Guida alla Fervente Vita Notturna di Bishkek, Kyrgyzstan

Su Jibek Jolu, una delle vie principali di Bishkek, Kyrgyzstan, esiste un supermercato aperto ventiquattro ore su ventiquattro. Non è niente in confronto ai grandi ipermercati a cui siamo ormai abituati, ma se si pensa che questo è un paese in cui non si mangia altro che carne di montone ci si rende conto di quanto sia ben fornito. Nel supermercato si trovano pasta, pane semi-fresco, formaggi, frutta, verdura, tutto ciò di cui si potrebbe aver bisogno per mantenere una dieta bilanciata. Poi, svoltando a sinistra dopo il terzo scaffale, c’è un’intera parete coperta di vodka. C’è la vodka locale, la vodka russa, c’è quella, più costosa, svedese e di ognuna di queste si trovano decine di varietà. Prezzo di partenza? Circa un euro al litro.

Trovarsi di fronte a questo muro di vodka, in questo anonimo ma rispettabilissimo supermercato, segna l’inizio di ogni serata che si rispetti a Bishkek. L’incipit non sembra dei migliori, è vero, ma a chi sta pensando che l’unica forma di intrattenimento sia distruggersi il fegato con uno spirito neutro si sbaglia di grosso, questa città ha molto da offrire.

Il primo passo per una notte di successo – e non è chiaro cosa si intenda per successo – è tornare in ostello a radunare un gruppo di nuovi amici. Uscire da soli è una cosa triste, non importa quanto si abbia viaggiato. A questo serve la vodka: sedendosi nel giardino della Sakura Guesthouse, basterà stappare la prima bottiglia per far sì che gli altri backpacker si trasformino in mosche attorno alla cacca, attratti dai fumi dell’alcol, speranzosi di una bevuta a scrocco. Basterà far partire la solita conversazione, poi qualche battuta, e il gioco è fatto, la squadra è pronta.

Se è presto, si dovrà pensare a mangiare. Se si avrà già bevuto abbastanza, la fame sarà chimica. Ci sono diverse possibilità per evitare la temibile cucina locale, ma quando si deve mettere d’accordo un intero gruppo di persone alticce di provenienza diversa le opzioni tendono a ridursi a pizza o cinese. La miglior pizza di Bishkek si trova in un ristorante che ha deciso di utilizzare l’originale nome di Dolce Vita, resa più dolce probabilmente dalla fine dell’Unione Sovietica. Dolce Vita si trova un po’ fuori dal centro, in Ahumbaeva, sicuramente troppo distante da raggiungere a piedi, soprattutto data la struttura a griglia della città che rende ogni incrocio identico al precedente e difficile da navigare senza sapere il cirillico dei segnali. Quindi si può raggiungere il ristorante convincendo un tassista a suon di Som sonanti a far entrare dieci occidentali nella sua utilitaria oppure telefonare da qualcuno che parla russo e ordinare le pizze a domicilio. Sì, sono così avanti.

Il ristorante cinese invece è a cinque minuti a piedi dall’ostello e si riconosce come si riconosce ogni ristorante cinese del mondo: dalle lanterne rosse appese alla porta. Entrando ci si trova intorno ai classici tavoli rotondi e ad una cameriera che non ha idea di cosa stiamo dicendo, ma al contempo non se ne interessa, ordiniamo quello che vuole lei, senza saperlo. Boccali di birra annacquata continuano ad arrivare, fino a quando è il momento di pagare e rendersi conto di aver prosciugato una settimana di budget. Quindi, al dopocena.

Per i politicamente schierati c’è una scelta da fare: andare al da poco aperto Putin Pub, oppure optare per il più stabilito Obama Bar & Grill. Ma le possibilità sono infinite, è sorprendente quanti locali siano stati aperti in una città anonima e decadente come Bishkek. Per i nostalgici d’Europa uno dei posti preferiti dagli espatriati occidentali – sì, c’è gente che si trasferisce a vivere qui – è il Guinness Pub, che comincia a riempirsi dalle otto ed ha come principale attrazione, indovinate, la Guinness. Ma perché arrivare fino in Kyrgyzstan per finire a bere birra europea in mezzo a sudati uomini europei? Una scelta molto più approriata è senza dubbio il Kvartira, che tradotto significa l’appartamento. È un posto un po’ strano. Entrando ci si siede e subito arriva una cameriera in pigiama con i bigodini in testa che non parla inglese. Ordini birra e ti arriva la birra, ma te ne arrivano due litri. Poi vodka, perché… Non è chiaro, ma arriva. L’Appartamento però non vale una visita per l’alcol che si potrebbe trovare ovunque, ma perché oltre all’atmosfera casalinga ogni mezz’ora o poco più, succede che tutto lo staff interrompe i lavori e si mette a ballare. È parte dell’intrattenimento e, probabilmente, parte del loro contratto. C’è una coreografia e tutto, compreso di facce imbarazzate di chi si sente umiliato ma deve pagarsi gli studi e le facce sorridenti di chi vede questo pub come una rampa di lancio per il successo in televisione. Che probabilmente non arriverà. Ah, la musica è russa. Il bello di tutto ciò, è che dall’iniziale “Cosa sta succedendo” al trovarsi scalzi a rotolare tra i camerieri in pista è questione di solo quattro o cinque boccali.

Uscendo un po’ storditi dal Kvatira, ci vuole un minuto per recuperare l’orientamento e capire che la notte è ancora giovane. Ignorando tutte le avvertenze di non girare ubriachi per le strade del centro di notte si cammina a caso fino a trovare un giovanotto locale e chiedere indicazioni. Il giovanotto decide di aggregarsi abbandonando i suoi di amici, preferendo una compagnia straniera con la quale non può comunicare. Dice che il miglior locale in zona è il Bar Suk e non si può non fidarsi. Arrivando al Bar Suk ci si trova di fronte a due buttafuori in abito nero ed una hostess che punta il dito ad un cartello attaccato al muro: “Face Control”. Non è chiaro cosa sia il controllo della faccia, ma nel nostro caso si riduce al fatto che noi che siamo bianchi, stranieri e ricchi entriamo, mentre il giovanotto locale che ci ha accompagnato, che ha tradito i suoi amici e adesso è solo come un cane, rimane fuori al freddo. È un mondo ingiusto, ma nessuno è sobrio abbastanza da accorgersene.

Non sarebbe corretto definire il Bar Suk la discoteca più squallida della storia, solo perché dopo si può ancora andare al Retro Metro. Ma facciamo un passo alla volta. Al Bar Suk si va più per essere visti che per divertirsi. Le luci sono troppo luminose, le musica provoca sofferenza fisica e dato il costo delle bevande i soldi finiscono in fretta. Ci sono personaggi di ogni origine in questo locale, ma la maggior parte dei clienti sembra essere di sangue russo, pelli pallide che non hanno problemi a passare il controllo facciale. Essendo chiaramente turisti in un luogo in cui il turismo ha poco motivo di essere in molti si avvicinano per tentare di scambiare due chiacchere, incuriositi dalle barbe e dalla totale assenza di eleganza. Un uomo uscendo dal bagno nota il nostro gruppo e si avvicina urlando, in simpatia, un “Hail Hitler!”. Per essere specifici, era un uomo dagli occhi a mandorla e dalla pelle scura.

Un buttafuori chiede ad un ragazzo inglese della nostra squadra di uscire, dopo che questo non ha ancora capito che due schiaffi da una ragazza significano “no”. Ci viene indicato un altro locale, aperto fino al mattino, chiamato Retro Metro. È tardi, ma dato che nessuno lo sa, proseguiamo per il nostro tour. Il Retro Metro è una stanza buia all’interno della quale la gente balla. Questo lo si sa perché ogni tanto nell’oscurità ci si scontra e ci si rende conto dei movimenti degli altri. Sarebbe il luogo ideale in cui non danneggiare ulteriormente la propria dignità, ma non vogliono farci entrare. È tardi, siamo ubriachi, non siamo belli a vedersi. Un altro inglese gioca la carta dei soldi. “Quanto? Quanto vuoi? Facci entrare, ti pago. Prendi questi. E questi. E questi”, dice lanciando banconote da 20 Som – circa 30 centesimi di Euro – una sopra all’altra. Lo sguardo di ghiaccio della donna alla cassa non è impressionato.

Una ragazza del luogo nota la scena. È tatuata, la prima donna tatuata vista nel paese. Ci viene in soccorso, ha studiato in America, parla inglese, vuole aiutare. Scambia due parole con la cassiera, discutono un po’, poi si gira verso di noi. “Ha detto che potete entrare, ma non fate casino. La prossima volta, però, mettetevi le scarpe”. Ci guardiamo i piedi. Due di noi sono in infradito, uno ha perso una scarpa. Entriamo tuffandoci dentro i suoni del deejay kirghizo, ormai privi di forze e senza più motivazione di fare quello che stiamo facendo, se mai ve ne fosse stata alcuna. Un fotografo ci scatta una foto, poi riesce a vendercela per un sacco di soldi che qualcuno finisce per dargli. Altre vodke appaiono dal niente, ma nel buio è difficile anche centrarsi la bocca. Passa circa un’ora, dalle finestre si comincia a vedere il sole. È l’ora di recuperare il buon senso e tornare a fare del viaggio un’esperienza che arricchisce, non deteriora.

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