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Dispacci dalla Strada #11: Yangon

Ecco ci sono quelle cose che in viaggio semplicemente non fai. Sono quelle cose che tutti sanno che non si fanno e nessuno dice ma sì provo a farlo per una volta perché no che vuoi che succeda, perché non si fanno e basta perché se le fai qualcosa succede sempre, tipo può essere che muori non si sa, quindi non le fai e basta, per sicurezza, perché come si dice prevenire è meglio che curare in particolare se ti ammazzano che lì la cura non c’è o almeno ancora non è stata scoperta, forse in futuro, ma ancora no. Non è che sono regole scritte capiamoci, non c’è una legge che dice di non farle queste cose che tutti sappiamo non vanno fatte, lo sappiamo e basta, un po’ come quando da bambino ti dicono di non prendere caramelle dagli sconosciuti che magari è una pasticca di acido e poi vedi i mostri e ti lanci dal sesto piano perché pensi di essere un Pokemon, è una cosa che si sa che non si deve fare, in particolare se a darti la caramella è un prete o Michael Jackson. Però appunto non c’è una legge perché ci sono delle eccezioni date dal buonsenso tipo se è il padre di un tuo amico a darti una caramella la prendi, anche se diciamoci la verità lo guardi un po’ con sospetto all’inizio dopo che tutti ti hanno che queste caramelle non vanno prese in nessun caso mai e poi mai, anche se poi va tutto bene nel 99% dei casi, anche se quell’1% è sempre lì che ti guarda e la possibilità che il padre del tuo amico nel finesettimana sia un trafficante di bambini part-time, così per arrotondare a tempo perso tipo, c’è. Ma non mi fate divagare che non siamo mica bambini qui ora se ti danno una caramella la prendi perché è gratis e c’è crisi non si butta mica via nulla, era un esempio per far capire il tipo di cose che in viaggio non si fanno, anche se non ci dovrebbe essere bisogno di un esempio perché le conosciamo tutti queste cose. Ora se proprio ci fosse qualcuno che non ha mai viaggiato, ma proprio mai dico perché se anche solo avesse preso la bicicletta per andare al supermercato allora già le saprebbe queste cose e non ci sarebbe bisogno di esplicitarle, ma se uno sta leggendo e non ha proprio mai mai viaggiato in vita sua allora esplicito così che sia chiaro a tutti e non venga fuori che qualcuno si è fatto del male perché le cose che tutti sanno di non fare lui non le sapeva e l’ha fatte in ignoranza e poi è colpa mia che non l’ho messe nero su bianco quando ce n’era l’occasione. Al momento me ne viene in mente solo una di quelle cose che non si fanno in viaggio per nessuno motivo a dire la verità, ed è seguire un alcolizzato che ti invita a casa sua di notte in un paese del terzo mondo in un vicolo buio. Ah e poi c’è anche mettersi i calzini e i sandali. Contemporaneamente dico, se a Gennaio ti metti i calzini perché fa freddo e a Luglio i sandali perché fa caldo va bene.

Quella cosa dell’alcolizzato mi è venuta in mente subito principalmente perché mi è successa l’altro giorno a Yangon, in Birmania, il primo giorno che ero lì, e questa è la storia di quel giorno che avrei potuto essere rapito, rapinato e profanato solo perché volevo una storia da raccontare ma poi non è successo niente perché alla fine sono brava gente questi birmani, anche gli alcolizzati, e alla fine quello che è successo è anche abbastanza buffo se visto in prospettiva anche se lì per lì non sai mai come va a finire e non riesci proprio a goderti il momento.

Insomma ero appena arrivato a Yangon da Bangkok e non ero ben sicuro di cosa avrei trovato in questa ex-capitale di cui tanto avevo sentito parlare. In confronto alla metropoli thailandese dove avevo passato l’ultima settimana, Yangon non si presentava certo con la stessa eleganza, ma nonostante il suo abito un po’ trascurato fatto di strade rotte, fognature aperte e mercati poveri, aveva una sua personalità, che si fa scoprire non appena si raggiunge l’area che circonda la caotica diciannovesima strada. Se le strette vie di questa vecchia città coloniale offrono un paesaggio composto da veicoli rugginosi, galline che circolano libere e appartamenti cadenti, c’è un monumento in centro che rimane, sempre e comunque, intatto e brillante. È la Shwedagon Pagoda, il principale simbolo religioso di Yangon e dell’intera nazione, che vede arrivare alla base del suo picco dorato centinaia di visitatori ogni giorno.

La fine dei monsoni aveva portato un cielo pulito ma un clima ancora umido e dopo alcune ore passate ad osservare tutte le possibili rappresentazioni di Buddha a disposizione, mi ero fermato in un angolo del sito, seduto all’ombra, a fare un video del luogo. È in questo momento che vedo entrare nello schermo della macchina fotografica il volto di uomo. Ora è vero che non si dovrebbe giudicare una persona dalle apparenze, ma questo era il tipo di faccia a cui non offriresti un caffè per paura che lo voglia prendere con una siringa, cioè non dico che era una cattiva persona, ma solo che standogli vicino cinque minuti è quanto basta per farsi levare la patente per guida in stato di ebrezza. Però parlava inglese e aveva voglia di chiaccherare e alla fine di cose da raccontare sembrava averne e va bene puzzava un po’ birra alle undici di mattina ma ognuno colazione la fa un po’ come gli pare chi sono io per giudicare, quando il latte in frigo è finito è finito, un’alternativa va trovata non è che si può uscire di casa e andare in pagoda a rompere i coglioni ai turisti senza il pasto più importante della giornata.

Nye Nye, l’amico, aveva chiaramente del tempo da investire, dato che non sembrava essere pressato ad abbandonare la conversazione da alcun tipo di lavoro o impiego nel mezzo di un giorno feriale, ma il primo sospetto sulla sua integrità è cresciuto in me quando abbiamo cominciato a parlare di tatuaggi. Ecco, è utile sapere, per capire meglio la situazione, che una volta, qualche anno fa, ho creduto fosse una buona idea tatuarmi un uccello, di quelli che volano, su una gamba. Il problema non sta tanto nell’oggetto del tatuaggio, un volatile colorato di una quindicina di centimetri, ma più nel fatto che con tatuarmi intendo letteralmente tatuarmi, cioè comprare su internet una macchina per fare tatuaggi dalla Cina a due lire e credere di poter diventare un tatuatore professionista ma non trovando cavie decidere di utilizzare la propria coscia come campo di prova dimenticandomi che un ago che entra ed esce sottopelle non è poi così piacevole e trovarsi con uno scarafaggio che ha fatto un incidente con un unicorno invece del canarino previsto, che sbuca dai pantaloncini ogni volta che mi siedo. Questa storia di cui vado tanto fiero quanto quella di quella volta che mi sono vomitato addosso mentre guidavo, ha incurisito il mio nuovo amico che ha deciso così di spogliarsi quasi completamente per mostrarmi i suoi di tatuaggi.

Se la responsabilità dell’immagine sulla mia gamba poteva essere addebitata ad un bambino cieco che ha provato a disegnare con la mano sinistra, pochi erano i dubbi su chi fosse l’autore dei tatuaggi che coprivano buona parte del corpo di Nye Nye: il compagno di cella. Senza indagare oltre però, l’amico ha voluto chiarire il suo aspetto “Ho tanti tatuaggi ma non sono della mafia” mi spiegava sorridendo “mi piace l’arte, semplicemente, non sono una persona violenta..”. Ed è proprio nel momento in cui mi stavo cominciando a sentire in colpa per avuto un pregiudizio sbagliato che mi arriva all’orecchio un “..solo quando bevo, a volte, impazzisco un po’. Tipo ieri, ho rotto una bottiglia in testa ad uno”. Ora tutto torna.

Sono necessarie alcune ore perché ci si muova, e lo spostamento arriva dopo una breve conversazione con uno dei monaci del posto. Nye Nye così mi invita ad andare a visitare il monastero in cui lui ha vissuto da giovane, e io mi trovo di fronte ad un bivio: farmi portare da uno sconosciuto ubriaco in luogo sconosciuto, oppure trovare una scusa e tornare in albergo. Vado per la prima.

Il monastero è realmente un monastero, che non è altro che un complesso di edifici bassi in cui vivono diversi gruppi di monaci. Entriamo nella struttura principale e ad accoglierci c’è un bonzo grande e grosso seduto in silenzio su un trono che non emette suono alcuno, il bonzo dico non il trono, e ha come unico segno vitale gli occhi aperti. Il maestro, come viene definito, sta cercando di dimostrare di essere la quinta reincarnazione di Buddha. L’impressione che ho avuto a questo annuncio è che al momento lui sia anche l’unica persona a crederci. Mi viene chiesto di inginocchiarmi e così mi inginocchio. Poi mi viene chiesto di inchinarmi e così mi inchino. Poi di nuovo, e poi di nuovo. Tre volte. Poi mi viene chiesto quale sia la mia religione e io gli dico che non ce l’ho una religione e ci rimangono tutti un po’ male perché la risposta già pronta è che tutti gli dei sono uguali e che qualsiasi sia la mia religione non importa perché Dio è uno solo, ma il problema è che non avendolo un Dio non sa bene cosa dirmi il super monaco e già che non è che ci campi di credibilità se lo prendi così spiazzato è un casino. Ho pensato che gli avrei dovuto dire che sono pastafariano ma forse anche quello avrebbe complicato le cose.

L’incontro si fa più intenso quando mi viene chiesto di fissare il monaco negli occhi e poi chiudere i miei di occhi per imprimere un’immagine del suo volto nella mia mente, da utilizzare nel momento del bisogno. “Ogni volta che ti trovarai in un momento di difficoltà o dubbio chiudi gli occhi e pensa a me” mi dice il monaco “e troverai una via d’uscita”. Per lo stesso motivo mi viene chiesto di fotografare il sant’uomo, “Stampa questa foto e appendila su un muro in casa così potrò essere sempre con te”. Non sapendo bene come rispondere a queste manie di protagonismo faccio un cenno con la testa e mi immagino lì per un momento a casa sul divano a guardare South Park con il bonzo che mi fissa dalla parete disgustato e l’idea non mi convice proprio al massimo quindi è probabile che alla fine non la stampi la sua foto per appenderla al muro e farmi osservare mentre faccio le mie cose, anche se con questo non voglio dire che ho niente da nascondere eh non sono mica un poco di buono come Nye Nye che beve fin dal primo mattino scommetto che lui la foto del bonzo che lo guarda sempre non ce l’ha, anche se magari capiterà che la casa prende fuoco e allora avrò bisogno d’aiuto però in quel caso che fai salvi la foto protettrice o la macchina fotografica da cinquecento euro mi chiedo sapendo che in realtà una scelta l’ho già fatta e mi dispiace amico gli dico mentalmente ma mi sa che in quel caso rimani indietro.

Un po’ scosso dall’esperienza ultraterrena appena passata mi rendo conto che fuori è quasi buio e non ho idea di come tornare a casa. Uscendo dal monastero spiego a Nye Nye che è l’ora che le nostre strade si separino ma lui propone di andare a casa sua per farmi conoscere i suoi genitori. Ecco questo è il punto in cui mi sono trovato davanti ad un bivio per la seconda volta: seguire uno sconosciuto ubriaco di notte a casa sua senza avere idea di dove mi trovo e di dove sto andando, oppure trovare una scusa, salutare, cercare un taxi e tornare al sicuro. Vado per la prima.

Cominciamo a camminare per le strade di Yangon che al buio sembrano tutte uguali, parlando del più e del meno, ma soprattutto del meno, fino a quando la sete prende il sopravvento e l’amico Nye Nye sente il bisogno di fermarsi per una birra che non si sa bene come mi trovo a pagare io. All’avvicinarsi della zona in cui abita mi spiega che alla sua famiglia non piace molto il fatto che a lui piace bere invece che andare a lavorare, non con queste esatte parole ma con questo esatto senso, e la cosa non riesce a stupirmi neanche un po’ soprattutto notando che le birre che beve come se fossero acqua hanno un volume alcolico del 9%, ma faccio finta che la cosa mi dispiaccia e cambio discorso, di modo che lui smetta di pensarci e poi non debba bere per dimenticare, anche se il solo fatto che abbia cambiato discorso potrebbe bastare come scusa per celebrare al nuovo discorso con una birra. Arriviamo infine di fronte ad un lungo vicolo completamente buio. “Alla fine di questa strada c’è casa mia” mi spiega con il tono di uno di cui ci si può fidare, anche se uno di cui ci si può fidare non deve usare un tono per fartelo capire. Ecco questo è il momento in cui realmente mi trovo di fronte a un bivio per la terza ma non ultima volta: seguire un alcolizzato in un vicolo cieco o dire che si è fatto tardi, fermare un taxi e scomparire. Vado per la prima.

La famiglia di Nye Nye è certo un gruppo di persone rispettabile e non si capisce bene come abbiano prodotto un elemento del genere dato che sembrano tutti educati, simpatici, parlano inglese e mi offrono un bicchiere d’acqua senza darmi il minimo sospetto che questo contenesse veleno alcuno. L’atmosfera in questa piccola casa di mattoni è serena e tutti i membri della famiglia sono curiosi nei confronti dell’inaspettato ospite, ma è proprio in questo momento di confusione tra le decine di domande e risposte che Nye Nye si avvicina e di sorpresa mi chiede tre dollari così di punto in bianco. Mi da una spiegazione ma lì per lì non capisco ma glieli do comunque volentieri perché non penso che uno passa sei ore filate con te per tre dollari quando avrebbe potuto tagliarmi a fette e lasciarmi in un cassonetto in ogni momento della giornata così penso che magari gli servono davvero a qualcosa ma poi passano semplicemente dalla mia tasca alla sua tasca e quindi non so la cosa mi mette un po’ in confusione come se non ci fosse già abbastanza confusione nella situazione stessa ma vabbè sono tre dollari uno dice ma vuoi un po’ sapere dove vanno a finire no dato che comunque qui ci mangi tre volte almeno.

Salutiamo la famiglia ringraziando per l’ospitalità e a questo punto è veramente giunto il momento di concludere i giochi e tornare alla base se non fosse che Nye Nye mi vuole far conoscere alcuni suoi amici e portarmi al bar. Ora se c’è un momento in tutta la giornata in cui ho avuto la certezza che sarebbe successo qualcosa è questo, e quindi la mossa giusta sarebbe stata dire è tardi domani mi devo svegliare presto o una cosa così e abbandonare l’amico, ma rimaneva qualcosa che mi diceva di rimanere, volevo in fondo vedere cosa altro sarebbe successo e se dopo aver incrociato così tanti personaggi curiosi fosse possibile che le cose diventassero ancora più confuse. Volevo una storia.

La prima sosta è dal parrucchiere. Sì dal parrucchiere che suona strano anche a me però è proprio lì che mi ha portato a conoscere i suoi amici Nye Nye che non volevano tagliarmi i capelli ma solo capire come una persona bianca fosse finita in questo angolo della città e io ci ho provato a spiegarglielo ma la realtà è che non lo sapevo esattamente neanch’io e mi ci hanno fatto pensare per un momento se avessi mai immaginato quattro anni fa partendo da casa che sarei finito nella bottega di un parrucchiere aperto di notte in Birmania con un alcolista tatuato e di dubbie intenzioni senza avere idea di come tornare a casa, e no non l’avrei mai immaginato ho pensato, neanche sforzandomi, ma probabimente se l’avessi immaginato l’avrei evitato perché come ho detto prima questa è una di quelle cose che non si fanno e se sai già che ci stai già entrando e continui allora sei proprio un idiota e fanno bene a derubarti anche se mi sono reso conto che in tasca mi erano rimasti solo due dollari che non sarebbero bastati neanche per un taxi e quindi un po’ nella merda anche se non mi derubano ci sono finito lo stesso perché non so come tornare a casa, e con casa intendo in hotel.

Però non mi derubano ma non finisce neanche qui perché Nye Nye decide che è l’ora del pub e qui è dove credo tutti i punti si uniscano e la mia conclusione anche se non certa è che alla fine Nye Nye sia una persona di buon cuore che mi ha portato in giro per tutta la città per otto ore di fila solo per poi poter finire al pub e farsi offrire tre o quattro birre che ci può anche stare ho pensato, se le è guadagnate quasi, se non fosse che come ho detto mi erano rimasti solo due dollari in tasca e quindi non posso pagargli neanche da bere ma lui ordina quattro birre al volo e io faccio finta di niente perchè non è che avevamo stabilito che avrei pagato io quindi lasciamo correre e poi vediamo che succede. Succede che le quattro birre diventano otto e poi dodici e io inizio a sentire il bisogno di mettere in chiaro la situazione, ma prima di poterlo fare vengo interrotto da una persona dal tavolo accanto che mi sussurra “Chiamami, ho dei segreti da raccontare” passandomi un biglietto da visita con stampato il logo del Partito degli Ex Prigionieri Politici Birmani perché, già, siamo in Birmania quasi me ne ero dimenticato. E in tutto questo casino tra birre che arrivano sul tavolo non si sa bene da dove e non si sa bene per chi, persone che mi vogliono parlare perché credono che sia un giornalista, Nye Nye che è ormai discute con sé stesso e passanti che dalla strada si fermano incuriositi, arriva anche il conto.

In tutto il casino del pub, tiro fuori i miei duemila kyat stropicciati, li appoggio sul tavolo e annuncio che questo è tutto quello che ho. Cala il silenzio. Ecco se l’intera giornata è riuscita a sorprendermi con una svolta dopo l’altra, ora erano loro, i birmani, a essere un po’ perplessi, non riuscendo a capire come sia possibile che una persona con la pelle bianca non abbia soldi addosso anche se era proprio così, potevo pagare a malapena le mie di birre. Ed è così che tutti i bicchieri mezzi pieni sono stati restituiti al barista che non è una cosa pensavo si potesse fare ma si vede che qui le riusano tanto che ne sai magari ti arriva una pinta ed è in realtà una combinazione di tre avanzi di altre persona ma tanto non è che te ne accorgi a meno che non ti viene l’epatite, in quel caso sì dopo un po’ te ne accorgi ma alla fine costano cinquanta centesimi queste birre cosa pretendi non è che puoi fare lo schizzinoso per il rischio di qualche malattia venereea se no stai a casa tua o vai in vacanza a Marina di Pisa se ti devi lamentare per tutto.

Quindi ognuno finisce per pagare le sue di birre e ci alziamo ed è finalmente il momento di separarci da Nye Nye e mi rendo conto di essere giunto alla conclusione della giornata e non mi è successo niente, anzi sono sano e salvo e anzi è stato quasi piacevole mettere la mia vita a repentaglio per immergermi nella vita locale per un giorno o almeno questo è quello che credo intendano i viaggiatori quelli veri quando dicono che questo è quello che si dovrebbe fare viaggiando, di entrare a contatto con le persone del luogo e la loro cultura, like a local, mica venire fino a qui e fare le foto con instagram del riso fritto che quello lo fanno i turisti mica i viaggiatori quelli veri, o almeno così dicono i viaggiatori quelli veri che loro lo sanno cosa si può fare e cosa no anche se ancora io non ho le idee ben chiare e mi muovo sempre con un po’ di incertezza viaggiando perché non sapendo a quale gruppo appartengo mi viene sempre un po’ il dubbio di cosa posso fare e cosa no.

Ci scambiamo quindi un abbraccio sudato con Nye Nye e ci promettiamo di ricordarci l’uno dell’altro e gli assicuro che non mi dimenticherò delle nostre mirabolanti avventure anche se ho il forte dubbio che lui si svegli domani e non si ricordi neanche come allacciarsi le scarpe dato il suo stato fisico al momento.

Ora il problema è che io non ho soldi per pagare il tassista e non è che gli posso dire portami all’hotel ma a gratis perché non ho una lira in tasca perché lui mi direbbe sono qui a lavorare mica a aspettare le vecchie che attraversano la strada vai a piedi no, ma io non lo so mica come tornarci all’hotel a piedi perché sono arrivato qui solo da un giorno ed è buio e non ho una mappa e non ho idea di dove sono quindi anche ad avercela una mappa che te ne fai se non sai dove sei non c’è mica il GPS su un foglio A4 che ti trova lui dove sei qui devi fare tutto da solo siamo nel terzo mondo mica in Scandinavia se no che avventura è e poi nessuno parla inglese qui quindi le cose si complicano ancora di più. Neanche il tassista parla inglese quindi opto per dirgli tutta la verità ed essere onesto fin dall’inzio con lui, patti chiari amicizia lunga, che tanto lui non capisce però almeno ho l’anima in pace perché io l’ho detto fin dall’inizio che non avevo soldi se lui non ha capito che ci posso fare.

E così mi porta alla mia guesthouse io gli dico aspetta che vado su a prendere i soldi che qui non ce l’ho perché tra che tre dollari li ho dati all’amico Nye Nye e tra che gli altri due ci ho pagato le birre e dato il fatto che io mica avevo programmato di stare fuori tutto il giorno volevo solo andare alla pagoda fare due foto con instagram e tornare a casa e poi sono invece finito a fare tutta quella cosa dei viaggiatori veri tutto il giorno e sono rimasto a secco, non è che non ti voglio pagare gli spiegavo, ma lui tanto l’inglese non lo parla e neanche l’italiano e io il birmano non lo parlo quindi è inutile lui voleva i soldi e io non ce l’avevo e per lui questo era tutto e per un momento ho pensato cazzo l’ho scampata per tutto il giorno con quell’alcolizzato di Nye Nye e ora va a finire che è il tassista a infilarmi un coltello in pancia perché pensa che non lo voglio pagare. Ma poi ha capito anche lui e mi ha aspettato che salissi all’ottavo piano dove era la mia camera e poi tornassi giù e mi ha stretto anche la mano. Perché alla fine uno si preoccupa ma sono brava gente questi birmani ma ci si deve lasciar un po’ andare per capirlo anche se poi vieni risucchiato in questo vortice di eventi e una cosa tira l’altra fino a che non ci capisci piú niente, un po’ come il tassista, e diventa complicato anche raccontarlo. Ma almeno ci ho provato.

4 Comments

  1. Claudia ha detto:

    Impressionante, piu' evocativo di cosi c'e' l'allucinazione sensoriale…

    niente da fare, i Dispacci dalla strada sono sempre i miei post preferiti!

  2. Marta Matrioska ha detto:

    Okkei, sono appena approdata in questo sito a caso e questa è la prima cosa che leggo..complimentissimi, mi hai fatto ridere per tutto il racconto, il che è una cosa ancora più rara di un miracolo! E poi sono affamata di aneddoti di viaggio del genere..ci sono molte e buone probabilità che inizierò a stalkerare il tuo blog! 😀

  3. Federico ha detto:

    prima dei social network: il whisky. la connessione mondiale per notti dove non c'e' un dove, ma poi ci si arriva un bicchiere alla volta grazie ad un popolo che il sorriso ce l'ha stampato nel cuore. Un saluto al sapore di Royal Club da Yangon con

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