Soviet Innerness: l’Est, Visto da Dentro

Pensando agli ambienti urbani al di là della cortina di ferro, la prima immagine che viene alla mente è quella di paesaggi fatti di edifici grigi, imponenti ed impersonali. L’architettura degli stati dell’Est è ricordata dai più per i suoi angoli retti e funzionali, per il suo stile aggressivo, stoico, brutale, ma anche per la sua decadenza, per il suo riflettersi in ciò che è stato. Questa, ovviamente, è un’immagine parziale, che rappresenta solamente la facciata di una regione del mondo molto più variegata e ricca di umanità di quanto la sua estetica riesca a comunicare. Scoprire cosa esiste sotto la superficie, però, non per niente è facile. Elena Amabili e Alessandro Calvaresi ci riescono: con il loro progetto fotografico Soviet Innerness esplorano gli interni delle strutture abbandonate dei territori un tempo sotto l’influenza sovietica, mostrando le tracce lasciate da chi ha vissuto questi luoghi.

“L’idea di una raccolta fotografica di muri di edifici abbandonati è nata durante una giornata di urban exploration in Lettonia, qualche estate fa, nel 2014” mi raccontano Elena e Alessandro, che da anni percorrono le strade dell’Est incuriositi dallo sua storia. “Entrambi amiamo molto i colori, la grafica e l’interior design e l’idea di catalogare le ultime testimonianze di un vissuto ci ha affascinato da subito. La nascita, lo sviluppo e il declino dell’Unione Sovietica è un soggetto per noi estremamente interessante all’interno del quadro geopolitico del Novecento”.

Attraverso strati scoloriti di carta da parati, Soviet Innerness concede uno spiraglio sulla personalità delle famiglie che componevano il tessuto umano del blocco orientale. Attraverso dettagli dimenticati, nasce un catalogo di storie, spesso sovrapposte, da immaginare. L’obiettivo è semplice: “C’è stata vita dietro quelle pareti e noi vogliamo mostrarla attraverso i colori. Avresti mai immaginato che il rosa è una delle tonalità più usate per dipingere pareti – perfino nelle caserme?” mi spiegano i due ideatori del progetto da Berlino, dove fanno base.

Soviet Innerness riguarda esclusivamente un mondo che non esiste più – “basti pensare alle ex città chiuse/segrete o alle basi dell’Armata Rossa nei territori degli Stati satellite, abbandonate definitivamente nel 1994” -, ma non per questo irraggiungibile. Per trovare i luoghi da fotografare può contribuire la fortuna, ma più spesso vi è un lavoro di ricerca preventiva “Ci aiutiamo di base tramite mappe, pubblicazioni, documenti fotografici e suggerimenti di contatti con i nostri stessi interessi, anche se nell’ambiente dell’urbex si verifica spesso una forte riservatezza riguardo le geolocalizzazioni. Capita anche di trovare edifici abbandonati per puro caso, soprattutto avventurandosi attraverso località poco turistiche e meno conosciute, con alto tasso di spopolamento e conseguente abbandono. Penso ad esempio alle montagne bulgare, alle colline abkhaze o a i boschi lettoni”.

Ciò che appare dalle immagini di Elena e Alessandro è un paradosso: scorrendo tra le foto sembra che ogni generazione di inquilini abbia tentato, in un modo o nell’altro, di personalizzare le mura di quegli edifici che chiamavano casa, appropriandosi degli spazi nonostante la proprietà privata fosse inesistente o illegale. Il “bello” appare come una necessità essenziale per migliorare la vita, anche quando questo è più complicato da esprimere. Mi viene da chiedere, quindi, se vi sia un messaggio politico, oltre che artistico, all’interno di queste cornici? “Decisamente sì: l’architettura è, ed è sempre stata, un connubio di estetica e politica. La tendenza alla personalizzazione degli spazi è quello che più ci interessa all’interno del progetto – e con essa, anche e soprattutto la stratificazione delle personalizzazioni dei vari inquilini: un carotaggio di vernici diverse, stencil, carte da parati e giornali di varie epoche usati come isolante tra uno strato e l’altro.”

Elena e Alessandro hanno scattato, ad oggi, oltre 400 fotografie. Tutte dalla stessa angolazione, tutte accompagnate da un codice identificativo e la loro località di provenienza. Senza una didascalia o alcun contesto a disposizione, oltre a dover interpretare la storia delle strutture raffigurate, incuriosisce come i due fotografi siano entrati in contatto con questi posti, e viene da chiedersi se anche dietro all’obiettivo si nascondano episodi altrettanto interessanti. “Alcune volte capita di incontrare persone legate a luoghi ora abbandonati, che nostalgicamente tornano a visitare il loro passato” mi dicono quando chiedo loro cosa ci si può aspettare di trovare in luoghi disastrati e isolati “In Ungheria abbiamo incrociato un anziano russo che aveva portato la famiglia a vedere l’appartamento dove aveva vissuto per diversi anni, all’interno di una base sovietica dismessa nei pressi del Balaton. Vederlo nuovamente affacciato alla finestra della sua ex casa è stato molto emozionante”.

Soviet Innerness è un progetto a lungo termine, che non sarà completato a breve. “Il nostro unico obiettivo è catalogare quante più immagini possibili, prima che le strutture vadano perse per sempre – e con esse la memoria di un preciso momento storico” mi dicono Elena e Alessandro, che nel frattempo si preparano al prossimo viaggio verso est. L’intera collezione di fotografie è visionabile qui, oppure sul profilo Instagram di Soviet Innerness.

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