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Nelle Terre del Tè: Darjeeling vs Munnar

Una si trova ai piedi dell’Himalaya, l’altra nel pieno della fascia tropicale. Entrambe sono in India, entrambe sono conosciute per lo stesso motivo, ma a migliaia di chilometri l’una dall’altra ciò che queste destinazioni hanno da offrire è ben diverso. Darjeeling, in West Bengal, e Munnar, nello stretto stato del Kerala, sono i punti di riferimento, in India, per quanto riguarda la cultura del tè. Nonostante la qualità cambi, Darjeeling produce uno dei tè migliori al mondo mentre le piantagioni di Munnar sono di gran parte proprietà di una multinazionale, non importa fare finta di capirci qualcosa per mettersi per strada verso le colline di queste regioni. Quello che si beve, qui, è solo uno dei motivi di un viaggio e non è certo il primo. Se il tramonto che brucia le vette himalayane non basta la fauna dei Western Ghats potrebbe essere un’alternativa più avventurosa, ma se l’afa dei monsoni impedisce il trekking le porte dei monasteri tibetani sono sempre aperte.

Salendo verso Munnar le strade si stringono in curve troppo strette per chi ha ancora voglia di vivere, ma gli autobus indiani percorrono ogni chilometri senza un tocco di freno. Ciò che si abbraccia sono i Western Ghats, la più importante catena montuosa dell’India meridionale che è oggi Patrimonio dell’Umanità UNESCO per la sua flora e fauna che respira in uno degli ambienti più piovosi al mondo. Le giungle di queste vette sono casa dei cobra reali, di tigri, e oltre 300 specie in via d’estinzione. Arrivare a Munnar dalla base, che sia questo dal Tamil Nadu oppure dal Kerala, richiede tra le due e le quattro ore, ma il viaggio è un’esperienza a sé stante.

Anche Darjeeling richiede una lunga scalata per essere raggiunta: una jeep, un Sumo, come è chiamato qui il mezzo che in un paio d’ore raggiunge la meta da Siliguri, parallelo a dirupi da panico, percorre ad alta velocità queste strade scassate. Fino a poco tempo fa un’alternativa più romantica era disponibile, un treno risalente all’era britannica, dichiarato anch’esso Patrimonio dell’Umanità e conosciuto come toy train per la sua dimensione – non più di quattro o cinque carrozze – si trascinava a passo di lumaca in una salita più ripida di quanto sembrava potersi permettere, partendo da New Jalpaiguri. Al momento il servizio è stato annullato, non è chiaro per quanto. Le temperature calano salendo ma il disegno delle montagne vale tanto quanto quello del sud. Se non di più, perché questo è l’Himalaya.

Mentre Munnar con le sue forme pittoresche, i suoi hotel con vista e il clima ideale, si è ormai creata la nomea di destinazione da luna di miele, a Darjeeling non si va solo per il verde delle piantagioni che brilla sotto il sole. L’aspetto culturale qui è un modo per scoprire un’India particolare, l’India delle montagne che si distacca fortemente da quello che è il caos delle città. La regione del Gorkhaland, di cui Darjeeling fa parte, lotta da anni per l’indipendenza, e la sua vicinanza a Nepal e Tibet ne fa un incrocio di diverse etnie che danno il loro meglio nei mercati del centro, l’unico vero punto d’incontro per le donne delle tribù che scendono a fare la spesa. L’induismo rimane acceso, ma l’impronta buddhista è certo la più pesante con una serie di monasteri, bandiere e monaci in rosso zafferano che qui si riuniscono.

La primavera di Munnar è il periodo migliore per una visita. Il centro della piccola cittadina è composto da poche, brevi, strade che si incrociano e qui si trovano la maggior parte delle guesthouse economiche, i ristoranti ed i negozi. Per fortuna le via di fuga sono diverse e basta camminare un quarto d’ora per trovarsi lontani dai guidatori di tuk tuk che hanno un tour su misura già pronto nel cassetto. Per le viste migliori basa dirigersi verso il View Point, a quattro o cinque chilometri dal centro, ma è proseguendo che si riesce a entrare nell’interno delle piantagioni dove sentieri deserti lasciano aperte tutte le possibilità di perdersi.

Alla Happy Valley Plantation di Darjeeling è possibile visitare la fabbrica e capire il processo che parte dalla foglia e finisce nella tazzina. Il tè di Darjeeling è tra i più raffinati al mondo e quasi l’intera produzione ha come scopo l’esportazione. Per gli indiani, che bevono il loro chai con latte, zucchero e spezie, un tè più amaro (e meno costoso) è preferito. Il tè di Munnar è per questo più comune, anche se la multinazionale Tata che è proprietaria di molte piantagioni della zona ne esporta anche una grande quantità. Ma la provenienza non è il solo sintomo di qualità ed in entrambe le regioni le aziende produttrici vendono diverse categorie dei loro prodotti. Le foglie più piccole, le cime, sono anche le più delicate e per questo il tè che ne viene fuori è più buono, ma anche il periodo dell’anno in cui avviene la raccolta influenza il sapore finale. Sia a Munnar che a Darjeeling la quasi totalità delle coltivazioni è destinata a diventare tè nero. Una fetta minima di piantagione finisce per essere tè verde. Pochi sanno che in realtà è la stessa pianta che produce entrambe le varietà e solo il processo di raffinazione determina il tipo di tè: il tè nero è fermentato, mentre quello verde è mantenuto allo stato grezzo, ma la foglia è la stessa.

Quale scegliere quindi tra le due destinazioni? Semplice, Munnar per il clima, Darjeeling per la cultura.

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