla guida. Sentiamo una botta. È lui. O forse no. O forse si. È buio, che ne so. Tra gli schizzi d’acqua un pitone reticolato sbuca sulla riva del fiume. Lo abbiamo investito ed è scappato. Esce la testa, poi il corpo. Poi altro corpo. E poi ancora corpo. Un altro po’ di corpo. E dopo un ultimo pezzo di corpo, ecco la coda. Non è un coccodrillo, ma va bene anche così.

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