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Esplorando Majuli: la Più Grande Isola di Fiume al Mondo

Il tramonto su Majuli

Prima di partire per l’India non avrei mai pensato che con tutto il territorio a disposizione sarei finito su un’isola. Quale isola poi? Oltre alle Andamane e Nicobar, che sono quasi più Thailandia che India, non ero a conoscenza di terre distaccate dal corpo principale che fossero raggiungibili e valesse la pena visitare. I piani, però, si sa come vanno: non vanno. E così alla terza settimana di viaggio ero già su un’isola. Ma non questa non era una qualsiasi.

Majuli, intanto, è un’isola di fiume, non di mare. Niente spiagge bianche o barriera corallina, niente mojiti o castelli di sabbia. Majuli, poi, non è un’isola di fiume a caso, ma l’isola di fiume più grande del mondo. Con oltre 1.200 chilometri quadrati di superficie e una popolazione che supera i 150.000 individui, questa fetta di terra sul fiume Brahmaputra in Assam orientale è un’ecosistema (umano) separato da quello dell’India continentale, con ligua, religione, etnie e cibo che è difficile trovare altrove.

Guwahati, la capitale dello stato dell’Assam, non è un bel posto in cui trovarsi di notte. È sporca e disordinata, non è chiaro come orientarsi. Ma da qui parte l’autobus per Jorhat, centro da cui salpa il piccolo traghetto per Majuli, ed è così una tappa obbligata. Da Guwahati a Jorhat ci sono circa 200 chilometri, ma neanche la guida criminale dell’autista sembra fare in modo che il viaggio duri meno di sei ore. Una alta nube di polvere e sabbia segue il bus come un’ombra, ed un sorpasso in curva dopo l’altro si arriva a Jorhat al calare del sole.

Jorhat è una città indiana media, con poco ad attrarre il turismo se non le sue grandi piantagioni di tè. Le foglie di tè dell’Assam sono le più utilizzate per la preparazione del chai, la bevanda più consumata nel paese, perché queste, al contrario di varietà più delicate (e più costose) come quelle di Darjeeling, vanno meglio con latte, zucchero e spezie che ne bilanciano l’amarezza. Quello in cui arriviamo è però molto distante dall’immagine delle verdi piantagioni collinari alle quali ci si vorrebbe trovare di fronte. Il centro di Jorhat è formato dall’incrocio di tre o quattro ampie strade che si incrociano, sulle quali seduti per terra, ogni poche decine di metri venditori di molasse solidificate attraggono stormi di calabroni. Le molasse sono un prodotto della canna da zucchero utilizzato come dolcificante, e interi blocchi vengono venduti al peso sui marciapiedi diroccati della città. Se nessuno sembra curarsi dell’enorme numero di insetti che circolano in aria, per il visitatore attraversare un mercato diventa un’impresa non da poco.

Bamboo Huts a Garamur, Majuli

Trattenuto il fiato ed oltrepassati i calabroni, si arriva a Solicitor Road, una stretta strada laterale sulla quale si raggruppano quattro o cinque hotel con qualche anno di troppo sulle spalle. Non valgono più di quello che costano, cinque euro a camera doppia. Il porto di partenza per Majuli invece si trova a una decina di chilometri di distanza. Un tuk tuk ci porta con 30 rupie a testa, ed un traghetto troppo piccolo per il numero di persone a bordo è il mezzo di trasporto successivo. Dopo circa mezz’ora in piedi su questa piattaforma galleggiante, ci vogliono altr 20 minuti di jeep per raggiungere il villaggio di Garamur, dove troviamo alloggio in un edificio, all’apparenza precario, in canna di bambù. Il prezzo? 150 Rupie (1,80 €) per letto e zanzariera.

Majuli è un letto d’erba verde che vive principalmente d’agricoltura. Un strada asfaltata collega i due principali villaggi, ma il resto è campagna, una campagna libera da rifiuti, da plastica, da motori, che è una rarità per l’India. Lungo il fiume si vedono riflesse nell’acqua grandi reti che i pescatori hanno installato, qualche barca si fa trascinare dalla corrente e poco altro sembra succedere. Il sole cala sul fiume cambiando colore e colorando il paesaggio che i campi di riso compongono.

Le campagne di Majuli, sulle rive del fiume Brahmaputra

A Majuli non si parla inglese o hindi. La lingua più diffusa è l’assamese, ma quella originale è quella della tribù dei Mising, che si è spostata qui prima dell’arrivo degli inglesi. Danny è un ragazzo di origini Mising che oggi gestisce la guesthouse in bambù dove ci fermiamo la notte. È lui a spiegare che il nome Mising fu affibbiato a questo popolo dagli inglesi, che cercando di trovare la tribù semi-nomade, finivano sempre per trovarsi di fronte a territori vuoti, non riuscendo a raggiungere la comunità prima che questa si spostasse, scomparisse. Per questo “Missing” (mancante), è diventato il nome ufficiale di questo popolo originario dai territori confinanti con Tibet e Buthan. La storia di Danny suona come una leggenda metropolitana in realtà, ma piace passarla per vera per dare una piccola soddisfazione a chi è stato colonizzato per un secolo intero.

Danny è la stessa persona che ci trova delle biciclette, il mezzo ideale per esplorare questa piatta isola. Pochi giorni non sono certo abbastanza per conoscere questo luogo come si vorrebbe, ma pedalando si può coprire buona parte della superficie dell’isola. Lunghe vie alberate ci allontanano dal centro del villaggio e percorrendo le strade più quiete si raggiungono le Xatra, i monasteri che caratterizzano la cultura di questo luogo. Majuli è diventata negli anni il centro principale di una religione unica sviluppatasi in Assam di cui le 22 Xatra presenti sull’isola sono il cuore. Il Neo-Vaishnavismo è una filosofia che si dirama dall’Induismo classico che annulla il pesante sistema delle caste presente in India e rende ogni uomo uguale eliminando ogni idolo attraverso la deificazione del solo Vishnu e della sua incarnazione Krishna. Ma i dettagli poco importano a chi non è un seguace delle religioni orientali ed obiettivamente neanche i monasteri sono comparabili per bellezza ad altre strutture religiose nel mondo. E allora, perché visitare le Xatra di Majuli?

Uttar Kalamabari Xatra a Majuli

A circa 10 chilometri di strada da Garamur si trova la celeste Xatra di Uttar Kalamabari. Un arco azzurro forma l’ingresso in un pacifico giardino deserto, e camminando a piedi nudi (le scarpe sono vietate), sembra essere entrati in un luogo abbandonato. Fino a quando, avvicinandosi alle camere più distanti dell’edificio centrale, non cominciamo a sentire una musica uscire dalle finestre. Il suono di un tamburo si fa più forte, fino a quando una porta socchiusa si presenta come la fonte. Bussiamo, ma la musica continua. Spingendo la porta, ci troviamo davanti ad un gruppo di uomini in bianco in preghiera. Ci invitano con un gesto a sederci.

La preghiera del Neo-Vishnavismo non ha niente a che fare con il rito silenzioso ed introspettivo a cui siamo abituati. A Majuli la preghiera è un concerto, uno spettacolo. Come per gli Hare Krishna, la devozione qui è rappresentata dalla musica, dalla danza, dalla recitazione. Durante la nostra visita un bambino cresciuto nel monastero sta imparando a suonare una coppia di bonghi seguendo il ritmo del maestro e per un momento penso che se avessero dato a me una batteria da suonare per la comunione forse non l’avrei dato alla Chiesa il gesto dell’ombrello così presto.

La preghiera al ritmo di bongo del Neo-Vaishnavismo, di cui Majuli è il centro.

Il suono di Majuli fa dimenticare lo scorrere del tempo e prima ancora di rendersene conto, ci ritroviamo a pedalare indietro nella quasi completa oscurità. Ma anche questo è stato un’errore che è valso la pena commettere:

Il tramonto su Majuli

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