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Per Favore, Non Scalare Uluru

Qualcuno potrebbe dire che dopo aver guidato 4.000 chilometri arrivare a Uluru e non scalarlo sarebbe un peccato. Non lo è. Perché Uluru non è un parco giochi.

Uluru, o Ayers Rock in inglese, è, insieme all’Opera House, una delle icone chiave dell’Australia. Riconosciuto in tutto il mondo per il suo colore rosso acceso, il monolite che cresce dal più piatto dei deserti è un’attrazione che attira ogni anno migliaia di visitatori, sia locali che internazionali. Se l’aspetto di questa immensa roccia è il fattore che ne determina la fama, ciò che questa rappresenta a livello cultuare dovrebbe incidere altrettanto profondamente in ciò che spinge a partire. Purtroppo non è così, Uluru, così come molti altri simboli ed attrazioni nel mondo, è uno di quei siti che si visita perché va visitato, che si raggiunge perché una volta nella vita va fatto, che si va a vedere per poter dire di esserci stati.

Non c’è da negarlo, i più raggiungono Uluru per scattare qualche foto e ripartire. In fondo, per coloro che non conoscono la mitologia Anangu, l’etnia che per prima ha popolato queste terre, è solo un grande sasso, esattamente come Monte Augustus, nel Western Australia, che nonostante la sua dimensione più che doppia rispetto ad Uluru, riceve un numero molto inferiore di turisti.

C’è però a chi la foto ricordo non basta e chi crede che i 25 dollari d’ingresso concedano il permesso non solo di guardare, ma anche di calpestare il famoso sito. Le legge permette di scalare Uluru e quindi chi sceglie di farlo ne ha pieno diritto, ma farlo solo perché è concesso significa chiudere gli occhi di fronte a quella che è la realtà di questo luogo.

Nel 1985 la popolazione aborigena degli Anangu ha ricevuto indietro i diritti sulla proprietà del sito. Data l’importanza culturale di questo, il sito è stato a sua volta dato in concessione al governo australiano per far sì che questo lo potesse utilizzare come Parco Nazionale, occupandosi della sua organizzazione turistica. La gestione del parco Uluru – Kata Tjuta è quindi gestito oggi da dalla direzione dei National Parks e da un consiglio dedicato composto da 12 membri, di cui otto sono indigeni.

Il motivo per cui Uluru non si scala è semplice: quella che per noi è una roccia, per il popolo aborigeno è un sito sacro. Secondo la mitologia tradizionale Uluru nasce durante il Dreamtime, il tempo della creazione secondo gli aborigeni, ed è ancora oggi casa di spiriti e divinità che occupano le varie grotte sotto la roccia. Uluru è ancora oggi utilizzato per la pratica di riti sacri nelle aree dove la fotografia è proibita e si crede che scalare il monolite equivalga a calpestare le divinità che esso rappresenta.

Il messaggio degli Anangu è chiaro, sia al Centro Culturale all’ingesso del parco che sul loro sito ufficiale:

Quello che stai scalando è un luogo veramente sacro… Non dovresti scalarlo. Non è lo scopo di questo posto. E forse ti renderà trista, ma questo è ciò che abbiamo da dire. Siamo obbligati dal Tjukurpa a dirlo. E speriamo che tutti i turisti si sveglieranno e diranno, ‘Ecco questa è la cosa giusta. Questo è il modo di comportarsi. Questa è la via: non scalare.’

Questo però sembra non bastare e ancora oggi centinaia di persone al giorno decidono che il rispetto per gli aborigeni non è una ragione abbastanza valida per ammirare Uluru dalla base. Quando viene chiesto agli scalatori, per lo più australiani, del perché questi decidano di scalare la roccia, le risposte più comuni includono “Paghiamo le tasse, questo sito è anche nostro” oppure “Non ho fatto tutta questa strada per non divertirmi neanche un po’”.

Dagli anni ’90 il numero di scalatori si è ridotto notevolmente, ma non tanto da giustificarne la chiusura. Seppure infatti i proprietari tradizionali si oppongano alla pratica, questi non hanno potere di impedirla per un accordo preso con chi oggi il parco lo gestice. Secondo il consiglio direttivo infatti la scalata non sarà chiusa fino a quando non si avrà un’alternativa valida in fatto di esperienza per i visitatori oppure fino a quando il numero degli scalatori non si ridurrà fino a sotto il 20% rispetto a tutti i visitatori del parco.

In un paese dove il rapporto tra popolo indigeno e colonizzatori è stato e continua ad essere così difficile, il passo da fare per una riconciliazione che continua ad essere in atto è capire le richieste degli altri ed impegnarsi attivamente a rispettarle, in particolar modo quando questo non costa niente. Scalare Uluru significa disprezzare un simbolo che seppure per noi è nient’altro che un soggetto fotografico, per altri è fondamentale che rimanga intoccato.

Wanyu Ulurunya tatintja wiyangku wantima – Per favore non scalare Uluru

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