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Chernobyl: a Stalkers' Guide

Chernobyl, cultura stalker e psicogeografia: intervista al fotografo Darmon Richter

Dal 2013 il fotografo Darmon Richter torna regolarmente a Chernobyl per raccontate quegli aspetti della zona di alienazione ancora nascosti al turismo di massa. Dopo venti viaggi, in cui Richter ha vestito i panni del turista, della guida e dello stalker, le sue fotografie sono state raccolte in Chernobyl: a Stalkers’ Guide, un libro che esplora le aree evacuate di Ucraina e Bielorussia combinando le immagini alle storie di chi vive, lavora e gestisce la Zona.

In uscita per FUEL Publishing, il libro raccoglie le architetture imponenti dell’era sovietica, i monumenti che rischiano di essere dimenticati e i piccoli villaggi ormai inglobati dalla natura in una collezione affascinante di scatti difficilmente ripetibili. In questa intervista parlo con Darmon di come nasce un progetto di questo genere, degli effetti del turismo di massa sulla regione di Chernobyl e della sottocultura degli stalker che ancora oggi è viva e vegeta.

Cominciamo parlando dei tuoi venti viaggi nella zona di alienazione di Chernobyl. Come è iniziato tutto e cosa ti ha portato a tornare così tante volte?

Il mio primo viaggio a Chernobyl, nel 2013, è stato un’esperienza strana. Sono rimasto sorpreso da come alcuni aspetti sembrassero artificiali, ad esempio le bambole e le maschere antigas disposte in modo deliberato. Durante quel viaggio abbiamo visitato solo i siti tipici di un tour standard e me ne sono andato sentendomi come se avessi visto tutto ciò che volevo vedere di Chernobyl. All’inizio non avevo alcun desiderio di tornare, ma nel corso degli anni ho continuato a guardare le mappe della zona e mi sono reso conto di quanto piccola fosse la parte che avevo visitato in confronto alla superficie totale. 

Una volpe posa davanti al cartello che indica la strada per Pripyat dalla centrale nucleare di Chernobyl. © Darmon Richter / FUEL Publishing

Qualche anno dopo ho stretto amicizia con una guida di Chernobyl e abbiamo iniziato a lavorare insieme sui nostri itinerari. Ho scoperto che c’erano davvero poche restrizioni su ciò che i turisti potevano e non potevano visitare. La maggior parte dei tour presenti sul mercato seguiva lo stesso itinerario, non perché fosse obbligatorio, ma perché funzionava. Così abbiamo deciso di fare il contrario. Abbiamo iniziato a portare i gruppi in alcuni degli angoli più lontani e meno visitati della zona di alienazione, lontano dalla folla e da tutte quelle stanze piene di oggetti di scena disposti in modo innaturale. 

Sono sempre rimasto curioso di ciò che nascondeva la regione e spesso sono tornato solo, con amici, o a visitare persone che vivono all’interno della Zona. La zona di alienazione di Chernobyl è un’area vasta, con una storia che risale a molto prima del disastro, e anche se forse è stato il disaster tourism ad attirarmi per la prima volta, da allora mi sono appassionato alla storia del luogo e delle persone che ci vivono e lavorano.

Hotel “Polissya”, Pripyat. Un tempo l’edificio più alto della città, l’hotel ospitava scienziati, ingegneri e politici in visita da altre parti dell’Unione Sovietica. © Darmon Richter / FUEL Publishing

Chernobyl: a Stalkers’ Guide racconta questi anni di viaggi, offrendo una panoramica delle aree meno conosciute all’interno della zona di alienazione, sia sul versante ucraino che bielorusso. Come ha preso forma questo progetto? Come hai approcciato la casa editrice FUEL e qual è stata la loro risposta?

È buffo, all’inizio non avrei mai pensato di realizzare un libro su Chernobyl. C’è stato un periodo in cui visitavo la Zona tre, quattro o più volte all’anno, e ogni volta tornavo a casa con più foto, fino a quando mi sono reso conto di avere decine di migliaia di scatti di Chernobyl sul mio hard disk. Uno dei vantaggi del visitare spesso un luogo è che si cominciano a vedere cose insolite. Per esempio, nel libro ci sono le foto di una volpe selvatica in posa davanti al cartello di Pripyat e di un alce che attraversa un fiume al tramonto. Nemmeno il più grande fotografo del mondo potrebbe pianificare questi scatti. 

Tornando così tante volte stavo anche imparando molto di come funzionano le cose dietro le quinte, costruendo legami personali con alcuni dei re-settlers, con gli stalkers e con i dipendenti della centrale elettrica. Incrociavo alcune di queste persone così spesso che cominciavo a vederle come colleghi. Ho anche iniziato ad apprendere cose su Chernobyl che non avevo mai visto scritte o pubblicate da nessuna parte prima di allora.

Il retro dell’emblema del comunismo situato sul tetto di un palazzo. Questo simbolo veniva illuminato di notte. © Darmon Richter / FUEL Publishing

Quando ho contattato per la prima volta FUEL avevo proposto loro un progetto completamente diverso. Invece abbiamo finito per parlare di Chernobyl. Ho raccontato loro della mia collezione di foto e di tutte le cose che avevo imparato sul posto. Ci siamo resi conto entrambi che questo lavoro aveva il potenziale per essere trasformato in un libro davvero speciale. 

Alcune delle foto nel libro sono state scattate durante spedizioni illegali nella zona. Puoi dirmi qualcosa di più su questi viaggi? E sulla cultura degli stalker di oggi? E poi – domanda ovvia – quali sono i rischi per la salute?

Oggi c’è una sottocultura crescente di persone – per lo più ucraini, bielorussi e russi – che visitano illegalmente la zona di Chernobyl. Si definiscono “stalker”, prendendo in prestito il nome dal romanzo di fantascienza Picnic sul Ciglio della Strada di Boris e Arkady Strugatsky del 1972. Quando progettavo e conducevo i miei tour a Chernobyl potevo già organizzarmi per andare praticamente ovunque volessi nella Zona, quindi non avevo bisogno di unirmi a un gruppo di stalker per vedere altri luoghi. Tuttavia, non volevo arrivare al punto di essere considerato un “esperto di Chernobyl” senza aver mai sperimentato la Zona come fanno tante persone del posto. Sembrava un’esperienza necessaria, qualcosa che dovevo provare se volevo capire l’intero quadro. Così, durante le ricerche per il libro, ho fatto un’escursione illegale di quattro giorni attraverso la Zona di esclusione di Chernobyl con una giovane guida ucraina che si identificava come stalker. Il mio racconto di quell’esperienza costituisce un intero capitolo del libro.

Ufficio postale, Pripyat. Il murale illustra l’evoluzione della comunicazione, dalle tavolette e i rotoli di pietra, ai treni postali e un cosmonauta sovietico. © Darmon Richter / FUEL Publishing

Questi stalker tendono ad avere difficoltà con la stampa. Molti dei media li descrivono come “teppisti spericolati” e hanno la reputazione di avere poca cura per le misure di sicurezza per proteggersi dalle radiazioni. Tuttavia, le persone che si definiscono stalker costituiscono una popolazione molto ampia, che comprende persone di ogni età provenienti da diversi paesi. Alcuni di loro mettono online articoli e fotografie in inglese e poiché questi account sono i più accessibili per molti occidentali, spesso vengono presi come rappresentanti degli stalker nel loro insieme.

In realtà c’è un numero enorme, forse addirittura la maggioranza, di stalker attivi che visitano la Zona per sé stessi. Molti di loro non condividono l’esperienza al di fuori dei forum di stalker in lingua russa. Si tratta quindi di un fenomeno che è molto complicato da attribuire a una certa fascia demografica o da interpretare come l’azione di adolescenti spericolati, per esempio.

Parco giochi vicino alla scuola media n. 3 di Pripyat. Ogni microdistretto aveva i propri negozi e strutture ricreative. © Darmon Richter / FUEL Publishing

Penso che sia anche importante ricordare che l’esperienza del turismo tradizionale a Chernobyl non è qualcosa che tutti possono permettersi. I turisti e i giornalisti occidentali che visitano Chernobyl in modo “corretto” si uniscono di solito a tour di un giorno che costano quanto un mese di salario minimo ucraino. Alcune compagnie turistiche offrono sconti per la gente del posto, ad esempio il 50% di sconto per i visitatori ucraini, ma rimane comunque difficile per la popolazione locale godere di questa esperienza privilegiata. Credo che nessuno abbia più diritto ad essere curioso di Chernobyl di quanto lo sia la stessa popolazione ucraina.

Per i giovani ucraini questo evento ha avuto un enorme effetto nel plasmare il loro paese, il loro mondo, come lo conoscono. Ma se vogliono vedere questi luoghi in prima persona come stanno già facendo tanti turisti stranieri, per molti di loro è più facile scavalcare una recinzione che pagare il prezzo di un tour ufficiale.

I tetti di Pripyat, visti attraverso una fessura di ventilazione di una torre residenziale. La centrale elettrica, completa del Nuovo Arco, è visibile all’orizzonte. © Darmon Richter / FUEL Publishing

Per quanto riguarda i rischi per la salute, una spedizione illegale può essere fatta, in teoria, con la stessa sicurezza di un tour ufficiale. Alcuni stalker visitano Chernobyl da oltre un decennio e hanno una comprensione della dosimetria e del controllo delle radiazioni molto più profonda di molte guide turistiche ufficiali. Mi è capitato di vedere sconsideratezza e cattiva scienza da entrambe le parti. Sono rimasto impressionato dalla conoscenza della mia stessa guida stalker, che utilizzava lo stesso tipo di dosimetro che usano le normali guide turistiche. In quel particolare viaggio siamo stati in grado di rilevare ed evitare rischi relativi alle radiazioni.

Naturalmente, la natura non regolamentata dei viaggi degli stalker significa che non tutti i visitatori illegali della Zona sono responsabili. Esiste anche un certo tipo di spavalderia. Molti degli stalker che pubblicano i loro resoconti online vogliono creare questa immagine dell’avventuriero spericolato e spensierato. In realtà, spesso hanno una buona comprensione di dove si trovano i “punti caldi” e di quali sono i percorsi più sicuri. Ad essere onesti, avendo fatto io stesso un viaggio di questo tipo, non credo nemmeno che le radiazioni siano il rischio più grande che gli stalker si trovano ad affrontare. Finché si dispone di un dosimetro funzionante, le aree pericolose sono facili da evitare. Sarei più preoccupato per le cose che non si possono individuare facilmente, come i pavimenti che crollano, l’amianto o i lupi.

Strada dei boscaioli, Zona di esclusione di Chernobyl. I visitatori illegali della Zona preferiscono questi sentieri remoti alle strade principali, frequentate dalle pattuglie della polizia e dagli autobus turistici. © Darmon Richter / FUEL Publishing

Un altro aspetto importante della tua fotografia è il focus sulla conservazione dei monumenti sovietici che rischiano di scomparire con il cambiamento delle città. Puoi parlarmi del tuo progetto Monumentalism e di come si sovrappone al libro di Chernobyl?

Monumentalism è un progetto fotografico che ho iniziato a condividere online qualche anno fa. Dal 2011 circa, vivo e viaggio nell’Europa dell’Est e sono particolarmente affascinato dall’architettura modernista di questa regione. Guardando queste strutture sembra quasi che gli architetti dell’epoca fossero in competizione per creare le forme più grandi, più strane e più drammatiche. Il sito web di Monumentalism mostra questa estetica così come si è manifestata in diversi paesi socialisti in tutto il mondo – non solo nell’Europa orientale, ma anche a Cuba o in Corea del Nord.

Campo vacanze “Izumrudniy” (“Smeraldo”), vicino a Chornobyl. Un tempo un luogo popolare per le vacanze estive, questi chalet rustici in legno, dipinti con personaggi di cartoni animati e fiabe, sono stati completamente distrutti dagli incendi boschivi dell’aprile 2020. © Darmon Richter / FUEL Publishing

Da questo punto di vista, Pripyat nella zona di Chernobyl è una città molto interessante per me. È stata progettata come “atomgrad”, il titolo dato alle città sovietiche coinvolte nella produzione di energia nucleare. Doveva essere una sorta di utopia socialista, con tutti i palazzi utilitari puliti e decorati con falci, martelli e i simboli dell’atomo. Non è l’unica città di questo tipo ad essere stata costruita, ma la trovo interessante per il fatto che non è cambiata dopo il disastro. Mentre molte delle altre atomgrad sono state modernizzate, ampliate e adattate a diversi stili di vita sotto nuovi governi, Pripyat sembra quasi conservata nell’ambra. 

Un paio di anni fa ho iniziato un nuovo progetto documentaristico nella zona di Chernobyl, fotografando i monumenti commemorativi della guerra in tutti i villaggi abbandonati. Un monumento trascurato agli eroi caduti è, per me, uno dei luoghi più tristi da vedere. Monumentalism è uno studio delle forme visive e credo che questo libro lo completi dandomi la possibilità di raccontare alcuni episodi che collegano il design alla storia.

La ruota panoramica, Pripyat. Sebbene la città sia stata evacuata prima della cerimonia ufficiale di apertura del primo maggio, la ruota è stata utilizzata occasionalmente prima del disastro, contrariamente a quanto si crede. © Darmon Richter / FUEL Publishing

Parliamo di etica: il dark tourism è sempre stato un argomento controverso, ma negli ultimi anni il numero di persone che si recano a Chernobyl è cresciuto in modo esponenziale. Come vedi il turismo di massa che interessa la zona? Credi che ci siano problemi etici nel visitare una zona disastrata? E se sì, c’è un modo “giusto” di affrontare la questione?

Il turismo a Chernobyl è in costante aumento dall’inizio degli anni 2000 e l’anno scorso sono entrati nella Zona 124.000 turisti. Quindi c’è sicuramente un effetto di sovra-turismo che comincia a farsi sentire in alcune zone. Pripyat ha visto più persone nel 2019 di quante ne abbia mai viste in un solo anno prima del disastro. Bisogna anche dire che il turismo rappresenta solo una piccola percentuale dell’attività umana nella Zona. I pendolari che ogni giorno si recano a Chernobyl per lavoro superano ancora di gran lunga i turisti. 

Inoltre il turismo nella Zona è per lo più limitato a un’area piuttosto piccola. La maggior parte degli autobus segue un percorso identico, quindi, nonostante queste strade possano a volte sembrare affollate, gran parte del resto della Zona rimane intatta. Alcune delle compagnie turistiche locali stanno ora iniziando ad offrire nuovi itinerari e attività che distribuirebbero il turismo in modo più uniforme in tutta la regione – compresi i tour naturalistici, i viaggi in kayak lungo il fiume, e così via. Il turismo è un bene per la regione, poiché riporta posti di lavoro e reddito in una zona ancora in difficoltà dopo il disastro. Penso, però, che sia importante per gli operatori turistici diversificare la loro offerta, in modo da non sovraccaricare le limitate infrastrutture turistiche.

Sala di controllo 2, centrale nucleare di Chernobyl. Un turista studia le console, disattivate dopo un incendio nel 1991. I controlli non sono più operativi e a volte i dipendenti della centrale permettono ai visitatori di premere pulsanti e interruttori. © Darmon Richter / FUEL Publishing

Per quanto riguarda l’etica della visita: è complicato, perché molte delle persone che oggi vivono all’interno o nei dintorni della zona di Chernobyl non pensano più a questo luogo come a una “zona disastrata”. La zona di Chernobyl è più grande di alcune nazioni. Contiene monumenti e luoghi commemorativi, luoghi in cui i visitatori dovrebbero certamente mostrare il dovuto rispetto per coloro che vengono commemorati. Ma l’idea che l’intera Zona, tutti i 2.600 chilometri quadrati, debbano essere trattati come un unico grande sito commemorativo è semplicemente irrealistica e non è quello che la gente del posto chiede. Le uniche critiche che ho sentito sul comportamento dei turisti nella Zona provengono da altri stranieri, mai dai residenti stessi. Personalmente, non mi piace vedere il vandalismo nella Zona, o qualsiasi comportamento che sembra attivamente irrispettoso nei confronti della difficile storia del luogo, ma non credo che i visitatori debbano trattare l’intera esperienza come un funerale. Una donna del posto mi ha detto di essere felice di vedere la gente che si diverte da queste parti come in passato.

La tua scrittura e la tua fotografia non si concentrano solo su ciò che vedi, ma anche sul “come” vedi. Puoi raccontarmi del tuo approccio psicogeografico al viaggio? Quali letture hanno ispirato questo tuo modo di muoverti nello spazio? Come ha arricchito la tua esperienza a Chernobyl?

Credo che il mio primo vero contatto con la psicogeografia sia stato la graphic novel di Alan Moore, From Hell. Ha un passaggio incredibile dove un viaggio in carrozza per Londra in epoca vittoriana diventa un tour esoterico attraverso i simboli della città, tracciando una narrazione tramite il vecchio folklore britannico che torna indietro fino alla Regina Boudicca e all’invasione romana. 

Qualcosa di quel libro mi ha davvero colpito: l’idea di muoversi nello spazio guidati da simboli e associazioni, piuttosto che seguire la rigidità di una mappa convenzionale. Ho continuato a leggere Lud Heat di Iain Sinclair, che tratta molti degli stessi temi della storia mistica londinese, e da lì ho iniziato ad entrare nel difficile: la psicogeografia radicale d’avanguardia di Guy Debord e l’Internazionale Situazionista.

Sala di controllo 3. In alto a sinistra, sopra questi pulsanti a forma di cubo, si trovava il comando manuale “scram” per terminare immediatamente la reazione di fissione inserendo tutte le barre di controllo in una sola volta. Nella vicina sala di controllo 4, il 26 aprile 1986 alle 1.23.40 del mattino, questo interruttore fu azionato a scatti e si verificò un malfunzionamento che causò l’incidente. © Darmon Richter / FUEL Publishing

Sono davvero contento che tu mi abbia fatto questa domanda, perché spero che Chernobyl: a Stalkers’ Guide possa servire proprio come una sorta di indagine psicogeografica della zona di Chernobyl.

Gran parte dell’esperienza di Chernobyl è definita dalle conoscenze pregresse che i visitatori portano con sé nella Zona. Per esempio, nel tragitto da Kiev a Chernobyl dobbiamo superare quasi 50 fermate di autobus. Ma una volta che si è all’interno della Zona e ci si ferma a vedere una piccola pensilina in cemento armato: quella struttura non è più solo una fermata dell’autobus. È una fermata dell’autobus di Chernobyl. Tutto il gruppo di turisti si riunirà per fotografarla.

I cani randagi diventano cani di Chernobyl, le cassette postali diventano cassette postali di Chernobyl, e così via. Questo rende tutto improvvisamente più interessante, eppure è solo così perché 30 anni fa alcuni burocrati hanno deciso di tracciare una linea sulla mappa proprio qui, invece che lì. I cani non sanno di essere cani di Chernobyl.

Pripyat Café. Questo edificio e le sue suggestive vetrate sono attualmente conservate da un
progetto finanziato privatamente. La città ospita ancora numerosi cani randagi, discendenti di animali domestici abbandonati dagli sfollati, che spesso sono alimentati dai turisti. © Darmon Richter / FUEL Publishing

Molte delle fotografie più iconiche di Chernobyl sono in realtà scene tutt’altro che uniche. L’Ucraina ha visto un massiccio spopolamento negli ultimi decenni, che ha portato al completo abbandono di molti villaggi rurali. Con i colleghi della mia guida, a volte abbiamo scherzato su come potremmo risparmiare portando i nostri gruppi in qualsiasi villaggio vuoto dell’Ucraina, per poi dire loro che sono a Chernobyl.

Ovviamente ci sono alcuni luoghi della Zona che non si possono visitare altrove – la centrale elettrica stessa per esempio o lo straordinario radar Duga -, ma per la maggior parte dei tour standard, l’esperienza di Chernobyl che i turisti vivono è definita più dalla conoscenza pregressa dell’area, e dalle associazioni che questa evoca, che da qualsiasi caratteristica singolare dell’ambiente.

“Chernobyl” significa cose diverse per persone diverse. I coloni che vi abitano vivono un’esperienza opposta a quella dei turisti, anche se a volte occupano lo stesso spazio. E poi ci sono gli stalker che pur seguendo, a volte, un percorso quasi identico a quello dei bus delle agenzie interagiscono con la Zona in modo completamente differente.

Murale su un edificio residenziale intitolato “Heroes of Stalingrad Street”, Pripyat. Questo murale nello stile del realismo socialista raffigura cittadini virtuosi (un contadino, un vigile del fuoco, un ufficiale di polizia e un giovane pioniere) sotto un radioso stemma sovietico. © Darmon Richter / FUEL Publishing

Quindi, il modo in cui ho strutturato il libro, consiste essenzialmente in una serie di viaggi a più livelli nella Zona. In ogni viaggio, la Zona è vista attraverso una lente diversa, e queste intuizioni diventano più profonde ad ogni capitolo: passo dal guardare Chernobyl da turista a pianificatore di tour, a intruso, a residente, a scienziato. In definitiva, come spiego nel primo capitolo del libro, credo che gran parte dell’esperienza di Chernobyl che i turisti stanno vivendo sia già preformata nelle loro menti, e profondamente radicata nel cinema post-apocalittico dell’era della Guerra Fredda.

Con il libro in uscita, pensi a Chernobyl come a un capitolo chiuso? Continuerai a tornare indietro o hai nuovi progetti all’orizzonte? 

Questo libro mi sembra un importante momento di svolta. È davvero il culmine di tutto quello che ho visto e imparato in questi ultimi venti viaggi a Chernobyl e penso che la gente sarà molto sorpresa da alcuni dei suoi contenuti. Tuttavia, Chernobyl è un luogo molto complicato e sta cambiando in continuazione. Sono sicuro che potrei fare altri 20 viaggi, guardare come le cose cambiano e si sviluppano, e poi pubblicare qualcosa di nuovo e altrettanto sorprendente. Ma mi piace anche l’idea di chiudere questo capitolo e andare avanti. Ho molti altri progetti a cui sto lavorando e dopo quasi un decennio nell’Europa dell’Est ho molte, molte fotografie che non ho ancora mai condiviso con nessuno. Molte di queste finiranno un giorno su Monumentalism, ma non credo che passerà molto tempo prima che cominci a lavorare sulla pubblicazione di un altro libro.



Chernobyl: a Stalkers’ Guide è disponibile sul sito di FUEL.

Darmon Richter è attivo su Instagram e Twitter. I suoi racconti e fotografie si trovano anche sul suo sito ufficiale.

Richter gestisce anche Monumentalism, uno studio visuale dell’architettura monumentale socialista.