Working Holiday: Australia o Nuova Zelanda?
Working Holiday: Australia o Nuova Zelanda?
21 ottobre 2013
Dispacci dalla Strada #11: Yangon
29 ottobre 2013
Show all

Scrivere di Viaggi: Quanto Vale un Articolo?

Scrivere di Viaggi: Quanto Vale un Articolo?

Ero lì, come capita spesso, intento a selezionare dal lungo elenco di e-mail ricevute nei passati giorni di disconnessione quali messaggi destinare a quale cartella. Abbondanti erano, come al solito, quelli che non avevano nel loro futuro prossimo altra alternativa che marcire inletti nel cestino, mentre a pochissima distanza seguivano i mai assenti testi riguardanti le imperdibili offerte e promozioni che probabilmente perderò. C’erano poi gli aggiornamenti dai numerosi siti che ogni volta mi spingono a chiedermi come abbia fatto ad iscrivermi e accettare di ricevere quella merda in dosi settimanali e infine, un po’ a sorpresa, un po’ mimetizzati nel resto nella spazzatura, c’erano anche dei messaggi veri, di persone vere, che cercavano un contatto.

Erano due i messaggi, per la precisione, e nessuno dei due aveva inizialmente catturato la mia attenzione. Avevano lo stesso oggetto: “proposta di collaborazione editoriale”. Chi ha un sito o un blog di viaggi sa bene cosa contengono nella maggior parte dei casi questo tipo di mail. Si tratta solitamente di proposte di scambio di link da parte di persone che si occupano di marketing, SEO o pubblicità per conto di un’azienda. È gente che cerca pubblicità gratuita insomma, spesso senza neanche sapere di cosa il tuo sito si occupa e che, nel 90% dei casi, non merita neanche una risposta.

Questa volta però era differente. Le mail contenevano curriculum. La prima era una ragazza che semplicemente chiedeva informazioni sulla possibilità di entrare a far parte della redazione, mentre il secondo era un ragazzo della mia età aspirante scrittore di viaggi freelance che cercava di sapere come pubblicare i propri articoli su Exploremore. Ho avuto bisogno di un po’ di tempo per pensare cosa rispondere. “Gli dico che questo non è un giornale, ma un blog curato da una persona soltanto? Gli spiego che questo non è un prodotto editoriale ma soltanto un progetto personale? Oppure gli dico la verità, cioè di lasciar perdere perché nessuno in Italia pagherà per un articolo di viaggi?”. È passato qualche mese da questo episodio e da allora ne ho ricevuti circa una decina, di curriculum.

Sognare di svolgere la professione di scrittore di viaggi freelance è certo un’idea romantica, il poter vivere esperienze nuove ogni giorno ed essere pagati per farlo, il poter unire due passioni e magari stimolare altre persone a partire e più in generale il fare del mondo la propria casa, sono tutti elementi che fanno parte di come si immagina un lavoro del genere. E quindi ci si prova, ci si mette in contatto con chi i racconti di viaggio li pubblica, si scrive ai giornali, si propongono articoli, descrivono le proprie esperienze, inviano curriculum. Si provano tutte nonostante tutto, nonostante si sappia che il giornalismo non è più da considerarsi un lavoro, nonostante si parli sempre di creare contenuto e non di scrivere articoli, si continua sperando in un riscontro fino a quando ci si rende conto che quello che si ha da dire non vale niente.

Nella mia esperienza sono giunto presto alla conclusione che se volessi girare il mondo scrivendo in italiano, questo non sarebbe successo scrivendo per qualcun altro. Circa un’anno fa, durante la fase di organizzazione del mio viaggio in Asia, ho iniziato a raccogliere informazioni e contatti per capire se ci fosse spazio per me in questo ambiente. Esattamente come i ragazzi che mi hanno mandato il curriculum, ho proposto collaborazioni e offerto articoli completi con fotografie, video, testo e fonti allegate. Il mio vantaggio era che avrei passato un intero anno in Asia, attraversando mete poco battute e di cui poco è stato scritto, il materiale certo non sarebbe mancato e grazie a questo blog potevo dimostrare cosa avevo da offrire. Avrei potuto seguire festival, eventi, celebrazioni religiose, sviluppi politici o anche soltanto parlare delle spiagge verso cui andare in vacanza.

Capire quanto valesse un articolo di viaggio scritto da freelance è stato abbastanza semplice. Nel giro di qualche ora avevo raccolto circa 70 indirizzi e-mail di siti e pubblicazioni in inglese, che pagano poco o tanto, a seconda di molti fattori. Ci sono siti come Matador Network, che partono da 25$ ad articolo, Boots’n’All che offre 50$ e progetti indipendenti come Wild Junket che arriva ad offrire qualche centinaia di dollari per reportage completi. E questi erano solo alcuni, considerando che se con il tempo si trovano due o tre collaborazioni regolari, il gioco è quasi fatto. Scrivere in inglese però, oltre ad essere più difficile, avrebbe portato pochi frutti sul lungo termine. Sì, perché avendo passato mesi a costruire e far crescere un sito di viaggi in italiano la cosa che ha più senso è farsi conoscere in questa lingua, di modo non solo da raggiungere un nuovo gruppo di lettori, ma per far sì di dar forza al sito stesso rendendolo un punto di riferimento. L’inglese, se non per i 50 dollari occasionali, era una perdita di tempo non facendo parte di un progetto più grande. Piazzare articoli in italiano sarebbe stato più difficile inizialmente, ma avrebbe poi portato vantaggi in termini di visibilità per il sito, avrebbe costruito una rete di contatti reali, di persone che avrei potuto conoscere e con cui avrei potuto costruire progetti. E dato che tutti pagano in inglese, ci sarà pure chi paga in Italia, mi sono detto, basta sapere dove cercare.

Mi sbagliavo. Non esistono. Non c’è pubblicazione che paga chi scrive di viaggi. Smettete di cercarle, di mandare curriculum, non ci sono. Perché? Il primo motivo è perché c’è chi scrive a gratis. Si può capire chi scrive un pezzo ogni tanto e ha piacere a vederlo pubblicato dove verrà letto, ma chi vuole fare dello scrivere un lavoro dovrebbe smettere immediatamente di farsi convincere che vale la pena scrivere in cambio di visibilità. Perché questo è diventato il solo mezzo di scambio, la visibilità. Tu scrivi su un sito conosciuto e la gente poi ti conoscerà. Ma con questa visibilità poi che ci fai? Niente. Niente perché per chi pubblica stai scrivendo contenuto, non articoli. Niente perché non stai scrivendo sul blog di Rolf Potts (sul suo sito Vagablogging, gli autori collaborano regolarmente in modo gratuito in cambio di una visibilità reale), ma su un sito che è costretto a pubblicare di tutto altrimenti non può andare avanti. Niente perché non ci sono più lettori, ma solo visitatori/utenti/click. Niente, perché detto chiaro e tondo quello che hai da dire a pochi interessa.

Quanto vale quindi un articolo economicamente? Per capirlo bisogna pensare all’articolo come investimento, ossia cercare di capire quanto possa essere il ritorno sul costo del pezzo. Le pubblicazioni guadagnano prevalentemente di pubblicità, e la maggior parte della pubblicità è oggi pay per click, dove per ogni click sull’annuncio ospitato dal sito si riceve qualche centesimo. Trattandosi di cifre irrisorie è necessario un numero altissimo di visite per giustificare il lavoro che sta dietro la gestione di una pubblicazione. Da dove arrivano queste visite? Per lo più dalla spazzatura. Gatti, chiappe e calcio sono le immagini che attirano di più sui social network, e articoli ad essi relativi rimarranno sempre i più letti. Per creare articoli leggeri, superficiali e cliccabili non è necessaria una grande mente e neanche troppo tempo. Ce ne sono sempre in abbondanza ed essendo di facile produzione il loro valore è zero.

Per gli articoli di qualità il discorso cambia. Riuscire a pubblicare un testo impegnato dove questo avrà lo spazio che merita non è semplice senza contatti, ma cercando si troveranno magari pubblicazioni di dimensioni minori dove questo è accolto volentieri. Quante visite, e quindi click, e quindi soldi, porterà però questo articolo così profondo? Pochi, perché due, tre o quattromila parole riguardo un argomento di nicchia su uno schermo non sembra leggerle nessuno. Un articolo del genere può portare un discreto numero di lettori, ma mai abbastanza visite, che è una cosa molto diversa. Per questo il loro valore è zero.

Non c’è, come si è soliti fare, da dare la colpa all’Italia dove le cose non funzionano. Non c’è neanche da dare la colpa agli editori che non vogliono spendere. La colpa è soltanto dei due soggetti che effettivamente mettono le mani sulla pubblicazione: chi scrive e chi legge. Chi scrive a gratis promuove questo sistema, mentre chi legge spazzatura forma lo standard che poi chi pubblica tenderà a seguire. È lo stesso concetto della televisione, se continuano a fare i reality è perché c’è chi li guarda. In Italia si viaggia poco e per questo si legge ancora meno sull’argomento. È giusto così.

Qual è l’alternativa? Scrivere per sè stessi. Su un blog, un sito di amici o anche un pezzo di carta. Dettare i propri termini e non scendere a compromessi, trovare il proprio ritmo, cercare ispirazione in ciò che è bello ed interessante, trovare la propria nicchia, dove la propria opinione ha un valore, se non economico, almeno di interesse per chi sceglie di seguire. Ma si può vivere in questo modo? Forse no, ma con pazienza i frutti arriveranno. Se ciò che si ha da dire interessa arriverà anche qualche sponsor, se le informazioni che condividiamo sono originali e veramente utili magari qualcuno sarà anche disposto a pagare per leggerle. E infine, anche se i soldi non arriveranno mai almeno si continuerà a curare un progetto in cui si crede e non si daranno le proprie idee a chi va avanti con le parole di altri. Per me sta funzionando, ma per capire come svolgere una delle attività più soddisfacenti a cui abbia messo mano ho dovuto ripensare del tutto cosa significasse, per me, scrivere di viaggi.

8 Comments

  1. Claudia ha detto:

    Ormai lo sai gia', il mio tifo per questo tuo progetto rasenta il fanboyismo, ma non posso fare a meno di commentare anche questo articolo: c'hai due palle cosi, ragazzo! massimo rispetto!

  2. Wandering Wil ha detto:

    Considerando che sto praticamente seguendo il tuo cammino, solo qualche passo più indietro, leggere questo articolo è stato per me una bella "svegliata". Immagino di non essere mai stato illuso sull'argomento, ma sentirlo dire in questi termini è brutale. Beh, grazie! meglio dedicare le proprie energie su qualcosa che funziona

  3. Lucia ha detto:

    Leggevo l'articolo e dicevo.. "ha proprio ragione!". E' che a volte non si riesce a focalizzare la questione, per chissà quale motivo.. Anche io ti ringrazio, leggere vuol dire anche e soprattutto imparare.

  4. patrick ha detto:

    C'è solo una cosa che mi sento di aggiungere a questo panorama che tratteggi molto duramente, ma andando a segno: la platea di riferimento, i lettori potenziali sono incredibilmente più numerosi per l'inglese rispetto all'italiano. Questo significa più click, più pubblicità. Altrimenti è difficile uscirne vivi. In Italia molte esperienze editoriali sul web anche giovani e di grande successo fanno molta fatica a tirare avanti perché semplicemente non ci sono i soldi per stare in piedi semplicemente sul mercato italiano anche pagando i collaboratori molto poco o nulla.

    • Angelo Zinna ha detto:

      Verissimo, ed è anche per questo che dico che in Italia un blog sulla pubblicità non dovrebbe puntarci più di tanto, anche perché per come viene fatta significa vendersi. Per questo credo che la pubblicità date le condizioni dovrebbe essere qualcosa per arrotondare o poco più, e invece che sulla quantità dei lettori biosgnerebbe puntare sulla loro fiducia, di modo che quando si ha un progetto concreto da proporre, e magari vendere (che sia un ebook, un servizio, un evento) si venga presi sul serio e ci si trovi di fronte a persone vere con cui confrontarsi. In generale comunque credo che il succo sia proprio quello, dato che i numeri americani non possiamo averli sta tutto nell'inventarsi un modo nuovo per crescere.

  5. Sunday ha detto:

    Sono d'accordo. Il mercato italiano offre quasi sempre la dicitura "la collaborazione è da intendersi a titolo gratuito, per il momento. Ma si arricchiranno curriculum, visibilità, esperienza". Con i quali però non si mangia. Se si scrive in inglese è un altro mondo, e si può vivere di scrittura online. A chi mi chiede perchè non ci abbia ancora provato, rispondo sempre "Perchè io voglio scrivere per i lettori e gli espatriati italiani". Consapevole che difficilmente – un giorno – pagherò più della bolletta della luce col mio blog, vado avanti per la mia strada: è ciò in cui credo, e solo così riesco ad essere autentica.

  6. budgeteurotrip ha detto:

    E' la prima visita su questo blog (ci sono arrivato perchè cercavo info sul film a map for saturday…) e mi ha interessato l'argomento. Sono un backpacker, ho lasciato il lavoro e sto viaggiando in Europa (lo so, non fa molto 'cool' rispetto a chi viaggia per il mondo ma questo resta il continente più interessante di tutti, IMHO!) da circa 2 anni ed ho creato un sito a riguardo. Per arrivare al punto, l'ho fatto in inglese, perchè in italia avrebbe un pubblico ridotto a pochissime persone. Non ho mai pensato di scrivere per qualcuno, ma prendo nota dei 2-3 siti suggeriti 😉 Buon viaggio!

Rispondi