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Il Boom e gli Effetti del Working Holiday in Australia

Il Boom del Working Holiday in Australia

Nell’ultimo anno gli italiani che hanno ottenuto un visto Working Holiday in Australia sono aumentati del 78,3% rispetto all’anno scorso. Quanto riportato dal Working Holiday Maker visa program report rilasciato da poco sul sito dell’immigrazione, riguardante i sei mesi finali del 2012 è un dato che segnala, se non altro, una voglia di scappare in crescita degli italiani, ed europei in generale, verso la rossa terra dei canguri. Da quando l’accordo con l’Italia è stato istituito, nel Gennaio 2004, l’incremento è stato costante. Nel primo anno poco più di 2.000 italiani sono partiti per l’Australia con questo visto, mentre nel 2011/2012 si sono superati i 5.000 visti rilasciati. Nell’ultima stagione da poco conclusa, 2012/2013, sono stati ben 9.078 i visti ottenuti.

Il visto Working Holiday è un permesso concesso dal governo australiano ai cittadini italiani di età compresa tra i 18 e i 31 anni che permette di vivere, lavorare e viaggiare in Australia per un anno intero, in alcuni casi di più. Questa opportunità è concessa una volta soltanto nella vita, e sono sempre di più coloro che si sono resi conto che non si può lasciarsela scappare. Di questo si è accorto anche il governo australiano stesso che ha recentemente aumentato il prezzo da 280 a 365 dollari per fare la richiesta, sperando di aumentare ancora le entrate di quello che è il secondo settore più remunerativo dell’economia il turismo. Questa mossa, del primo Gennaio di quest’anno, ha suscitato alcune polemiche da parte di diversi enti del turimo, ad esempio il TTF, che ha paura che continuando ad alzare i costi d’ingresso (il prezzo del visto è revisionato ogni 1 Luglio), si finirà per spingere i migliaia di backpackers altrove.

Non sembra in realtà essere così, in particolare per chi in Australia ci arriva pensando di fermarsi più a lungo. Pur essendo 365 dollari molti per chi vuole visitare il territorio a breve termine, per chi arriva in Australia per lavorare sono nient’altroche un investimento facilemente recuperabile. E questo sembra essere il trend, in particolare per gli italiani, che nell’ultimo anno hanno applicato per il secondo anno di visto il 64,2% di volte in più. Il secondo anno di Working Holiday è concesso solamente a chi può dimostrare di aver lavorato durante il primo anno per almeno tre mesi nel settore primario, nelle aree rurali del paese. Questa è per i più l’unica via per fermarsi più a lungo, e come dimostra questo aumento drastico, sembra essere la volontà di chi arriva.

L’Australia ha accolto questo fenomeno, cominciando a studiare come trarne vantaggio in primo luogo. Non è solo il turismo che con i viaggiatori zaino in spalla che vengono a spendere ci campa (un quarto di tutti i turisti in Australia sono giovano con il WH), ma anche varie industrie che di questa manodopera hanno bisogno. “Gli stranieri vengono assunti per fare i 1.001 lavori che gli australiani non vogliono più fare. Senza gli studenti coreani a raccogliere banane, non ci sarebbe più frutta sulla nostra tavola” dice Don Morris, membro della Commissione del Turimo Australiano, al Cairns Post. Ed è proprio così, data la rapida crescita della nazione che ha liberato oltre 56,000 posti di lavoro che spesso soltanto i backpacker sono felici di riempire per finanziare i propri viaggi.

Visto il contributo di questi giovani nell’economia australiana, sono diverse le iniziative prese in discussione dal governo per alimentare questo flusso. La prima è l’apertura a nuovi paesi, per primi Uruguay e Argentina, ma non solo. È infatti in discussione l’inclusione di nuovi tipi di lavoro nella lista tra quelli tramite i quali è possibile chiedere il secondo anno di visto, oltre che un aumento del limite massimo di età di 30 anni. È stato calcolato infatti che se si aprisse la possibilità di fermarsi un anno in più anche ai lavoratori di ospitalità e turismo, e se si aumentasse il limite di età a 35 anni, le casse dello stato vedrebbero un ingresso di 700 milioni di dollari. Non è un dato sorprendente leggendo le dichiarazioni di Destination NSW, l’agenzia governativa del turismo in New South Wales, che dice di aver ricevuto 174,900 Working Holiday makers l’anno scorso, che hanno speso in totale 13 milioni di notti sul territorio e contribuito con 751 milioni di dollari.

Si capiscono quindi le grandi operazioni di marketing lanciate negli ultimi tempi come il concorso “Best Jobs In The World“, i migliori lavori del mondo, che offre ai sei fortunati vincitori da tutto il mondo, sei posizioni uniche retribuite con un salario di 100,000 $, che riguardano l’organizzazione di eventi, impiego nei National Park oppure nel settore del turismo. L’Australia è riuscita a ribaltare la crisi economica europea, aprendo le porte a tutti, o quasi (il 99% delle richieste vengono accettate), e quella del Working Holiday sta diventando sempre di più una opportunità sfruttata da tutte le parti in gioco, i viaggiatori, che per un’esperienza all’estero sono disposti a fare i lavori più umili, le aziende, che non riescono a trovare australiani disponibili a certi tipi di impiego, e lo stato, che si trova con un flusso costante di immigrati, che poi si rivelano nella maggior parte dei casi solo turisti a lungo termine.

C’è forse una lezione da prendere?

Le fonti e gli articoli presi di riferimento sono stati raccolti qui.

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