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Il Primo Giorno di Armenia

Un camionista di Kutaisi ci aveva caricato a circa 80 chilometri dal confine, più o meno nel mezzo tra le città di Akhaltiskhe ed Alkhalkalaki. Ci eravamo fermati a visitare l’antica città di Vardzia, un complesso monastico scavato nella roccia del monte Erusheli e stavamo cercando un passaggio verso sud che ci portasse al confine armeno, dopo Ninotsiminda, prima che si facesse troppo tardi. Mezz’ora, forse quaranta minuti col pollice alzato prima che il trasportatore di benzina della Lukoil giungesse in nostro soccorso.

Dei passaggi presi in una sola giornata avevo perso un po’ il conto, da Akhaltsikhe questo doveva essere almeno il quinto o il sesto. Da quando avevamo lasciato la città dopo colazione ci avevano caricato, tra gli altri, un trio di elettricisti alticci sul retro del loro furgone rosso stalinista, una ornitologa russa ricercatrice sulle montagne dell’Altai ed un dottorando altrettanto russo ma con base a Groeningen, in Olanda, il padre filo-sovietico di un ragazzo armeno trovato in un bar di cui siamo finiti per essere ospiti a casa, costretti a provare ogni esemplare della sua produzione biologica di frutta e verdura del giardino, oltre a pane, formaggi, vino e chacha artigianale infusa al peperoncino organico con sessanta percento di gradazione alcolica, più un signore chiaramente infastidito dalla nostra richiesta di un passaggio ma obbligato a caricarci dal benefattore precedente sotto minacce in georgiano al di fuori della nostra comprensione.

La questione, una volta sul TIR, era spiegare al camionista che nonostante avessi detto di parlare un po’ di russo, di russo, io, non ne parlo neanche un po’. Ne parlo così poco, di russo, che quando mi si chiede “Ruski?” non so neanche come rispondere che no, niente ruski, italiano magari o inglese, ma ruski proprio zero. E di conseguenza dico sempe “Ciut ciut”,  che significa “un po’”, che è una menzogna, una bugia cruda, detta senza ritegno alcuno. Dico “Ciut ciut” anche perché mi piace come suona, in verità.

Il camionista, dopo aver raccontato la storia della sua vita, la storia della Georgia prima del collasso dell’Unione Sovietica, la storia della Georgia dopo il collasso dell’Unione Sovietica, la storia dei suoi figli, la storia della benzina russa che trasportava e la storia del rapporto tra Georgia e Armenia, era stato costretto ad accettare il fatto che il non ricevere risposta derivasse non dal fatto che i suoi racconti fossero così interessanti da essere ipnotici, ma piuttosto dalla tanto innegabile quanto triste questione che quel “Ciut ciut” era, appunto, un’ingannevole falsità. Non sembrava dispiaciuto però, magari era un po’ che non parlava con nessuno e andava bene così, magari per alcune persone è più importante essere ascoltate che essere capite.

Sessanta chilometri di curve, buche e qualche altra conversazione a senso unico erano passati quando puntando il dito su un anonimo gruppo di appartamenti fatiscenti il camionista aveva cominciato ad urlare “Natasha! Natasha!”. E chissà se tutte le prostitute hanno davvero lo stesso nome, ho pensato dopo aver capito che si trattava di una casa chiusa. Senza possibilità di appurare la tesi, eravamo arrivati al distributore dove il nostro amico aveva da consegnare il suo carico, un passo più vicino all’Armenia, ma non vicino abbastanza da arrivarci a piedi.

Un altro camionista, turco questa volta, si era fermato subito, neanche il tempo di fare una foto al distributore. “I camionisti turchi ti caricano sempre” diceva Luca, che quando era in Turchia i camionisti turchi lo avevano caricato sempre e questo, di camionista turco, era in qualche modo una conferma. Guidava a piedi scalzi e all’interno della cabina si trovava un tappeto blu stellato e una serie di bandiere della sua nazione, messe in mostra orgogliosamente dietro al parabrezza. Entrare in Armenia sventolando una bandiera turca non sembrava causargli alcun timore. Niente sembrava causargli alcun timore in realtà, né videochiamare al volante, né guidare senza mani, né sorpassare in curva. Era sicuro di quel che stava facendo, al punto che dopo alcuni minuti credevo davvero di poter scampare alla morte. Cosa piacevole, almeno fino alla fine delle vacanze.

Il turco era diretto a Yerevan, dove avrebbe consegnato il suo carico di oggetti di plastica non identificati, per poi tornare in Georgia e quindi dirigersi verso la Turchia. Allungare l’itinerario di qualche centinaio di chilometri era d’obbligo, in quanto il confine tra Armenia e Turchia è chiuso, chissà ancora per quanto. Noi invece volevamo arrivare nella ridente città di Gyumri, per fermarci un paio di giorni dopo una settimana di viaggio ininterrotto.

Stampati  i passaporti, una strada a due corsie si snodava tra colline giallastre e asciutte, dove piccoli agglomerati di case basse apparivano di tanto in tanto, con tetti in lamiera luccicanti sotto al sole. Poco meno di tre milioni di persone vivono in Armenia, di cui un terzo nella capitale. Gli armeni, però, non sono così pochi: le comunità della diaspora sono sparse in mezzo mondo e gli armeni all’estero sono oggi più del doppio di quelli nella propria terra d’origine. Grande poco più della Sicilia, l’Armenia non ha molti amici attorno a sé: da una parte ci sono i turchi, esecutori del genocidio un secolo fa, e dall’altra gli azeri, con cui è ancora in corso la disputa per il Nagorno-Karabakh. Neanche ai georgiani, il cui sogno è diventare parte dell’Unione Europea, sembra che gli armeni, più vicini alla Russia, stiano troppo simpatici. E così, in tanti, se ne vanno.

Dopo tre o quattro passaggi a Gyumri ci siamo arrivati davvero. Con una Lada dopo l’altra, abbiamo percorso la strada fino alla seconda città del paese, un tempo conosciuta come Alessandropoli, di villaggio in villaggio. Il centro di Gyumri era ancora abbastanza vivace, ma si stava facendo tardi e dovevamo trovare un posto dove dormire. Non sembrava esserci nessun ostello in città e anche la lista delle guesthouse era breve. La più economica aveva l’ultima camera disponibile, secondo Booking. Portava l’originalissimo nome di Guest House ed era situata ad un chilometro dal centro in una via secondaria, non asfaltata. Dietro al cancello in ferro battuto ci aveva accolto Hrahat, un uomo rotondo che utilizzava la figlia come io utilizzo Google Traduttore, con il vantaggio che la figlia funziona anche senza WiFi.

Seguendo gli ordini del padre, la figlia, era andata a bussare alla porta di quella che sarebbe stata la nostra camera. Ne era uscita una donna intenta ad allattare un bambino. “Abbiamo altri ospiti” dice Hrahat alla figlia, e “Abbiamo altri ospiti” dice quindi la figlia alla donna. “Ma ho pagato per questa camera” risponde la donna alla figlia. “Ha pagato per questa camera” dice la figlia di Hrahat ad Hrahat e “Ah” dice Hrahat, senza bisogno di traduzione, anche perché non credo lo stesse dicendo a nessuno in particolare. La camera era stata venduta due volte e seppur avessero preso in considerazione di buttare fuori una madre mentre stava allattando il proprio figlio, questo non era possibile. “Garden?” dice Hrahat in inglese e “Garden?” dice la figlia di Hrahat in inglese, probabilmente a causa di un riflesso automatico ed ormai incontrollabile. “Vabé, garden”, dormiamo in giardino.

Al ritorno da una breve escursione nella vita notturna di Gyumri, torniamo scoprendo che non c’era un vero e proprio luogo in cui dormire in giardino. Anche Hrahat deve essersene reso conto, così con figlia dalle orecchie vigili sempre sull’attenti, ci chiede “Kitchen?” e la figlia “Kitchen?”. “Vabé, kitchen”, dormiamo in cucina. Che poi, anche la cucina è una camera, mica c’è da fare gli schizzinosi, dato che comunque l’importante era arrivare in Armenia e con l’aiuto di almeno una decina di persone diverse, in Armenia, eravamo arrivati davvero.

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