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Amritsar e La Comica Cerimonia di Chiusura del Confine tra India e Pakistan

Basterebbe salire un po’ più a nord, in Kashmir, per capire che i rapporti tra India e Pakistan non sono poi così pacifici, ma per chi si ferma ad Amritsar, la storia è del tutto diversa. Ogni giorno, nella seconda città del Punjab, alle cinque del pomeriggio, accade qualcosa di completamente normale: i cancelli della dogana si chiudono per la notte. Come questo banale evento riesca oggi a raccogliere folle da stadio non è ben chiaro, ma è un dato di fatto che chiunque passi da questa città non possa fare a meno di venire a dare un’occhiata.

Amritsar è una città sporca, brutta e di poco interesse se non per il suo tempio d’oro, il centro fisico e spirituale della religione Sikh. Raggiungere il tempio, contribuire come volontari, pregare al suo interno e condividerlo con gli altri, sono cose che come per gli islamici la visita alla Mecca o per i Cristiani al Vaticano, almeno una volta nella vita diventano d’obbligo per i credenti dal turbante colorato e dal coltello nella cintura. La fauna umana che si racchiude in questo luogo e la loro disponibilità nei confronti dei visitatori rendono Amritsar speciale, ma a renderla memorabile è la cerimonia di chiusura del confine che avviene poco prima del tramonto.

All’arrivo un parcheggio infestato di tuk tuk è circondato dal fumo delle bancarelle che vendono ceci e pane fritto, ma basta avvicinarsi un po’ al luogo di azione per trovare le guardie che cercando di gestire l’ingestibile traffico umano. Le persone vengono divise e spedite su diverse scalinate e in pochi minuti migliaia di persone sono raccolte intorno a ciò che non è nient’altro che una striscia d’asfalto. Dalla distanza si può osservare il lato pakistano, in cui pochissimi spettatori prendono parte alla cerimonia nonostante anche qui siano a disposizione migliaia di posti a sedere.

La chiusura dei cancelli dura cinque minuti, non di più. Ma con il tempo, data la fama di questo evento tra indiani e stranieri, è stato introdotto uno spettacolo in anticipazione dello spettacolo vero e proprio. Le scuole della zona si riversano sulle strade in uniformi e costumi scintillanti e una classe dopo l’altra si offrono alla folla con balletti degni di Bollywood. È buffo vedere l’impegno di questi ragazzi di fronte a una folla con l’eccitazione alle stelle per la chiusura di un cancella. La musica picchia e anche gli spettatori si lasciano andare alle comiche danze. Una tromba interrompe i giochi e da un’edificio si vedono spuntare i veri protagonisti di questo pomeriggio: le guardie. Sono sei o sette, chiaramente orgogliose della loro posizione di responsabili del confine nazionale. La loro uniforme è color sabbia, i pantaloni arrivano poco sopra la caviglia e dei lucidi stivali neri salgono lungo la gamba. Ma non è la parte bassa dell’uniforme a rendere questi uomini serissimi del tutto ridicoli, sono bensì due particolari che non possono passare inosservati neanche da centinaia di metri di distanza: i cappelli e i baffi. Il cappello d’ordinanza non mi è mai sembrato un indumento felice tra le forze dell’ordine nel mondo, ma qui ad Amritsar si raggiunge un livello superiore: una cresta da gallo, rosso fuoco e alta almeno una ventina di centimentri è piantata su facce impavide come se fosse una cosa normale. I baffi poi hanno del geniale. Ovviamente consci dell’attenzione ricevuta dal pubblico, questi uomini devono aver messo in atto una gara di peluria facciale e sotto ogni naso un pennello nero cresce nelle più svariate forme.

Un uomo, vestito di bianco, è l’unico per strada a non far parte dell’arma. È l’incitatore delle folle che con un megafono spinge il pubblico a battere le mani e urlare il più forte possibile “Hindustan! Hindustan! Hindustan!“. Hindustan è il vecchio nome dell’India e il patriottismo del popolo non si fa attendere. Le voci dei fan raggiungono volumi altissimi e i soldati partono a passo svelto. Sono diretti a tutta velocità verso i cancelli, ma poi, poco prima di arrivare un gesto di sfida viene diretto ai colleghi pakistani: un calcio viene tirato in aria e i piedi arrivano a toccarsi la fronte in una spaccata verticale. Il pubblico è in delirio. Dopo il calcio e una serie di salti plastici, avviene la stretta di mano e i cancelli si chiudo. È la fine di uno delle cerimonie più incredibili di questo sub-continente indiano.

(La BBC ci ha anche girato un documentario)

2 Comments

  1. AD Blues ha detto:

    Però bisogna ammettere che, nonostante la storica inimicizia e risentimento che animano i rapporti reciproci tra Pakistani ed Indiani, la cerimonia richiede una certo grado di collaborazione e coordinamento tra i due schieramenti; che possa essere considerata una sorta di timido disgelo tra i due stati? 😉

    —Alex

    PS = è solo una mia impressione oppure i Pakistani sono veramente più "grigi" e tristi dei loro vicini Indiani? Eppure sono più o meno lo stesso popolo… Mah

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