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Come Non Morire a 5.000 Metri d’Altezza

Raggiungere e superare i 5.000 metri d’altitudine significa entrare in uno degli ambienti più inospitali per l’essere umano. Fa freddo, sì, ma non solo. L’ossigeno viene a mancare, la pressione aumenta, ogni passo pesa. Che sia per un trekking o una scalata, salire a questa elevazione è possibile in pochissime regioni e la fatica data dalle condizioni naturali è il prezzo da pagare per l’ebrezza della sfida e il poter guardare il mondo dall’alto verso il basso. Non è solo la determinazione, però, a permettere un’ascesa del genere, ci sono infatti dei rischi che sono difficili da prevedere tra cui il più noto è l’AMS, ossia il mal di montagna.

Non c’è bisogno di morire” spiegava la dottoressa senza un tocco d’ironia all’ufficio turistico di Kathmandu. Ero appena arrivato a richiedere il mio permesso per incamminarmi su uno dei tracciati dell’Himalaya nepalese e subito mi era stata data una condizione: “Stiamo introducendo una breve lezione su come prevenire ed identificare i disturbi causati dall’elevazione e vorremmo che tutti coloro diretti sulle montagne” mi spiega una ragazza allo sportello, guardandomi come se veramente avessi una scelta. Non era così. Era una di quelle cose non obbligatorie che devi fare per forza.

In Nepal muoiono in media sette persone l’anno a causa dell’altitudine, quasi tutti stranieri” spiegava con tono incoraggiante a delle persone che più in alto del settimo piano non erano mai state il medico alla sua prima lezione di questo tipo, “è facile morire lassù“. Grazie. “La ragione di queste morti è spesso nient’altro che la disinformazione, sapendo indicare i sintomi e conoscendo il proprio corpo ognuna di queste sarebbe evitabile. Con queste lezioni speriamo di portare il numero a zero“. Sarebbe piacevole.

I sintomi dell’AMS sono molti, alcuni più facilmente riconoscibili di altri, ma per farla breve somigliano molto a quando ci si sveglia la domenica mattina in un cespuglio senza memoria dopo aver trascorso la notte al Cocoricò. Vomito, testa che scoppia, mancanza di equilibrio, difficoltà nel parlare. Nel caso di Riccione questi sintomi portano solitamente al più vicino paninaro, mentre sull’Himalaya, se non interpretati come si dovrebbe, il finale può essere tragico. Come si fa allora a non morire a 5.000 metri d’altezza?

La cosa più importante è saper riconoscere quando si tratta di un disturbo vero e proprio, senza andare nel panico al primo acciacco. Un mal di testa infatti è perfettamente normale ad elevazioni a cui non si è abituati e così è la stanchezza che arriva prima del solito. Per parlare di AMS (Acute Mountain Sickness), intanto bisogna aver superato i 3.000 metri. Sotto i 3.000 metri sono rari i casi registrati, anche se la possibilità che questo si presenti a 2.500 esiste. La prova del nove si ha quando si riconoscono sintomi multipli contemporaneamente. Se arrivati in alto dopo una giornata intera di cammino si nota una mancanza di appetito c’è qualcosa che non va. Se a questo si aggiunge mal di testa, sonnolenza, mancanza di lucidità, si è a rischio.

Sapere queste cose ed essere colti dal minimo fastidio durante una scalata, trovandosi nel luogo più remoto in cui ci si è mai trovati, fa paura. L’ansia è spesso condivisa nei rifugi di montagna ed è difficile prendere decisioni giuste quando non si è sicuri della gravità della situazione. Quando si comincia ad essere in dubbio, la prima cosa a cui pensare è se il mal di testa è dovuto alla scarsa idratazione oppure se effettivamente può essere l’altitudine. Camminando al freddo ci si può dimenticare di bere abbastanza e questa è la causa più probabile della debolezza. Interrompere l’ascesa diventa quindi un obbligo e dopo una pausa per rifocillarsi, se i sintomi sono lievi ma non ancora passati è necessario fermarsi per la notte alla stessa elevazione. Al mattino, se una notte di riposo non ha contribuito, si deve scendere. Se i sintomi invece di essere lievi sono chiari e forti, come ad esempio nel caso del vomito, non si può aspettare neanche un minuto, bisogna scendere subito o si rischia di non svegliarsi il giorno dopo. Solitamente scendere fino al punto in cui si stava bene, trascorrervi una notte o due per acclimatarsi, e poi riprendere la salita non è un problema.

Arrivato al rifugio più alto del Circuito dell’Annapurna, a 4.900 metri, uno stato di agitazione sembrava aver coinvolto tutti coloro che erano seduti intorno al fuoco, aspettando di andare a dormire prima dell’ultimo giorno di salita. Qualche battuta rendeva l’atmosfera più rilassante e dopo alcune ore tutti sembravano essere più tranquilli. Fino a quando un ragazzo israeliano, sdraiato su una panca di legno nell’angolo della stanza comune, gira la testa e comincia a vomitare. Il portatore di uno dei gruppi si offre di portarlo al rifugio precedente, 500 metri più in basso, ma deve fare in fretta perché il ragazzo sta perdendo i sensi e trascinarlo giù lungo una discesa di ghiaccio potrebbe essere un pericolo quasi maggiore.

Dopo l’accaduto, tutti si sono fermati nuovamente a guardarsi. I mal di testa sembravano essere tornati e così l’ansia sul proprio stato di salute. Farsi condizionare dagli altri è facile, soprattutto in situazioni come queste in cui ci si trova a vedere con i propri occhi che il disturbo esiste. È importante cercare di mantenere la lucidità e fare le dovute considerazioni in modo oggettivo.

Il miglior modo per non morire in altitudine però rimane solo uno: prevenire. L’AMS è un disturbo che può colpire chiunque, indipendentemente dal proprio stato fisico o dall’esperienza che si ha alle spalle e per questo tutti dovrebbero seguire alcune semplici regole. La prima è evitare di salire troppo velocemente. Quanto salire dipende in grande parte da come ci si sente, ma viene consigliato a chi si trova per la prima volta a fare un trekking sull’Himalaya di non superare i 500 metri di elevazione al giorno, per non subire uno sbalzo di pressione troppo grande tra una notte e l’altra. Insomma, andare piano. Una volta entrati nella zona a rischio, tra i 3.000 e i 3.500 metri, si dovrebbe prendere almeno un giorno di pausa per permettere al corpo di acclimatarsi prima di proseguire. Una medicina da portarsi dietro è il Dyamox. Questa aiuta il processo della produzione di nuovi globuli rossi, che servono perché il corpo si abitui ai nuovi livelli di ossigeno. Per il medicinale servirebbe una ricetta, ma in Nepal è venduto come se fossero caramelle. Viene consigliato di prendere mezza pasticca al giorno a partire dal giorno precedente all’ingresso della zona a rischio, ma in molti ne fanno a meno e ne portano con sé una confezione da utilizzare solo se i sintomi cominciano a farsi sentire. L’alcol è inoltre da evitare per almeno 48 ore dopo aver superato i 3.000 metri.

L’AMS può diventare letale solo se trascurato, quando si trasforma in HACE (High Altitude Celebral Edema) o HAPE (High Altitude Pulmonary Edema), ossia un accumulo di fluidi nel cervello o nei polmoni. È un disturbo semplice da evitare, ma bisogna essere pronti a farlo.

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