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Born To Run: Siamo Nati per Correre?

Con l’uscita italiana di Born To Run di Chritopher McDougall sta per scatenarsi anche in casa nostra il dibattito che dopo la pubblicazione del libro negli Stati Uniti ha dato vita ad un vero e proprio movimento: siamo nati per correre? Facciamo un po’ d’ordine.

Tutto ha inizio nel 2009 quando il libro di McDougall per la prima volta viene messo in vendita. No, no, macché 2009. Tutto ha inizio nel 1960 quando l’etiope Abebe Bekila decide di partecipare alla maratona olimpica scalzo. Se correre 42 chilometri a piedi nudi sembrava una pazzia, in molti hanno cambiato idea quando Abebe oltre a correre decide di vincere. Nonostante nel corso della storia l’uomo abbia quasi sempre corso scalzo, nella moderna epoca della Nike, vincere una maratona a piedi nudi è una completa novità. L’attenzione momentanea sull’evento però non regge, e il fenomeno della corsa senza scarpe si spegne per quasi cinquant’anni. Poi arriva McDougall.

Ora, non importa se correte. Se non correte vi verrà voglia di correre. Se correte cambierete modo di correre. Se percorrere la distanza dal divano al frigo è l’attività sportiva più intensa della giornata state comunque per leggere un super libro. Born To Run esce nel 2009 e dal tema trattato promette di essere il libro più noioso mai scritto: le ultramaratone. Cosa si può mai scrivere su gente che non fa altro che correre? Come una corsa di Formula 1, immaginavo un breve interessere per le partenze, una monotona parte di correre, correre, correre, al centro e l’eccitazione finale dell’arrivo, ma niente di più interessante. Mi sbagliavo.

Il racconto ha inizio quando McDougall, giornalista sportivo, viene mandato in Messico per scrivere un pezzo su una qualche celebrità locale. Durante il suo viaggio entra invece in contatto con una tribù apparentemente inarrivabile che da secoli vive nascosta negli aridi altipiani messicani. Questa tribù è quella dei Tarahumara, che cattura l’interesse di McDougall perché negli anni ha sviluppato una particolare dote: può correre all’infinito. Tutti i membri di questa tribù, dai più giovani ai più anziani, dalle donne ai bambini, corrono. Corrono per miglia, senza fermarsi, senza farsi male. Le gambe sono il loro unico mezzo di trasporto e i piedi la loro unica spinta. Piedi che però, sono nudi o quasi.

Al suo ritorno in America, McDougall comincia ad indagare. Non riesce a concepire come in anni di podismo non abbia mai conosciuto nessuno che non si sia infortunato e come questa tribù riesca a correre centinaia di miglia fino ai 60 anni di età. Il giornalista comincia così a seguire quello sport di nicchia che sono le ultramaratone, quell’attività brutale che non regala né fama, né soldi, in cui i partecipanti non vogliono far altro che battere i propri limiti. Segue il campione vegano, che dopo essere svenuto a metà strada su una 100 miglia nel deserto roccioso, si rialza e vince tutto. Racconta di donne che solo in questo sport riescono a battere gli uomini, nonostante debbano allattare i figli durante le soste. E racconta di corridori storici a cui non interessa la gloria, che abbandonano le medaglie per battere i propri record. Ma tra tutte queste storie, una teoria comincia a prendere forma. E se l’unica vera causa degli infortuni della corsa fossero le scarpe?

Con una serie di ricerce ed interviste a specialisti del settore, McDougall nota come negli anni le grandi marche sportive abbiano iniziato a vendere scarpe da corsa come se fossero air-bag. Suole rinforzate, cuscinetti sotto al tallone, correzione del passo. Con la tecnologia le scarpe moderne si sono trasformate in attrezzatura tecnica che in passato non è mai servita e da quando lo slogan delle multinazionali è diventato “fatti proteggere dalle scarpe, oppure fatti del male” i profitti di queste marche sono esplosi. Cosa è successo? Il piede, correndo su un cuscinetto, non atterra più naturalmente ed essendo il passo corretto dalla scarpa questo non riesce a sviluppare correttamente le centinaia di muscoli da cui è composto. Risultato? L’infortunio. Atterrando male e abituandosi a porre tutto il peso sul tallone (dove la suola delle scarpe è più alta) l’impatto con il terreno e così forte da, sul lungo termine, causare danno a ginocchia e legamenti.

Credete che questa sia una teoria plausibile? C’è di più. Dopo aver seguito per mesi i Tarahumara e aver conosciuto il famoso Caballo Blanco l’unico occidentale, anche lui corridore, integratosi nella tribù, una seconda teoria si sviluppa. E se fossimo nati per correre? Studiando alcune popolazioni del Kenya e continuando la sua indagine sulla corsa, McDougall si trova ad aver a che fare con una storia interessante: prima dell’invenzione della caccia, come ha fatto l’uomo a sopravvivere? Non eravamo più forti degli altri predatori e non eravamo più veloci delle prede. Avevamo tutte le carte in regola per giungere all’estinzione. Eppure mangiavamo. Sopravvivevamo. Come? Correndo. Immaginiamo sempre la corsa legata alla velocità, ma se il nostro forte fosse invece la resistenza? L’uomo risulta essere l’unico animale il cui sistema respiratorio è indipendente da quello motorio. Possiamo correre e respirare contemporaneamente, ad un ritmo diverso. Animali anche veloci, come ad esempio un’antilope, non producendo sudore come gli umani e non riuscendo respirare più veloce di quanto corrano, possono essere portati allo sfinimento, e quindi alla morte. Secondo le teorie del libro l’uomo avrebbe sviluppato questa tecnica di caccia, in cui l’intera tribù rincorre un animale fino a che questo, esausto, non collassa, e grazie a questa sarebbe riuscito a sopravvivere.

Alla fine una epica ultramaratona tra Tarahumara e i campioni occidentali di questo sport nel Copper Canyon messicano conclude il libro in grande, ma con la conclusione del libro una guerra si è accesa tra chi sostiene le teorie di Born To Run e chi continua a correre in modo classico. Dall’uscita del libro le Vibram Five Fingers, le scarpe minimaliste che sembrano un guanto per il piede, hanno subito un aumento del 500% delle vendite. Un orda di blogger e siti di corsa ha cominciato a pubblicare articoli sulla conversione da scarpa a senza scarpa. E altrettanti esperti, maratoneti e tradizionalisti si sono scontrati con questa moda. Born To Run è diventato un bestseller, e McDougall ha anche dato una Ted Talk sull’argomento. Dove sta la verità?

È difficile dire se correre scalzi porti effettivamente dei benefici. Nessuno studio scientifico ha ancora dimostrato dati a favore o contrari. Outside Magazine ha pubblicato un lungo articolo in cui Andrew Tilin è andato a indagare quale delle due parti abbia ragione. Nonostante correndo scalzi si riesce a bilanciare meglio il peso e si tende a correre più leggeri, il pericolo di tagli o ferite è ancora un problema. Su una superficie pulita la corsa a piedi nudi sembra avere i suoi vantaggi, come ribadisce Ken Bob Saxton (che ha corso 74 maratone a piedi nudi) in un’intervista a Runners World, sotto molti punti di vista, ma non è qualcosa che si può cominciare da un giorno all’altro. È necessario prepararsi e per raggiungere i risultati sperati possono volerci mesi. Su Outside inoltre compare una ricerca recente che dimostrerebbe che correre appoggiando la parte anteriore del piede non è poi il metodo naturale: su 38 corridori kenyoti utilizzati per lo studio il 72% appoggiava il tallone prima. Questo non convince gli avvocati della corsa a piedi nudi perché gli individui presi in considerazione sono probabilmente dei principianti. Non c’è una soluzione, l’unico modo è provare per sé stessi e capire come ci si trova meglio. Oppure semplicemente leggere Born To Run, che è un libro bellissimo.

La versione italiana di Born To Run è edita da Mondadori, la trovate qui.

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