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Si Può Viaggiare Troppo?

Passano le settimane, i mesi, e a volte si perde un po’ la dimensione di quello che si sta facendo. Si gira, si gira, fotografando attrazione dopo attrazione, misurando il proprio itinerario in base al numero di luoghi visitati, muovendosi con le aspettative di qualcun’altro e si finisce per dimenticare perché eravamo partiti in primo luogo, magari cascando nella routine da cui ci si era inizialmente allontanati. Ero arrivato a questo punto, in Cina. E non sapevo bene come uscirne.

Mi trovavo in un grande ostello a Xi’An, la città dell’Armata di Terracotta, pronto ad imboccare la Via della Seta con il primo treno la mattina successiva. A questa Via della Seta ci pensavo da mesi. Infilarmi nel Corridoio del Gansu, tra l’Altopiano Tibetano e il Deserto del Gobi, per sbucare nella Cina islamica, fino ad affrontare gli stati dell’Asia centrale per arrivare in Turchia, con tutte le complicazioni e le difficoltà che questi portano con sé. Niente più turismo di massa, niente più grandi monumenti da lista della spesa. Suonava epico, la miglior conclusione possibile a più di quattro anni di vagabondaggio. Eppure, tutto ciò che riuscivo a fare era pensare alla fila infinita che avrei dovuto affrontare per comprare il biglietto del treno e guardare con disgusto lo zaino che avrei dovuto rifare per l’ennesima volta prima di ripartire.

Non mi piace lamentarmi. Non mi piace lamentarmi non perché credo che c’è chi sta peggio di me (anche se questo è vero), ma perché faccio di tutto per non entrare a far parte di quel gruppo di persone che conosco fin troppo bene, coloro che piuttosto che cambiare quello che non va o essere responsabili per le proprie scelte, preferiscono piangersi addosso o cercare qualcuno a cui dare la colpa. Questa mentalità, che, purtroppo, tanto mi ricorda l’Italia, è la prima cosa da cui ho cercato di distanziarmi negli ultimi anni. Certo, ci sono state giornate che avrei evitato, ma in generale mi sono imposto di vivere una vita diretta alla crescita, cercando stimolo negli ostacoli e trovando soddisfazione nei successi, grandi o piccoli che siano.

Guardando quello zaino mi sono accorto che qualcosa non andava. Si può viaggiare troppo? Si può viaggiare male? È dura ammetterlo, ma sì, ci sono dei limiti. La durata di un viaggio di sicuro contribuisce, ma non credo sia il punto. Sapevo già che di templi ne ho visti abbastanza, che nei musei mi rompo le palle, che di montagne più alte non ce ne sono e che alla stessa conversazione con chiunque incontro preferisco spesso un libro. So questo da tempo e non serve un anno e mezzo in Asia per capirlo, ma non è mai stato un motivo di fermarsi, perché il motivo per partire è sempre stato un altro: crescere. Ampliare le proprie idee, mettersi a confronto con sé stessi, fare il passo più lungo della gamba e sperare di non cadere, senza averne mai la certezza. Quello che ho sempre cercato e che adesso non riuscivo più a trovare erano quelle situazioni assurde, imbarazzanti, claustrofobiche, quei racconti e quei personaggi incredibili, quei cambi di rotta improvvisi e istintivi, quella scossa del sapere che non hai niente sotto controllo. Tutte quelle opportunità per far apparire una parte di me che non conoscevo, che mi davano ispirazione oppure ansia, dalla quale l’unica via d’uscita era fare la scelta giusta. Tutte quelle cose che il viaggio mi aveva regalato in abbondanza, ma che ora sembravano non arrivare più.

Mi mancava una cosa sola: l’inaspettato. Molti alti e bassi si sono presentati durante i mesi per strada, ma con il tempo gli alti sono diventati sempre più alti e di conseguenza difficili da superare. Il viaggio è diventato la mia zona di comfort. Mi sento a mio agio oggi nella maggior parte delle situazioni, sono comodo nella scomodità. E trovo difficile stupirmi, mettere a fuoco i dettagli. Così mi è passata per la mente la cosa più logica da fare, prendere un aereo, lasciar perdere quest’ultima tratta. Cambiare, come ho sempre fatto. Poi però ho guardato la mappa. Il Medio Oriente. Concludere il cerchio. Il cirillico. L’incertezza dell’itinerario. Nessuna idea di cosa troverò. Se non è qui la curiosità, allora dove?

Ho fatto lo zaino. Ho presto il treno. In una sessantina di ore sono arrivato al confine con il Kyrgyzstan. Ci sono volute un paio di settimane perché tutto cambiasse, perché qualcosa succedesse e mi tornasse la voglia di scoprire quello che ancora non so. Mi sono ricordato che viaggiare a lungo termine, vivere viaggiando, è un gioco di pazienza. Bisogna saper aspettare, saper proseguire sperando che durante il tragitto per qualsiasi meta ci si trovi dove si voleva arrivare senza neanche saperlo. Succede sempre qualcosa, anche se non è possibile comprarlo, non è possibile sceglierlo, non è possibile sapere quando accadrà, non è possibile essere preparati. Ma questo è il bello. Si può viaggiare troppo? Forse. O forse è più facile non viaggiare abbastanza perché la prossima avventura si faccia avanti.

10 Comments

  1. Fabio ha detto:

    "[..] viaggiare a lungo termine, vivere viaggiando, è un gioco di pazienza. Bisogna saper aspettare, saper proseguire [..]"

    Applauso.

    Qui io mi sono fermato. La pazienza non è una mia virtù; "mi sembrava di timbrare il cartellino quando stavo per salire sul" prossimo autobus (cit. K.d.C – ma lui saliva sul palco…).

    Dopo aver spinto nella direzione che volevo, mi è sembrato di essere arrivato; mi è sembrato che dietro l'angolo ci fosse qualcosa che avevo già visto.

    Ero quindi davanti ad un bivio: partire per "l'altra parte del mondo" (America o Asia non faceva differenza in quel momento per me) oppure restare, e sono rimasto.

    Mi ritengo soddisfatto della scelta, ma non viaggiare da 4 anni è dura e mi sto "viaggiando sotto"… ma quando rientri in una certa mentalità, in una certa "struttura", prendere e andare è molto complicato.

    E' difficile entrare nel mood del viaggio quando ne sei così lontano.

  2. Claudia ha detto:

    Meraviglia…

  3. Fabio ha detto:

    Mi viene da dire anche che il discorso che si fa in questo post è l'ennesima dimostrazione (se ancora ce ne fosse bisogno) che il viaggio, quantomeno il viaggio con un respiro così lungo nel tempo, non è cosa da chi vuole scappare da se stesso o da chi si trova in un momento di disequilibrio interiore; è al contrario un'impresa in cui si mette impegno, determinazione e anche pò di (possiamo dirlo?) <> (termine che di solito non amo particolarmente ma che qui ha una sua accezione positiva).

    Una cosa che noto (io seguo il blog da parecchio tempo) è che questo ragazzo è molto equilibrato: non è schizzato dall'altra parte del mondo per scappare dalla propria ombra, al contrario sembra avere accanto un saggio che lo guida nelle scelte… bhe, quasi tutte almeno 🙂 a parte qui: http://exploremore.it/2014/06/05/trekking-sul-tig

    P.S. Noto ora che non c'è modo di raggiungere i post più vecchi; io ho trovato quel post sullo yunnan perché sono, fra le altre cose, anche un programmatore WordPress e quindi so che se scrivo http://exploremore.it/2014 …allora WordPress mi mostra il template archive.php con i post vecchi.

    • Angelo Zinna ha detto:

      Ciao Fabio,
      grazie dei commenti. Per me credo sia come mangiare troppo del tuo cibo preferito, ne sono pieno. Rimane il mio cibo preferito, ma non posso mangiarne più finché non avrò digerito quello che ho mangiato fino a ora. Credo che l'equilibrio sia una cosa necessaria per viaggiare a lungo termine se non vuoi bruciare tutto subito. Seppure non mi piaccia parlare del viaggio come di una cosa più grande di quella che effettivamente è, rimane un'esperienza che può diventare intensa e difficile da gestire. Io potrei aver visitato tutti i posti che ho visitato in 6 mesi invece di 18 probabilmente, ma credo che avrei perso entusiasmo molto prima, mi sarei consumato. Ho fatto tante soste per questo ci ho messo tanto tempo, e di sicuro anche questo non è stato il modo di viaggiare più efficiente.

      Riguardo i post vecchi alcuni semplicemente non esistono più. Quelli pubblicati nel 2014 dovrebbero esserci tutti. Nel 2013 per qualche mese una persona ha collaborato con Exploremore, ma quando ha smesso ha voluto ritirare i suoi articoli, quindi quelli sono scomparsi (so di dover sistemare un po' di link, ma non ho ancora avuto tempo). Di quelli precedenti al 2013 mi sono promesso di fare una pulizia e cancellarne i peggiori, per ora ne ho elimiati solo alcuni che non reputo all'altezza, altri saranno riscritti e ripubblicati nei prossimi mesi. Se sai come eliminarne ogni traccia, fammi sapere!

  4. Fabio ha detto:

    Il termine che avevo scritto fra i caratteri "maggiore e minore" e che è stato bannato proprio perchè scritto fra maggiore e minore (perché può includere un codice HTML o – peggio – uno script) era "disciplina".

  5. Giulia Raciti ha detto:

    Benvenuto nel club!

  6. Io avuto la stessa sensazione dopo soli sei mesi, figurarsi tu che vai per i cinque anni!

  7. MammaInOriente ha detto:

    Io credo, semplicemente, che parte del bello del viaggiare sia proprio il tornare. Non c'è viaggio senza ritorno, altrimenti il viaggiare diventerebbe vivere viaggiando e sono due cose ben diverse. Tornare permette di metabolizzare il viaggio, condividerlo con chi ci ama davvero e, soprattutto, sentire crescere dentro di sé una voglia irrefrenabile di partire ancora.

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