La Praga di Kafka

Raggiungere il castello di Praga è tutt’altro che complicato: dal Ponte Carlo basta seguire le file di persone che risalgono il colle come fosse un formicaio, turisti che si muovono come insetti, vittime di una inspiegabile trasformazione causata da un semplice volo internazionale. In breve tempo, partecipando al pellegrinaggio, si arriva a destinazione, senza ostacoli burocratici o alcuna richiesta di permesso speciale, senza sguardi sospettosi o bastoni tra le ruote. Il castello di Praga, però, non è l’unico per cui in tanti arrivano alla capitale ceca. C’è anche Il Castello di Kafka, l’opera incompiuta che assieme a La Metamorfosi ed Il Processo ha reso celebre l’autore in ogni angolo del mondo.

È strano pensare che Franz Kafka visse una vita piuttosto anonima, camminando per le strade del centro storico, dove è difficile percorrere più di qualche centinaia di metri senza imbattersi in una maglietta, una tazza o una calamita raffigurante il suo volto, ma è ancora più curioso immaginare cosa si sarebbe potuto trovare al posto di statue, monumenti e souvenir se Max Brod, amico fidato dell’autore, avesse scelto di seguire le indicazioni lasciate da Kafka all’avvicinarsi della sua morte, distruggendo tutto quel che restava dei suoi scritti. I libri a cui abbiamo accesso infatti, sono una parte minima della produzione di Kafka, che prima di ammalarsi di tubercolosi all’età di quarant’anni bruciò oltre il 90% dei suoi testi. Nonostante ciò, il materiale sopravvissuto è stato sufficiente a far sì che a Praga, oggi, si arrivi anche per Kafka.

La Praga di Kafka è una città fatta di edifici ordinari che dell’autore hanno cancellato il passaggio e di monumenti eretti a suo nome, probabilmente in seguito all’interesse mostrato dai turisti che hanno cominciato ad arrivare qualche decennio fa. Kafka non divenne popolare tra i cechi fino a quando non fu il pubblico internazionale a considerarne l’importanza e quindi viaggiare per vedere quali tracce un personaggio così ambiguo avesse lasciato nella città di cui, anche se mai in modo esplicito, aveva mostrato il lato più oscuro.

Un buon punto di inizio per qualsiasi itinerario kafkiano è il quartiere di Mala Strana, a ovest della Moldava, in cui si trova il Museo Franz Kafka. Era da qui che avevo cominciato il mio giro, visitando le sale buie che ospitano un’ampia raccolta di lettere, prime edizioni e pagine di diario scritte da Kafka in gioventù, oltre a dei filmati che tentano di mostrare il rapporto dell’autore con la città. Kafka lasciò di rado Praga nel corso della sua breve vita. Fino a trentun’anni visse insieme ai suoi genitori, dedicandosi allo sconfortante lavoro d’ufficio presso un’agenzia d’assicurazioni e scrivendo, in tedesco, solo nel tempo libero. È chiaro quindi che nonostante Praga non venga mai citata direttamente nei suoi romanzi, l’ispirazione per descrivere i sistemi totalitari e le prigioni burocratiche con cui è diventato famoso non può che provenire dalla sua città natale.

Oltrepassando il fiume e camminando verso nord lungo la sua riva, si raggiunge in un quarto d’ora un edificio moderno che ospita il lussuoso hotel InterContinental. Un sito poco interessante da qualsiasi punto lo si osservi, se non fosse per il fatto che proprio qui è stato scritto La Metamorfosi. L’edificio in cui Kafka visse durante la scrittura del libro che forse lo ha reso più famoso fu demolito nel 1945, e successivamente rimpiazzato dallo scintillante hotel che si trova qui oggi. Essendo La Metamorfosi ambientato interamente in un appartamento, sono in molti a credere che l’autore descrisse il luogo delle disavventure di Gregor Samsa basandosi sulla propria casa, anche se questo è impossibile da confermare, un po’ come è impossibile confermare in quale insetto Samsa si sia esattamente trasformato.

Tornando in centro città si incrocia la Sinagoga di Staronova, la più antica di tutta Europa. Kafka era uno dei trentamila ebrei residenti a Praga, la cui popolazione, al tempo, si divideva principalmente tra cechi, tedeschi ed una minoranza ebrea. Nonostante la sua relazione con la religione non fosse priva di dubbi, Kafka era un frequentatore abituale della Sinagoga, che è oggi una delle attrazioni più famose della città. A pochi passi di distanza si trova il centro della Franz Kafka Society, un luogo che appare come una semplice libreria specializzata, ma è anche casa editrice e sede dell’organizzazione che assegna il prestigioso premio letterario Franz Kafka, vinto negli anni da nomi come Roth e Murakami. Se poi di luoghi meta-letterari non se ne avesse abbastanza la libreria Franz Kafka si trova dietro l’angolo e oltre a vendere cartoline depressive e borse di tela, offre sui propri scaffali tutto quel che Kafka ha scritto, ma anche tutto ciò che su di lui è stato scritto.

Come per l’appartamento in cui fu ideato La Metamorfosi, anche la casa natale di Kafka non esiste più. Nella via che oggi prende il nome dell’autore, situata nel cuore della città, proprio dietro all’Orologio Astronomico, si può leggere il suo nome su una targa, ma per il resto non restano prove significative. Una situazione simile si trova a Dlohua 705: anche qui, un edificio di fronte al quale nessuno si fermerebbe ha sostituito la casa in cui Kafka scrisse Il Processo. Un secondo hotel invece ha preso il posto di un luogo che è stato incisivo per Kafka: quel che oggi è l’Old Century Hotel era un tempo la sede della compagnia assicurativa dove l’autore era impiegato in un lavoro che sopportava a fatica, necessario per mantenersi ma al contempo d’ostacolo alla scrittura.

Il mio tour letterario a questo punto si stava rivelando piuttosto fallimentare: di tracce Kafka ne ha lasciate ben poche in città. Forse essere dimenticato era quello che desiderava; chissà cosa ne sarebbe rimasto delle opere di Kafka non fosse stato per Max Brod. E chissà cosa ne è rimasto, dopo che Brod, nel 1939, decise di partire per la Palestina, riempiendo una valigia con tutto quel che Kafka aveva scritto. Col passare degli anni, due terzi del tesoro di carta e inchiostro contenuto in quella valigia sono tornati alla Oxford Bodleian Library, ma i restanti documenti, pagine di diario, lettere e manuscritti rimasero con Brod fino alla sua morte alla fine degli anni sessanta, passando poi in eredità alle figlie e finendo al centro di una battaglia legale durata decenni per stabilire a chi spetti la proprietà di tutti questi fogli che Kafka voleva, come dichiarato in una lettera destinata a Brod, venissero distrutti e fatti scomparire.

Kafka parlò più volte del suo desiderio di trasferirsi in Palestina, ma non riuscì mai a partire. Lasciò Praga per andare a Vienna a curarsi dal famoso sanatorio del Dottor Hoffman, ma anche questo si rivelò un viaggio senza successo: l’autore morì il 3 Dicembre 1924 mentre stava finendo di comporre Il Digiunatore, ed il suo corpo venne riportato a Praga poco dopo, su richiesta dei familiari. Kafka è sepolto al Nuovo Cimitero Ebraico, vicino alla fermata Zelisvkeho della metro. Qui, passeggiando tra migliaia di lapidi in pietra, si può raggiungere l’angolo di terra sotto il quale Kafka e la sua famiglia sono stati sotterrati.

Il rapporto di amore e odio che l’autore ebbe con la sua città non è stato d’ostacolo alla costruzione di una serie di monumenti, grandi e piccoli, che ne ricordano il lavoro. Raggiungendo la zona di Mustek, è impossibile perdere la scultura rotante ideata da Devid Cerny, che ogni pochi minuti compone e ricompone il ritratto di Kafka, riflettendolo sulle vetrine del centro commerciale vicino; tornando nel quartiere ebreo invece, si trova un’opera che potrebbe passare inosservata, la statua – forse più consona al personaggio – di Kafka che cavalca un uomo senza testa, costruita dall’artista Jaroslav Rona, in riferimento ad un episodio contenuto in Descrizione di una Battaglia.

2 Comments

  1. La tua immagine di Kafka che cammina il centro di Praga e che forse desiderava non lasciare tracce evidenti del suo passaggio nella storia, mi ha ricordato un passaggio de “Il mestiere dello scrittore” di Murakami in cui racconta di come, spesso, la gente immagina gli scrittori in maniera stereotipata: uomini d’azione, con una vita avventurosa o geni tormentati che vivono una vita tutt’altro che abitudinaria. Poi cita Kafka ricordando come, invece, il genio a volte si nasconde in una figura quasi anonima, un impiegato assicurativo che conduceva una vita normalissima e che scriveva durante il suo tempo libero. Poi sul fatto che non fosse anche lui tormentato, non ci metterei la mano sul fuoco.

    • Angelo Zinna ha detto:

      Sì, per quel (poco) che ne so io Kafka non visse una vita facile e ci sono prove che considerò il suicidio nel 1912. Credo che sia la situazione familiare che il lavoro fossero problemi pesanti nella sua vita, quets’ultimo per la routine che entrava in conflitto con il suo lavoro di scrittore, ma anche perché lavorando in una compagnia assicurativa si trovava spesso a confronto con casi disperati, che poi gli rimanevano in testa.

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