Autostoppismi Georgiani

La giornata più impegnativa, se non ricordo male, è stata quella impiegata per raggiungere Gori dal villaggio montano di Mestia, situato alto tra le vette dello Svaneti, salendo su e scendendo da ben otto mezzi diversi, mezzi che, tranne per il TIR ucraino che deve averci trasportato per almeno centocinquanta dei quasi quattrocento chilometri e la familiare dei polacchi in vacanza che ci ha accompagnato per tre minuti in cambio di una foto ricordo, erano tutti, sempre se non ricordo male, Lada sbiadite con un crocefisso ciondolante appeso allo specchietto retrovisore. Che poi, impegnativa si fa per dire, non è che a star lì col police alzato serva impegno, uno, semplicemente, sta lì, in piedi, dita incrociate (metaforicamente, s’intende) e aspetta che qualcuno si fermi. E in Georgia, ho avuto modo di scoprire, qualcuno si ferma sempre, come quel giorno, da Mestia a Gori, che, per fare un esempio concreto, un sacco di persone s’eran fermate, una dopo l’altra dico, non tutte insieme.

C’è questa idea, di cui mi è capitato spesso di sentir parlare, secondo la quale fare autostop per le donne è pericoloso o per lo meno poco consigliabile, non si sa mai cosa potrebbe capitare. E quando mi son trovato a discuterne, di questa teoria sulla quale di tanto in tanto mi viene chiesta un’opinione, non so bene perché considerando che non sono né donna né certo che tale categorizzazione sia più lecita in età odierna, quel che ho sempre detto è “Eh, dipende”, e quel che mi son sempre sentito rispondere è “Eh, facile dire dipende, sei un uomo tu”, e ci ho pensato, ed è proprio vero, “dipende”, in fin dei conti, cosa vuol dire esattamente? Nulla, è solo un modo di uscire puliti da una discussione in cui si sa di aver perso; e se da una parte un fervore femminista mi spingerebbe a dire “Ma no, ma cosa dite, che c’è gente là fuori, donne dico, che l’autostop lo fa senza problemi”, dall’altra di incitare una persona, sempre donna dico, a mettersi sul ciglio della strada con il pollice in su non sento di potermi prendere la responsabilità, visto che, appunto, non si sa mai cosa potrebbe accadere, anche se questo, se proprio si volesse controbattere, si potrebbe dire che vale per tutti, donne sì, ma anche uomini, che mica son fatti d’acciaio. Dunque, quando succede di parlare di donne che fanno l’autostop continuo a dire “Eh, dipende”, sottintendendo che ognuno dovrebbe fare quel che ritiene più giusto, l’importante è che non si venga a chiederlo a me cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, che io, davvero, ancora ci ho capito ben poco e come sia arrivato fin qui è tutt’oggi un punto interrogativo.

Quello a cui volevo arrivare, e volevo arrivarci in poche righe ma poi l’ho presa lunga e ancora, come vedete, non ci siamo, è che quando penso al potenziale ma non accertato pericolo che le donne corrono sulla strada – e non fraintendete, sto ancora facendo riferimento all’ambito del turismo frugale, non a quello della prostituzione, su cui rifletto, sì, ma in più rare occasioni, magari parliamone un’altra volta – penso non solo a coloro che sperano di ottenere un passaggio, ma anche a coloro che un passaggio lo offrono senza volere niente in cambio. Ecco, parzialmente inconscio delle implicazioni di questo mio approccio, quando sono lì, in piedi sull’asfalto georgiano con due dita metaforicamente incrociate e uno effettivamente elevato a sperare nella bontà di un passante motorizzato, non riesco a fare a meno di dirmi che se io fossi una donna sola al volante a me un passaggio probabilmente non lo darei, anche se nel mio caso specifico, l’unico su cui posso mettere la mano sul fuoco, so esattamente cosa potrebbe capitare, cioè niente, non è che stia lì per strada ad aspettare di far male alla gente, ci mancherebbe, però sì, empatizzo con quel timore che ostacola l’accoglienza e se dovessi dire a mia sorella “dai, esci, vai in giro a raccogliere autostoppisti”, probabilmente non lo direi, o almeno, non così, come se nulla fosse.

Insomma, il punto, adesso un attimo e ci arrivo, è che a darci il primo passaggio in Georgia è stata una donna, una donna sola, bella, profumata e generosa, “La gente va aiutata” diceva,  e non è che la cosa sia stata del tutto sconvolgente, però ammetto di aver pensato tra me e me, per un momento, mentre salivo in macchina e davo inizio alla solita routine del graziemille-dovevai-chisei-chefai e così via, “Ah però”. E subito dopo aver pensato “Ah però”, nell’istante successivo proprio, neanche il tempo di far ripartire la macchina, mi son detto accidenti, che arretrato che sono a pensare queste cose nel 2017. E poi la frizione si è alzata e la macchina ha cominciato a muoversi e siamo partiti.

Natalia si chiamava la ragazza, una russa che lavorava in un hotel tra le montagne georgiane, scesa a Batumi per il finesettimana e adesso di ritorno verso la sua reception. Sulla strada per Kutaisi, oltre a noi due, me e Luca, un amico che mi aveva raggiunto dall’Italia in mancanza di un piano migliore per l’estate, non che questo somigliasse in alcun modo ad un piano però, insomma, almeno viaggiando sembra di far qualcosa, Natalia aveva caricato un terzo autostoppista, un altro russo, dicendo “Eh, ho caricato voi, mi sembra brutto non caricare anche lui, stringiamoci, stringiamoci che la gente va aiutata”, e noi gli abbiam detto va bene, certo, aiutiamolo, come se bisognasse decidere tutti insieme, così è salito il russo, e abbiamo ricominciato con il dovevai-chisei-chefai e così via e poi loro si son messi a conversare in russo ed io mi son detto “meglio così” e mi sono messo a leggere, che a me leggere sui mezzi in movimento piace proprio e in autostop di rado è possibile, o insomma, è possibile, ma non si fa, che la gente ci rimane male, ti ha aiutato appunto e almeno un po’ di intrattenimento in cambio lo vorrebbe, tranne quando son russi, con loro va bene, che di sentimenti ne hanno pochi. Il nostro nuovo compagno di viaggio, che mi viene da chiamare Igor anche se sono sicuro si chiamasse in altro modo, raccontava, prima di escluderci dalla conversazione, di essere venuto fin dalla Russia in autostop, e non da un posto tipo chessò la Cecenia, o la Calmucchia, che son di là dal confine, ma dalla Russia quella lontana, la Russia siberiana addirittura, anche se poi è venuto fuori che la Russia l’aveva fatta in treno e solo una volta in Georgia aveva cominciato a cercare passaggi, dettaglio non da poco tenendo conto del fatto che il novanta percento del suo itinerario era in Russia, comunque mica è una gara, va bene anche così. Poi ci ha detto che in Russia faceva l’artista, il pittore nello specifico, e anche lì, parlando, dopo un po’ è venuto fuori che in realtà faceva l’imbianchino, che va bene anche quello, ma insomma un po’ di attenzione con le parole, che poi ci si confonde. Poi si è messo a parlare con Natalia, e non si fermava mai, e chissà cosa le diceva, mi piacerebbe saperlo il russo, ma non lo sapevo allora, e neanche oggi se è per questo, e quindi non ho capito granché, fatto sta che a metà strada si erano già scambiati il numero, e ho pensato, hai visto a fare il cauto, uno considera tutti i rischi in cui una donna incorre caricando un autostoppista e poi finisce che l’unico vero rischio è innamorarsi di Igor, con tutto quel che ne consegue.

Visto il successo del primo passaggio avevamo pensato che fosse una buona idea proseguire su questa scia. La scia, poi, non ci ha più lasciato e in quelle due settimane é finita che abbiamo preso trentatré mezzi diversi, senza né pagarli, né sapere esattamente dove fossero diretti. E adesso, che son tornato, io la Georgia me la ricordo proprio così, vista dall’interno delle macchine, o dei camion, di trentatré sconosciuti, incorniciata dai finestrini di automobili in movimento. Cartoline mosse di luoghi che non lo sono.

Il giorno dopo aver incontrato Natalia eravamo partiti da Kutaisi per raggiungere le montagne del Parco Nazionale dello Svaneti e io non credevo di riuscire ad arrivarci in autostop, chi vuoi che ci vada lassù pensavo, ma poi Luca ha detto “Dai, proviamo, mal che vada non si va” e quindi ho detto va bene, proviamo, che non andare non costa niente dopotutto, poi non è che lassù sentano la nostra mancanza. La verità, devo ammettere, è che io non sono un grande autostoppista. Se dovessi vantarmi di qualcosa, non mi vanterei certo di saper fare l’autostop, ecco, anche se capisco sia difficile da credere visto che son già più di mille parole che ne parlo. Se dovessi vantarmi di qualcosa, mi vanterei piuttosto di prendere gli autobus, di prendere i treni, di prendere la bicicletta o, semplicemente, di stare a letto, sì, a stare a letto son proprio bravo, così bravo che ogni volta che esco e vado in posti come a Kutaisi, a bordo della strada, sotto al sole, con nessuno che si ferma, penso ma che ci sono venuto a fare in questo posto, non potevo stare a letto che ci stavo così bene. Lo penso quasi sempre, giuro, poi passa qualche mese, mi dimentico, e finisco per tornare in posti che mi fanno pensare a perché non sia rimasto a letto. Mah. L’autostoppismo non è il mio forte purtroppo, ma se c’è una cosa per cui sono ancora meno portato dell’autostop è prendere decisioni. Io, potessi, non deciderei mai niente e di solito, infatti, mica lo faccio. Quindi ero lì, a bordo della strada, sotto al sole, a Kutaisi, a fare l’autostop, perché non l’avevo deciso io ed era più semplice così e pensavo, accidenti, saranno dieci anni che campo in questo modo.

In cinque o sei passaggi siamo arrivati a Mestia. Il primo a fermarsi quel giorno è stato un ragazzo che lavorava all’aeroporto, un parcheggiatore di velivoli o qualcosa del genere. Andava a centosessanta all’ora e per fortuna l’aeroporto era vicino. Poi qualcun altro ci ha portato fino al villaggio di Khobi, che sarà stato a metà strada o giù di lì. E dopo a fermarsi è stata la polizia, che voleva sapere prima cosa ci facessimo a Khobi, che di motivi per essere a Khobi ve ne erano chiaramente ben pochi, poi dove intendessimo andare. In Georgia non è che ci siano molte strade, nel caso di Khobi per l’appunto ce n’era una sola, quindi noi gli abbiamo detto “In là” e loro hanno “Ah, bene anche noi andiamo in là”, che coincidenza mi son detto, quindi siamo saliti con la polizia, ci siamo fatti prendere un po’ per il culo in georgiano, poi siamo stati scaricati dieci chilometri più avanti, nel mezzo al niente, e loro son tornati indietro come se avessero cambiato idea sulla direzione. E poi ci ha raccolto altra gente, e un pezzetto alla volta siamo arrivati dove volevamo, con neanche troppa convinzione, arrivare. L’ultimo a fermarsi era stato un russo, ex ingegnere nucleare ormai in pensione, che diceva di aver lavorato in Georgia quando la Georgia era Unione Sovietica e adesso tornava ogni anno per un po’ ferie tra le montagne. Ci aveva detto che un posto bello come il Caucaso non si trovava in nessun altro angolo del mondo e poi ci aveva detto di non rompere i coglioni e smetterla con le domande che voleva sentire la musica, e si è messo a cantare, in russo, con la radio a fare da sottofondo.

Tre notti di sosta a Mestia, per poi cominciare la discesa verso sud in direzione Yerevan, Armenia, a circa ottocento chilometri di distanza. Il camionista ucraino, che non si sa bene cosa trasportasse, ci aveva caricato a Senaki e portato fino a destinazione in un paio d’ore. Senza di lui, cioè continuando a muoverci di villaggio in villaggio, probabilmente non saremmo arrivati fino a Gori in giornata. Che non sarebbe stato un grosso problema a dire la verità, anche a Gori non è che sentissero la nostra mancanza. Però, insomma, avevamo risparmiato un giorno, che considerando il tempo limitato a disposizione era un piccolo successo. A Gori ci eravamo fermati per vedere la casa di Stalin, una casa che in realtà non era molto diversa dalle altre e a pensarci sembrava proprio strano che uno potesse esser nato lì e poi arrivato a fare tutti quei danni, considerando anche che la gente di Gori sembrava gente tranquilla, chissà che gli è preso a Stalin per diventare Stalin. Avevamo provato a spiegarlo anche al camionista ucraino perché stavamo andando a Gori, ma senza parlare né il russo, né l’ucraino gli abbiamo detto solo “Stalin! Stalin!” e lui non sembrava esserne entusiasta come lo eravamo noi. Una volta a Gori siamo quindi andati a casa di Stalin. C’era la casa di Stalin e dietro la casa una statua di Stalin, e dietro la statua il museo di Stalin, che lo consiglio a chiunque abbia qualche ambizione comunista, non che io avessi ambizioni comuniste, o di alcun tipo per dirla tutta, però insomma, è interessante, e dietro il museo c’era un vagone di un treno in cui dev essere salito Stalin e tra il treno e il museo c’era un vecchietto seduto per terra che vendeva scatole di fiammiferi di Stalin per un Lari ciascuna e gliene ho comprate tre, ho detto non si sa mai venga colto da un impeto rivoluzionario e mi venga voglia di dar fuoco a qualcosa, anche se poi non è successo e me li son portati a casa come souvenir. Due scatole poi le ho regalate, una, quella con Stalin da giovane, mi è rimasta in tasca e un giorno all’università l’ho tirata fuori e una ragazza l’ha vista e mi ha detto “Chi è quello?” e io gli ho detto “È Stalin” e lei un po’ perplessa ha detto “Ah” e io, che non sapevo che rispondere, gli ho detto “Eh”, e poi da quel giorno si è sempre messa a sedere dall’altra parte dell’aula.

 

Io, della Georgia, mi rendo conto di non aver visto poi così tanto, ma non è che me ne penta, il desiderio di vedere cose è un po’ calato negli ultimi anni. Di conseguenza, quando mi si chiede suggerimento su cosa fare in Georgia, non ho questi grandi consigli da dare. C’è una cosa però, che dico sempre: se vai in Georgia, sì, vai a casa di Stalin, sì, mangia il khachapuri, ma se non bevi l’acqua di Borjomi, allora  è come non esserci stato in Georgia, è come aver fatto un viaggio a vuoto. L’acqua di Borjomi, prelibatezza caucasica, si dice abbia delle proprietà curative a dir poco miracolose. Costa il doppio dell’acqua normale, è incredibilmente gassata e quando la assaggi la prima cosa di cui ti accorgi è il sapore di uova marce. Nonostante ciò, io nell’arco di qualche giorno ero passato dal bere acqua non-Borjomi a bere solo ed esclusivamente acqua Borjomi, al punto che se al ristorante vedevo arrivare un altro marchio guardavo il cameriere come a dire per chi mi hai preso, qui o Borjomi, o si va a secco. E andando via da Gori, per l’appunto, ero lì, sulla strada, con una bottiglia di acqua di Borjomi in mano e una famiglia di russi si ferma e ci chiede “Dove andate?”e noi gli diciamo “A Akhalstikhe e voi?”, e loro “Noi a Borjomi, salite” e così siamo saliti e siamo partiti per il luogo di culto che era ormai divenuta la sorgente dell’acqua Borjomi. Io i russi non li avrei fatti così disponibili nei confronti degli autostoppisti eppure guarda, dicevo, eccoci di nuovo in macchina con dei russi, che di parlare non hanno molto interesse, però intanto ti prendono e ti accompagnano, che mica è poco. Questi, poi, non ci volevano proprio lasciare: da Borjomi, se avessimo aspettato un paio d’ore, ci avrebbero portato fino a Akhaltsikhe, pensa te che generosità, ma due ore in autostop sono preziose e alla fine siamo ripartiti da soli, senza neanche vederla la santissima sorgente dell’acqua Borjomi, ma appunto, vedere cose non è che sia così importante.

A Akhaltsike ci hanno accompagnato due ragazzi giovani, che parlavano inglese meglio di chiunque altro avessimo incontrato lungo la strada, un piccolo sollievo dopo le conversazioni intermittenti avute fino a quel momento. Siamo partiti e abbiamo cominciato a scambiarci storie, origini ed opinioni, e subito è venuto fuori che io vengo da un posto ma abito in un altro, ad Amsterdam per la precisione, e loro, neanche il tempo di farmi finire la frase, mi hanno detto di essere a favore della legalizzazione della marijuana, non che gliel’avessi chiesto, ma va bene, gli ho detto. A Akhaltsikhe poi la Georgia era quasi finita, saranno stati centocinquanta chilometri dal confine, che in un paio d’ore li fai, ma poi ci abbiamo messo tutto il giorno, prima perché un armeno che avevamo conosciuto al bar ha deciso di portarci a casa per farci vedere l’orto del padre, poi a quel punto siamo rimasti a pranzo e poi il padre ha tirato fuori il vino, anche quello di produzione artigianale, e ci ha dato un sacchetto di pesche, e poi le cose sono andate per le lunghe, poi ci siamo fatti accompagnare fino a Vardzia, che a quel punto eravamo in amicizia ed è bastato chiedere, da Vardzia poi abbiamo trovato una camionetta di elettricisti, che in realtà non si sono fermati del tutto, hanno fatto un gesto e siamo saltati dietro al mezzo in movimento, inconsci del fatto che vi fossero chiazze di olio motore un po’ ovunque sul retro, e oltre all’olio motore c’era un russo, autostoppista acrobata anche lui, lì a sedere, con una GoPro in mano. E ci siamo salutati, ma senza stringerci la mano, un po’ perché era sporca, un po’ perché eravamo in equilibrio precario, un po’ perché lui stava filmando non si sa bene cosa e sembrava brutto interrompere. Poi ci siamo fermati, gli elettricisti hanno tirato fuori una bottiglia di birra, che quando uno sente “bottiglia di birra” immagina una Peroni da trentatrè, qui invece si trattava di un contenitore da due litri, di quelli che servono due mani per tenerlo. E così abbiamo bevuto in un campo, poi gli elettricisti sono tornati, ormai un po’ brilli, a lavorare e noi abbiamo trovato un camionista fino alla cittadina successiva, e poi un altro camionista, un turco che ci ha fatto togliere le scarpe per entrare nell’abitacolo, e alla fine siamo arrivati al confine. E siamo entrati in Armenia a piedi, e ci siamo guardati un po’ intorno, poi non sapendo che altro fare abbiamo tirato su i pollici, una Lada si è fermata, e siamo partiti di nuovo.

Un Altro Bicchiere di Arak

di Angelo Zinna

Villaggio Maori Edizioni (2016)


Nel 2010 sono partito per un viaggio verso oriente che doveva durare pochi mesi. Sono tornato a casa cinque anni dopo. Un Altro Bicchiere di Arak racconta la tappa finale di questo percorso, l'Iran, e i quattro mesi impiegati per raggiungerla attraversando l'antica Via della Seta senza volare. Dalla Cina al Kirghizistan, fino all'Uzbekistan ed un mancato arresto ai confini turkmeni, per arrivare a scoprire il lato più umano di un paese contradditorio come è l'Iran.

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