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Cotone, antrace e collettivismo: viaggio sulle rive scomparse del lago d’Aral

Viaggio sul Lago d'Aral

Raggiungere quel che resta dell’Aral richiede tempo, qualunque sia il tuo punto di partenza. Situato in un angolo remoto dell’Asia centrale tra il Kazakistan e l’Uzbekistan, quel che una volta era il quarto lago più grande del mondo si è contratto fino quasi scomparire, con conseguenze disastrose per le comunità che dipendono dalle sue acque.

Le macchie d’acqua scura visibili sulle mappe odierne rappresentano una frazione di quello che era il lago d’Aral sessant’anni fa. Registrata nell’archivio Memory of the World dell’UNESCO, la tragedia ecologica che ha colpito la regione è stata causata da una forza molto più feroce del riscaldamento globale: le politiche agricole dell’Unione Sovietica.

Cosa è successo al lago d’Aral

Una nave abbandonata sulla costa del lago d’Aral. La maggior parte delle navi kazake sono oggi state smantellate per la vendita del ferro. Foto © Angelo Zinna.

Fino agli anni ’60, il lago d’Aral copriva un’area di oltre 65.000 chilometri quadrati, che forniva all’URSS più del 15% del suo pescato, producendo decine di migliaia di posti di lavoro. Questo, tuttavia, non era sufficiente per il governo sovietico, che nella seconda metà del ventesimo secolo decise di convertire questo arido angolo di mondo in una delle più grandi piantagioni di cotone esistenti all’epoca.

L’Aral era alimentato da due dei principali fiumi dell’Asia centrale, l’Amu Darya e il Syr Darya. I nuovi piani per far crescere l’agricoltura sovietica stabilivano che, invece di nutrire il lago, i corsi d’acqua dovevano essere deviati per formare il sistema di irrigazione necessario a sostenere l’industria del cotone. Sotto il governo Khrushchev gli ingegneri sovietici costruirono 32.000 chilometri di canali, 45 dighe e più di 80 serbatoi per irrigare i campi con l’acqua proveniente dai due fiumi.

La piazza centrale nella cittadina di Aralsk, Kazakistan occidentale. Foto © Angelo Zinna.

Lo sviluppo di un’agricoltura industrializzata era stato pensato come soluzione ai problemi sociali ed economici fin dai primi tempi dell’Unione Sovietica. Già nel 1918 Lenin aveva scritto “l’irrigazione sarà più efficace di ogni altro mezzo per ravvivare il territorio, seppellire il passato e rendere più sicuro il passaggio al socialismo” e in un certo senso aveva ragione: l’Uzbekistan è diventato uno dei maggiori esportatori mondiali di cotone, producendo fino al 61% della produzione totale sovietica. Ma se da un punto di vista economico la strategia ha avuto successo, il costo per l’ambiente è stato senza precedenti.

Il processo di industrializzazione non si è limitato a privare l’Aral dei suoi immissari. Si stima che tra il 25% e il 75% dell’acqua, a seconda della stagione, andò sprecata a causa della cattiva costruzione dei canali di irrigazione. L’acqua necessaria a nutrire le assetate piante di cotone evaporava o si disperdeva nel deserto prima ancora di arrivare a destinazione, causando un esaurimento ancora più rapido di una risorsa già limitata.

Il letto del lago d’Aral. Foto © Angelo Zinna.

Con le piogge che costituivano solo un quinto delle riserve idriche del lago, l’Aral ha iniziato a ritirarsi rapidamente a partire dagli anni Sessanta. Nel corso di quattro decenni, il bacino si è ridotto a un decimo della sua dimensione originaria, per poi quasi dividersi in una sezione settentrionale sul lato kazako e una sezione meridionale sul lato uzbeko. Nell’estate del 2014, un’immagine del Terra Satellite della NASA ha mostrato che, per la prima volta nella storia moderna, il lobo orientale dell’Aral meridionale si era completamente prosciugato.

Sul letto del lago d’Aral. Foto © Angelo Zinna.

L’impatto di questo disastro ecologico causato dall’uomo continua a farsi sentire dalle comunità locali che cercano di sopravvivere in una condizione di estrema fragilità. Il villaggio di pescatori di Moynak, un tempo una città di oltre 30.000 abitanti, ha visto più della metà della sua popolazione andarsene mentre la riva del lago si allontanava sempre più. La scomparsa dell’Aral, tuttavia, non ha inciso solo sull’economia locale. Con l’acqua sostituita da una vasta distesa di terra arida, il clima sta cambiando, rendendo le precipitazioni ancora più scarse. Sabbia e sale sono ora trasportati dal vento insieme a pericolose sostanze chimiche utilizzate per fertilizzare le piantagioni di cotone, contaminando l’intera regione. Le malattie respiratorie sono in aumento, mentre le “guerre dell’acqua” tra i paesi dell’Asia centrale diventano una minaccia sempre più vicina.

L’isola tossica di Vozrozhdeniya emerge

Fino al 1948 Vozrozhdeniya era un anonimo lembo di terra circondato dalle acque turchesi del lago di Aral. L’isola di 120 chilometri quadrati da sempre utilizzata come base d’appoggio per i pescatori locali, ha cambiato scopo quando il governo sovietico ha deciso di trasformarla in un terreno di prova per alcune delle più letali armi chimiche esistenti.

Una nave ormai sotterrata, vicino al villaggio di Aqespe. Foto © Angelo Zinna.

Sconosciuta nel mondo occidentale, l’isola di Vozrozhdeniya è diventata la sede del progetto segreto Aralsk-7. Dalla fine della seconda guerra mondiale fino alla caduta dell’Unione, è rimasta un territorio nascosto dove veleni e virus venivano convertiti in armi. Secondo la BBC, l’antrace veniva coltivato in grandi vasche di fermentazione accanto al vaiolo, alla peste bubbonica e a malattie come la tularemia, la brucellosi e il tifo.

Con la caduta dell’Unione Sovietica, ciò che accadeva a Vozrozhdeniya è gradualmente emerso dall’ombra, e mentre un’operazione congiunta dei governi americano e uzbeko ha tentato di ripulire il luogo, i resoconti sullo stato di sicurezza dell’isola variano notevolmente. In più, l’isola non è più un’isola: con l’evaporazione dell’Aral, Vozrozhdeniya è diventata parte del deserto del Karakalpakstan, e il suolo contaminato è adesso collegato al resto del territorio uzbeko. Situata a 360 chilometri da Moynak, Vozrozhdeniya è tutt’altro che accessibile. Gli appassionati di dark tourism, però, stanno lentamente cominciando a raggiungere questa terra tossica e desolata. È possibile che la zona si apra al turismo in un futuro prossimo.

Resuscitare il lago d’Aral

I pochi bambini rimasti del villaggio semi-abbandonato di Aqespe. Foto © Angelo Zinna.

Il futuro dell’Aral meridionale non è promettente. Le politiche agricole messe in atto dall’Unione Sovietica sono rimaste invariate dopo il 1991. Sotto la presidenza di Islam Karimov, che ha preso il potere in Uzbekistan dopo l’indipendenza e ha governato fino alla sua morte nel 2016, l’industria del cotone è rimasta sotto il controllo dello Stato. Karimov ha fatto di tutto per mantenere lo status di uno dei principali produttori di cotone del mondo senza considerare il costo umano o ambientale delle sue strategie aggressive. La produzione intensiva di cotone ha impoverito il suolo di gran parte del territorio uzbeko, provocando l’inaridimento dei terreni a con il progredire dell’insostenibile monocoltura.

Se non bastasse, l’Uzbekistan è stato a lungo accusato di ricorrere al lavoro forzato per mantenere alta la produzione di cotone. Bambini, studenti e adulti sono stati sistematicamente mandati nei campi durante la stagione della raccolta tra settembre e ottobre, obbligati a spezzarsi la schiena per quello che nella regione è conosciuto come “oro bianco”. Mentre il cambio di governo sta lentamente facendo progressi per risolvere il problema, 314 marchi di moda hanno firmato un accordo per boicottare il cotone uzbeko e tentare di fermare la produzione di tessuti attraverso il lavoro minorile.

La speranza invece sopravvive nell’Aral settentrionale, dove gli sforzi per salvare ciò che resta del bacino hanno dato risultati positivi negli ultimi anni. Nell’ambito di un progetto finanziato con 86 milioni di dollari dalla Banca Mondiale, il Kazakistan ha eretto la diga di Kokaral, un argine lungo 13 chilometri completato nel 2005 che ha portato a un incredibile aumento del livello dell’acqua in soli sette mesi. Il reintegro dell’acqua nel lago ha significato un ritorno del pesce e con questo dell’ottimismo nella cittadina di Aralsk, che torna a vedere la propria economia crescere dopo anni di crisi.

Raggiungere il lago d’Aral

Da Almaty, in Kazakistan, è necessario un viaggio in treno di almeno 20 ore per raggiungere il sonnolento villaggio di pescatori di Aralsk, il punto di accesso all’Aral settentrionale. Aralsk è raggiungibile anche da Aktau, ad ovest. Dal villaggio, dovrete trovare una guida per raggiungere la riva vera e propria o uno dei villaggi che un tempo circondavano il lago. L’esperto locale è Serik Dyussenbayev collaboratore di lunga data della ONG Aral Tenizi, che ha fornito ai pescatori locali e alle loro famiglie sostegno sociale e finanziario durante gli anni della recessione, aiutandoli nel ripristino del lago.

Una camionetta UAZ sul letto del lago d’Aral. Foto © Angelo Zinna.

Un viaggio classico in fuoristrada attraversa il fondale del lago tra branchi di cammelli, barche da pesca arrugginite arenate e villaggi semi-abbandonati. Il minuscolo insediamento di Akespe, dove oggi vivono solo nove famiglie, emerge tra le dune di sabbia di questo paesaggio desolato. Una fonte termale vede arrivare alcuni visitatori locali per i suoi fanghi, ma per il resto l’incontro con altri esseri umani non dovrebbe essere tra le aspettative: l’area è un’enorme distesa di vuoto sorvolata dalle aquile a caccia di prede che si nascondono tra la bassa vegetazione.

L’ultima nave abbandonata ancora in acqua. Foto © Angelo Zinna.

Dalla capitale uzbeka di Tashkent, il tempo di viaggio non è molto più breve, con Moynak, uno dei pochi insediamenti rimasti nella regione, a oltre 1.300 chilometri di distanza.

Rispetto alla sezione kazaka, la parte uzbeka del lago di Aral è molto più popolare tra i visitatori. L’attrazione principale da questo lato del confine è il “cimitero delle navi”, una collezione fotogenica di imbarcazioni che si ergono alte nel mezzo della steppa, ricordando ai turisti dove un tempo arrivava l’acqua. Mentre sul lato kazako la maggior parte delle navi abbandonate è stata smantellata, la città di Moynak, in Uzbekistan, sopravvive anche grazie al turismo e quindi protegge queste impressionanti attrazioni di ferro e ruggine.

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