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Mollo Tutto e Parto. Ma Dove Vai?

Perché viaggiamo? Quale motivo spinge a caricarsi uno zaino sulle spalle e lasciarsi dietro tutto il conosciuto? Tante volte me lo sono chiesto e altrettante ne ho parlato, cercando magari di ispirare altri a fare una scelta che senza dubbio permette di mettersi a confronto con situazioni e ambienti a noi estranei e quindi imparare a guardare ciò che ci circonda da un’angolazione nuova. Ma da cosa scaturisce la decisione iniziale, come si arriva a prendere la decisione di muovere i primi passi verso una destinazione non sempre definita, per una durata di tempo non sempre chiara?

Seppur tutt’oggi continui a domandarmi se dove sono, ciò che faccio e dove scelgo di andare sia giustificabile, se l’azione in sé dell’essere nomade, o quasi, abbia un valore più grande delle altre possibili, non mi aspetto che la risposta definitiva alla domanda “Sto facendo la cosa giusta?” arrivi prima del concludersi dell’esperienza stessa. Ma se la spinta non è il fine, imprevedibile, allora qual è? È semplice, ma per capirlo, forse, è necessario prima chiarire cosa questa non dovrebbe essere.

Mollare tutto e partire è un modo di dire tanto potente quanto inflazionato. L’ho usato, qui, tante volte e credo veramente che un salto nel buio possa essere significativo nella vita di chiunque, ma non sapere dove si andrà non significa non aspirare ad una destinazione, anche se questa non necessariamente deve essere un luogo fisico. Il concetto di lasciarsi alle spalle i problemi e prendere il primo volo per l’altro capo del mondo non sembra aver mai abbandonato la mentalità dell’italiano. Salire su una nave per mesi senza guardarsi indietro era una realtà anni fa tanto quanto lo è oggi lamentarsi e… fare niente. Non sono critico dicendo questo. Il numero di messaggi, commenti o e-mail che ricevo di persone che nell’ordine “In Italia non ce la faccio più”, “Me ne voglio andare da qui”, “Anch’io voglio partire, ma…”, stanno diventanto difficilmente gestibili, e al contempo mi trovo a notare che mentre alcune di queste persone alla fine ci provano veramente, la maggior parte rimane dov’è, non si sposta. Ognuno ha situazioni differenti e non sono certo io a dover dire come è giusto muoversi, ma questo comportamento dimostra che al contrario del passato, oggi vivere in un ambiente problematico (a livello macro, non micro) non è una giustificazione abbastanza grande per muovere le chiappe e andare dove, magari, si sta meglio (a meno che questo non sia già accertato in anticipo, eliminando ogni rischio). Le opzioni quindi sono due: o ciò che va male non va realmente così male ma criticare è più facile che cambiare le cose, oppure siamo diventati così abituati a piangerci addosso che lamentarsi è più un passatempo che una ricerca della soluzione.

Ecco, io a chi, nei suoi vent’anni, mi scrive che non riesce ad andare avanti così e vuole partire, non gli credo più. A vent’anni non si può fuggire da qualcosa, ma solo fuggire per qualcosa. Il viaggio deve e può essere soltanto una ricerca, si parte per curiosità, per aprire gli occhi e non chiuderli di fronte a qualcosa di storto. Partire con uno spirtio positivo è l’unica via per il successo (che brutta parola), per trovare nell’esperienza dell’altrove un valore tangibile ma non misurabile. Se qualcosa non va continuerà a non andare finché non facciamo qualcosa per cambiarla e se non si trova a vent’anni stimolo nello scontro, nelle idee, nella ricerca di una soluzione, allora quando?

Non partite. Non partite perché l’Italia non funziona, perché fare il lavapiatti in Australia non vi farà sentire più liberi o più appagati, ma vi terrà solamente impegnati mentre le cose continuano a non andare come non andavano prima. Andate a fare il lavapiatti in Australia solo se quello che sognate è l’Australia, se sporcarvi le mani è parte del gioco. Perche questo è il bello, aver voglia di esplorare a qualunque costo, senza sapere quanto in alto è possibile puntare. Quando si utilizza il viaggio come alternativa ai problemi, non si sta andando da nessuna parte. È solo una distrazione.

3 Comments

  1. Vanni ha detto:

    Andare in Australia a fare il lavapiatti e trovarsi nella stessa identica condizione italiana può essere un tutt'uno.

    Non partite se non avete le idee chiare su quello che siete, e che volete scoprire di voi.

  2. Silvia ha detto:

    Gran bel post, quando Ti leggo è come se leggessi i miei pensieri, anche quelli che a volte faccio ma non voglio ammettere.

    ; )

  3. Claudia ha detto:

    Verissimo, l'ho capito la prima volta quando ho visto una coppia di ventenni emiliani arrivare in Australia, cercare lavoro per una settimana a Melbourne, farsi insultare nei campi per una settimana a Bundaberg (QLD) e…ritornare in Italia! Giuro. 15 giorni netti downunder e non so quanti soldi spesi, solo per tornare alla casella di partenza. Ero basita.

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