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Salvando il Mondo con il Caffè: Intervista ai Ragazzi della Jhai Coffee House

La prima volta che ho sentito parlare della Jhai Coffee House è stata durante le ricerche per il mio recente viaggio in Laos. Stavo cercando mete interessanti, magari fuori dalle rotte comuni, da poter raggiungere e poi conoscere durante le due settimane a disposizione. Non ne ho trovate. Non che non ce ne siano, intendiamoci, è solo che prima di completare questa ricerca mi sono trovato di fronte ad un progetto che mi ha affascinato talmente tanto da lasciare tutto il resto in secondo piano. Sì, perché mentre io ero lì che speravo di rendere la mia vacanza un po’ più avventurosa, magari prendendo un autobus nella direzione opposta a tutti gli altri, ho trovato due ragazzi che non solo quell’autobus hanno deciso di prenderlo, ma hanno deciso anche di non tornare indietro. Tyson e Janelle hanno una missione: salvare il Laos. Come? Con il caffè. Mi sono sentito molto piccolo.

Ho lasciato quindi i miei piani di viaggio al caso, è ho pensato che invece di continuare leggere pagine di Wikitravel valeva la pena ascoltare cosa questi ragazzi stanno costruendo e cosa è esattamente la Jhai Coffee House, la prima torrefazione filantropica al mondo. Li ho contattati e ci ho scambiato due chiacchiere.

“Stiamo per imbarcarci in un viaggio nello sconosciuto, abbandonando la nostra confortevole Seattle per andare a vivere nel piccolo villaggio di Paksong, nella Bolaven Plateau, in Laos, per costruire la Jhai Coffee House, un vero e proprio business sociale” mi racconta Janelle “tutti i profitti di questo progetto saranno reindirizzati nella comunità, verso la sanità e l’acqua pulita. Il nostro obiettivo è di permettere alle famiglie di questa regione di sostenersi con le proprie gambe, e certamente questo sarà un processo in cui cresceremo molto anche noi.”

Janelle è una biologa ed esploratrice, mentre Tyson, che già in passato ha lavorato nel sociale proprio in Laos, è un filantropo e imprenditore, o philantropreneur, come preferisce chiamarsi. La storia di questa coppia sembra quella di un film. Conosciutisi su una spiaggia in Thailandia durante un viaggio zaino in spalla, Janelle decide di seguire Tyson in Laos. Una sera dopo una cena in riva al Mekong, a Luang Prabang, Tyson si addormenta, svegliandosi poche ore dopo e cominciando a scrivere note confuse su un pezzo di carta. Il sogno appena concluso lo aveva visto importare buste di caffè a Seattle, utilizzando i profitti per aiutare i bambini di un villaggio laotiano tra le colline. Il passo seguente è l’acquisto di una moto, per partire alla ricerca di questo luogo visto in modo così vivido in sogno, che si è poi rivelato essere la Bolaven Plateau, nella parte bassa del Laos. Quattro anni fa, Tyson e Janelle cominciano a distribuire libri scolastici per ogni busta di caffè venduta. Questo metodo però non è la soluzione. In un paese dove la prima causa di morte tra i bambini è ancora l’acqua non potabile e dove la sanità è un’illusione vi sono altre priorità da considerare.

Oggi l’idea è cambiata, e anche il sistema per aiutare la comunità: creare un ristorante ed una torrefazione dove produrre, vendere ed esportare caffè coltivato localmente, ed utilizzare i profitti per  portare acqua pulita ed educazione sanitaria nelle case di 1400 famiglie in 58 villaggi entro la fine del 2014.

Ma perché proprio il caffè? Come può una tazzina di questo liquido scuro portare ad un’idea così completa e giusta? “Amiamo il caffè. Amiamo svegliarci con il caffè, lavorare con il caffè, preparare il caffè. Qui a Seattle è nella nostra cultura, è per noi un arte. Amiamo anche aiutare il prossimo, ed è una coincidenza che la nostra passione per il caffè sia così grande da portarci fino in Laos per un progetto umanitario.”

“La Bolaven Plateau è casa di oltre 65.000 persone, buona parte di esse sono coltivatrici di caffè. In quest’area viene prodotta quasi la totalità del caffè laotiano, ma questi produttori non hanno mai assaggiato il loro prodotto, non avendo l’attrezzatura per lavorarlo, e non riescono quindi a migliorarlo o renderlo competitivo. Per questo ci siamo uniti nei mesi passati a Paul Katzeff, un’icona nella produzione di caffè artigianale, e sotto la sua direzione abbiamo imparato tutti i segreti del mestiere.”

La prima torrefazione filantropica non è un termine studiato per suonare meglio. Non è marketing, e non è neanche un primato semplice da ottenere. “È vero che esistono altre torrefazioni e caffetterie che fanno del bene, non neghiamo certo questo. Ma noi saremo i primi ad essere basati proprio alla fonte, dove il caffè è coltivato. Tutto il processo dal campo fino alla tazzina avverrà nello stesso posto, ci occuperemo della raccolta dei chicchi, pagando i raccoglitori il 25% in più del salario stabilito dalla Fair Trade, ci occuperemo della raffinazione in loco e dedicheremo parte della torrefazione ad un’area ristorante dove il caffè sarà finalmente estratto e venduto sia ai locali che alle centinaia di turisti che vengono ad esplorare questa zona. Tutti i profitti saranno reinvestiti per far arrivare acqua pulita alle famiglie della regione, e seguiremo i principi del libro “Building Social Business” di Muhammad Yunus per gestire l’attività, secondo il quale nessuno di noi riceverà un salario superiore a quanto necessario per vivere in Laos.”

In un piano talmente perfetto l’unico dubbio, se proprio deve essercene uno, è la sostenibilità del prodotto una volta in occidente. Per noi, in Italia, il caffè fa parte di ogni nostra giornata, è un prodotto base come l’acqua, il pane o la pasta. Ma pochi si rendono conto di quanta strada e lavorazione questo percorra e di quante risorse si abbia bisogno per la sua produzione. Il caffè è un lusso e come tale andrebbe visto. Ho voluto chiedere a Janelle se in qualche modo non fosse controproducente, a livello ambientale, decidere di esportare parte del loro prodotto, pur sapendo che probabilmente una buona fetta degli introiti arriverà proprio dalla vendita all’estero diventando così un’attività necessaria. “Per far diventare il caffè sostenibile a casa propria, bisogna essere coscienti della sua provenienza. In pochi conoscono i dettagli dell’essere un coltivatore. Dopo che il seme è piantato ci vogliono almeno quattro anni perché la pianta produca chicchi utilizzabili. Da questo punto possono occorrere ancora diversi anni perché la qualità raggiunga gli standard occidentali. Quello che i consumatori devono capire è che il caffè non è soltanto l’estrazione. C’è la coltura, il lavaggio, le infrastrutture, il laboratorio, e la ricerca dei piccoli produttori.”

“Se la vostra caffetteria non sa da dove arriva il caffè che serve, allora non può essere sostenibile. È necessario cercare produttori che lavorano bene, in assenza di corruzione, ed è necessario supportarli, non soltanto cercare la qualità migliore al minor prezzo” Anche se sappiamo che la qualità conta, e senza di essa vendere è impossibile. Può il caffè del Laos competere con i chicchi del Timor, dell’Etiopia oppure di Sumatra? Ancora no, ma c’è certo spazio per migliorare. Su una scala da 1 a 100, il caffè della Jhai è risultato a 85.5, e questa è solo la prima stagione.

La vendita in loco e l’esportazione non sono però le uniche fonti di reddito di questa attività, ma ci sarà anche il turismo a giocare un ruolo importante. Essendo il Laos sempre più spesso incluso negli itinerari del Sud Est Asiatico di migliaia di backpackers, alla Jhai Coffee House hanno deciso di creare tour per far conoscere l’area ed educare sul processo riguardante la loro produzione. A sua volta i turisti avranno modo di capire in modo diretto come i soldi dove i soldi che stanno spendendo sono diretti e potranno conoscere dal vivo le famiglie che stanno aiutando con il loro contributo.

Qualcuno avrà notato che qui non si parla di beneficenza. La Jhai Coffee House è un business, un’attività vera e propria. Le opinioni di Tyson e Janelle sull’argomento sono chiare: il sistema della carità è fallito. Permettere anche a chi fa del bene di essere un’attività a scopo di lucro è fondamentale perché non si crei una dipendenza da parte di chi viene aiutato. Il 15% dell’attività infatti verrà acquistato dalla comunità locale, che dovrà impegnarsi ed imparare per crescere e poi, in futuro riuscire a pedalare da sola. Non esisteranno donazioni, ma solo l’impegno di tutti per aiutare sé stessi. Janelle mi consiglia un video, una di quelle TED Talks sempre così ricche, di Eric Stowe, che spiega bene questa nuova visione della beneficenza. E poi me ne passa un’altro, di Dan Palotta, anch’esso sulla morte della carità.

Ma il bello deve arrivare. Perché non appena pensiamo che per quanto bella sia questa iniziativa ci sarà pure qualcuno che la finanzia, ci sarà un supporto esterno che la renderebbe altrimenti impossibile, ci troviamo di fronte alla realtà che il capitale iniziale arriva dalla gente comune, dal crowdfounding. Non solo Tyson e Janelle non avevano mai prodotto caffè, non solo non conoscono la lingua del paese in cui andranno a vivere, e non solo rinunciano a qualsiasi tipo di guadagno monetario, ma non avevano neanche i soldi per cominciare tutto questo, e sono riusciti comunque a finanziare il progetto, o quasi, tramite Indiegogo, il sito che permette agli utenti del web di contribuire ad una giusta causa. Il primo traguardo di 10.000 $ è stato raggiunto in poche settimane, ma per lo scalino successivo, 15.000 $, rimangono solo pochi giorni a disposizione. Con questi soldi saranno acquistati i macchinari per la torrefazione, e la Jhai Coffee House avrà modo di partire.

“Durante la guerra in Vietnam, gli Stati Uniti hanno scaricato sul Laos una bomba ogni 8 minuti, 24 ore al giorno, per 9 anni consecutivi. È il paese più bombardato del mondo, e molti di questi ordigni rimangono inesplosi, diventando un pericolo soprattutto per i bambini. Gli ultimi 40 anni sono stati spesi nella ricostruzione, a discapito di educazione e sanità.” mi spiega Janelle “Se avessimo 100.000 $ a disposizione compreremmo un terreno e costruiremmo la Coffee House da zero, ma questo non sarà possibile. Con il contributo di tutti però riusciremo a trovare un locale adatto alla produzione e al ristorante e questo sarà il nostro punto di partenza per rendere il Laos, e poi il resto del mondo, un posto migliore.”

La Jhai Coffee House dovrebbe aprire le porte ai visitatori da Dicembre/Gennaio. Se passate dalle parti di Paksong andate a visitare questi ragazzi, a cui certamente farà piacere scambiare due parole in inglese essendo gli unici stranieri nel villaggio. Tyson e Janelle sono diretti in Laos il mese prossimo. Hanno deciso di dedicare questa parte della loro vita alla gente del Laos. Ma non possono farlo da soli. Con il supporto di tutti questo progetto diventerà realtà.

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