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24 Ore in Transnistria

Superando il confine tra Moldavia e Transnistria, nell’arco dei primi cinque minuti all’interno del territorio, mi trovo di fronte a (in ordine di apparizione): mega falce e martello in metallo posizionata in alto su colonna in pietra scura, sette bandiere rosse sventolanti attorno alla prima rotonda, carro armato di seconda mano posto su piedistallo, anch’esso in pietra scura, un bunker abbandonato parzialmente vandalizzato tra le erbacce risalente al periodo della guerra, soldati probabilmente russi in guardia sulla parte occidentale del fiume Nistrio, bandiera sicuramente russa sventolante al centro del ponte che attraversa il fiume Nistrio seguita da bandiera transnistriana verde e rossa con immancabile falce e martello rispettosamente sventolante subito dopo.

Devo correggermi: non esiste nessun confine, qui. Non esiste nessun confine perché non esiste nessuna Transnistria. Ufficialmente, dico. Tiraspol è in Moldavia tanto quanto lo è Chisinau, a meno che tu non lo chieda ai pochissimi territori, come Abcasia e Ossezia del Sud, che riconoscono la Transnistria come stato indipendente. Il posto di blocco che stabilisce l’accesso al territorio è un luogo non molto trafficato, in cui gli stranieri vengono lasciati passare dopo poche domande (“Quanto ti fermi? Dove ti fermi? Da dove esci?”) e con in mano un foglietto di carta che funziona da visto. Al contrario di quanto si legge su internet, oggi, le guardie di frontiera non sembrano più minacciare, derubare e chiedere mazzette ai turisti. La situazione, sia all’ingresso che all’interno del territorio, è fin troppo tranquilla, e i miei contanti, divisi tra calzini, mutande, tasca interna dello zaino e le due tasche dei pantaloni sono rimasti al loro posto indisturbati per tutto il viaggio. Nessuno stampo sul passaporto, nessuna prova di essere in un luogo diverso dalla Moldavia, solamente un pezzo di carta stampata che indica quanto a lungo si possa soggiornare all’interno del territorio (48 ore, nel mio caso). Eppure, ci si trova ad aver a che fare con un corpo di polizia che indossa uniformi diverse, con una valuta diversa ed impossibile da cambiare altrove, con una lingua diversa (il russo invece del romeno) e, fondamentalmente, con gente convinta di essere in un paese diverso.

Quando raggiungiamo il centro non è rimasto nessun altro sulla marshrutka partita da Chisinau. Toni, il pilota, mentre superiamo lo stadio del Tiraspol Sheriff, uno stadio degno di una squadra di Serie A italiana, chiede se siamo qui per vedere la partita. Con un “ovviamente sì” guadagnamo un passaggio fino in Lenin Street, dove avremmo soggiornato, invece di essere scaricati al capolinea. Non era una deviazione poi così lunga, dato il centro città privo di qualsiasi tipo di traffico, composto da poco più di quattro strade ampie che si incrociano in una griglia quasi desolata.

Tiraspol è terra comunista. Se non l’avessi notato dagli indizi incrociati lungo la strada, l’arrivo al Lenin Street Hostel ha tolto ogni dubbio. Nella camerata da sei letti una bandiera dell’Unione Sovietica con sopra un ritratto incorniciato di Lenin è circondata da altre bandiere del mondo, mentre nel piccolo soggiorno Stalin fa capolino dalla parete, senza il cenno di un sorriso sotto il solito baffo folto. Dimitri arriva a consegnarci le chiavi di casa, visto che questo ostello è, appunto, un appartamento. Un appartamento riempito di letti a castello, situato in un quartiere residenziale poco distante dal centro che da anni ospita curiosi stranieri attratti da quel che è probabilmente l’unico territorio d’impronta sovietica ancora esistente. O, insomma, semi-esistente.

 

 

“Io sono sovietico” racconta Dimitri, quando gli viene chiesto se si senta più russo, moldavo o nessuna delle due. Sovietico, appartenente ad uno stato scomparso, appartenente al passato. “Alla nascita prendi automaticamente il passaporto della Transnistria, ma con quello, ovviamente, non puoi viaggiare da nessuna parte, non ha valore fuori dai nostri confini. Poi puoi scegliere, per noi è abbastanza semplice ottenere sia il passaporto moldavo che quello russo. Io li ho entrambi, ma non significa che appartenga né ad una nazione, né nell’altra. Siamo persone, tutto qui”.

La terra di nessuno che è la Transnistria sta lentamente perdendo la fama di meta inospitale che si porta dietro e seppure sarebbe esagerato dire che stia dimostrando un’apertura verso l’esterno, i rischi che, apparentemente, si correvano in passato decidendo di visitare Tiraspol, sembrano essere scomparsi. Camminando per le lunghe vie della capitale ci si trova di fronte ad una città molto più pulita e ordinata della vicina Chisinau, con edifici imbiancati a nuovo che contrastano le vecchie Lada e Volga parcheggiate parallele ai marciapiedi. Anche le politiche comuniste stanno, forse sotto la pressione del resto del mondo, cedendo al capitalismo, con catene di ristoranti rumene, moldave e ucraine presenti ormai in città.

Pochi passi lungo via 25 Ottobre, la strada principale di Tiraspol, per raggiungere la piazza in cui è situato un monumento cupo ed imponente: sotto la data 1990 – 1992 si trova il memoriale della guerra. Quando la Moldavia, a maggioranza romena, ha dichiarato l’indipendenza nel 1990, questa fascia di territorio, a maggioranza russa, avrebbe preferito lasciare le cose come stavano. Questo ha portato ad una guerra, conclusasi con l’accordo che rende la Transnistria ciò che è oggi, uno stato non stato, con e senza confini, con e senza regole, conosciuto poco e per le ragioni sbagliate, tra cui il traffico di armi e di droga, inevitabile in un sistema che dall’ufficialità così astratta. La piazza del memoriale, deserta se non per un gruppetto di soldati in uniforme, accoglie con un carro armato posto accanto ad una chiesa ortodossa dal duomo dorato. È una delle poche attrazioni in città, ma non l’unica: poco più avanti un’alta statua di Vladimir Lenin, dà le spalle con il suo mantello al palazzo governativo, simbolizzando probabilmente una guida nella giusta direzione.

 

Tiraspol si vede in un paio d’ore o poco più e alcuni direbbero che anche quelle sono troppe. Per chi è curioso (o nostalgico) nei confronti dell’USSR, è difficile trovare un posto come questo. Camminando in cerca di qualcosa da mangiare, una donna intenta ad allattare un bambino ci corre incontro. “Di dove siete? Cosa ci fate qui?”. Stupita dalla nostra visita, la giovane insegnante d’inglese ci chiede quali siano le nostre impressioni della sua città. Le poche persone con cui ho scambiato qualche parola mi hanno dato l’impressione che Tiraspol sia un luogo tutt’altro che ostile agli stranieri. Parlare di accoglienza, in un territorio separatista accusato di essere complice di traffico di esseri umani, commercio illegale di armi e droga e riciclaggio di denaro sporco forse è eccessivo, ma questi transnistriani, in fin dei conti, erano abbastanza simpatici. La donna ci indica due ristoranti: da una parte c’è Mafia, italiano, dall’altra La Placinte, moldavo. Optiamo per il moldavo.

Chi avrebbe mai detto che in Transnistria non solo fanno il vino, ma anche il vermouth ed il brandy? Bottiglie uguali a quelle del Martini, con etichette in cirillico, sono messe in bella mostra vicino a quelle di Kvint, la versione locale del cognac francese. La distilleria del Kvint si trova proprio a Tiraspol ed è un simbolo importante in Transnistria, non solo perché rappresenta il vizio dell’alcol di buona parte degli abitanti, ma soprattutto perché è riuscito a crearsi una fama di prodotto pregiato, seguendo lo stesso procedimento di produzione del cognac, vincendo numerosi premi e vendendo oltre venti milioni di bottiglie l’anno.

La tappa successiva era Odessa. Alla stazione, scopriamo che le marshrutka per la città ucraina erano già partite tutte. Troviamo un pulmino che ci porta fino al confine, che avremmo poi superato a piedi. Due soldati al controllo passaporti vogliono indietro il biglietto che funziona da permesso di soggiorno. Ancora una volta nessuno stampo sul passaporto, nessuna prova di uscita. Superato il confine, in Moldavia non si può più tornare. Senza stampo d’uscita, risulta, appunto, di non essersene mai andati. Rientrare senza essere usciti, quindi, è un problema, ma di tornare in Moldavia, per adesso, posso fare anche a meno. Almeno fino al prossimo passaporto. Camminando lungo la strada tra le due frontiere, mi giro per fare una foto al cartello che dà il benvenuto in Transnistria. Uno scatto con il cellulare ed immediatamente mi sento chiamare dai soldati a cento metri di distanza. “Cancella la foto”. Cancello la foto. Seppur in mancanza di prove, io in Transnistria ci sono stato davvero. Anche se non esiste, la Transnistria, ci sono stato. Lo giuro.

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