Verso Nord, in Treno

Il treno 022 diretto a Murmansk parte alle 21:06 dalla stazione di Ladozh a San Pietroburgo ed arriva a destinazione alle 21:40 del giorno successivo. Ogni vagone ha il suo controllore, il quale si occupa di ispezionare i documenti di tutti i passeggeri di cui è responsabile. Il mio è il vagone numero venti, un vagone di terza classe situato quasi alla fine di questo lunghissimo treno, che ospita cinquantaquattro persone su cuccette suddivise a gruppi di sei. Il treno parte puntualmente, alle 21:06 esatte. Alle 21:07 esce dalla stazione. Alle 21:08 si sente rovesciare la prima lattina di birra.

Un uomo si guarda intorno, cercando uno sguardo a cui chiedere scusa. Nessuno è molto interessato. Il controllore arriva di corsa con uno straccio, in pochi minuti l’odore di malto scompare ed il pavimento torna ad essere pulito. L’uomo, un signore tozzo dal viso arrossato, si apre un’altra lattina, nascosta in malo modo all’interno di una busta di carta marrone.

Percorrere questi mille e trecento chilometri mi costa circa trentotto euro. Ho prenotato senza difficoltà sul sito delle ferrovie russe, che dispone adesso di una versione in inglese, scegliendo il posto ventisei, un letto al piano superiore sul quale trovo una busta contenente lenzuola pulite ed una coperta. Al posto ventisette c’è una signora che si presenta come Nastya Petrova, mentre di fronte a me, al posto ventinove, c’è Vladimir. Entrambi hanno circa ottant’anni e nessuno dei due parla inglese. Nastya Petrova, però, tira fuori un dizionario, lo apre, e mi dice “Sto imparando”. Parlando a gesti riusciamo a comunicare quanto segue: sono italianski, non sono qui per i mondiali, sto andando a Murmansk mentre loro si fermeranno a Kem, San Pietroburgo è meglio di Mosca, e ho una figlia, che non è vero, ma loro hanno capito così e io non sono riuscito a spiegare che hanno capito male.

Pochi minuti dopo la partenza viene a sedersi con noi Pavel, che è più giovane e un po’ di inglese lo parla. Mi spiega che i due anziani sono parte di un viaggio organizzato. Sono veterani della Seconda Guerra Mondiale ed il Governo  offre loro, come servizio sociale, un’escursione gratuita all’anno per andare ad ammirare alcune delle più importanti bellezze della Russia. In questa occasione sono diretti alle isole Solovetsky nel lago Onega, un museo architettonico a cielo aperto nominato Patrimonio dell’Umanità UNESCO, ma anche un ex-gulag dove Stalin mandava i prigionieri ai lavori forzati. Insomma, una meta vacanze certamente particolare. Pavel è il loro accompagnatore e dopo aver esaurito rapidamente la discussione calcistica, provo a raccontargli un po’ il mio itinerario, sperando in qualche spunto. “Kizhi è molto bella. Ma è piena di serpenti, stai attento” mi dice, “Come piena di serpenti?”, “Piena, infestata”, “Ah”.

“Va bene San Pietroburgo, va bene Mosca. Ma perché a Volgograd? Che ci vai a fare?”, “Non lo so, è lì, per strada”. Pavel non capisce. “Dimmi tu, dove potrei andare? Che io mica lo so, sto andando un po’ caso” gli chiedo, “Vai in Crimea, la Crimea è fantastica”. La Crimea io me la ricordavo un po’ problematica come destinazione, ma è chiaro che non sia aggiornato sulla situazione odierna. “E come ci vado in Crimea? Dall’Ucraina?”. C’è un momento di silenzio. Anche gli altri due passeggeri, pur non parlando inglese, sentono “Ucraina” e si voltano a guardarmi. “Non parliamo di politica, per favore” mi chiede Pavel. “È logistica, non politica” provo a spiegare, “C’è un ponte” mi risponde, e con questo la conversazione muore e cominciamo a preparare i letti.

Arriviamo a Kem dopo le dieci. I miei compagni di viaggio mi salutano ed io mi giro, tentando di dormire qualche ora in più ed accorciare così il tempo che rimane per arrivare a destinazione. Prima di ripartire mi sento battere sulla spalla. È un militare armato. “Parli inglese? Documenti” mi sento dire. Gli do il passaporto. “Sei in Russia per i mondiali?” mi chiede, “No, per turismo”, “Va bene, grazie”. La guardia mi rende il passaporto e scende senza controllare nessun altro passeggero. Il treno riparte.

Sono solo per le restante dieci ore, con foreste di pini che mi accompagnano in modo costante fuori dal finestrino. Ogni tanto passiamo piccoli centri abitati, torna la recezione ed i cellulari suonano. Cerco di risparmiare batteria per poter trovare l’ostello una volta arrivato. Ho con me del pane lavash, che entra bene nello zaino, un pezzo di formaggio  affumicato e un barattolo di nutella russa. Qualcuno mi ha rubato l’acqua, o forse il controllore l’ha buttata via pensando fosse un rifiuto. Altre otto ore.

Il viaggio prosegue lento, con grandi laghi che appaiono e scompaiono nel verde. Il sole sembra non calare mai, eppure si sta facendo sera. Nella regione di Murmansk è ancora pieno giorno. Poi i freni fischiano, siamo arrivati. Scendiamo tutti rapidamente, desiderosi di rimettere in moto le gambe. Saremo ottocento passeggeri su questo treno di cui si fatica a vedere la testa. Saremo ottocento passeggeri, eppure, quando scendo, tre agenti della polizia più un interprete sono lì, ad aspettare proprio me. Un fiume di persone mi scorre attorno, mentre mi viene chiesto di aspettare. Sapevano che sarei arrivato. Presumo che il sistema di prenotazione delle ferrovie sia collegato all’ufficio immigrazione per tracciare i movimenti degli stranieri. E qui, di straniero, ci sono solo io. “Vieni con noi” mi dicono e io li seguo in un angolo tranquillo della stazione. “Documenti”. Gli mostro il passaporto, il mio foglio di registrazione, il visto. Sfogliano le pagine rapidamente. “Uzbekistan, Iran, Cina, Armenia…” commentano ogni stampo, sfogliando veloce, senza espressione. “Cosa ci fai a Murmansk?” mi chiedono, “Niente, visito”. Vogliono sapere quanto mi fermo, dove dormo, se sono stato a qualche partita, dove andrò dopo. E infine mi stringono la mano, “Benvenuto a Murmansk, benvenuto in Russia. Buona fortuna”.

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