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Viaggiare sostenibile, è possibile?

Viaggiare in Modo Sostenibile: è possibile?

Il più lungo viaggio che ho fatto senza prendere aerei è cominciato a Kunming, in Cina, e si è concluso a Olot, sulla frontiera tra Uzbekistan e Turkmenistan. Era il 2014, e nell’arco di quattro mesi avevo finito per percorrere oltre 12.000 chilometri in treno, autobus e autostop. Se non fosse stato per le difficoltà burocratiche nell’accedere al più chiuso degli Stan avrei proseguito fino in Italia, coprendo, probabilmente, il doppio della distanza. Rimbalzato al confine turkmeno con un visto in scadenza, però, la sola alternativa era stata prendere il primo volo per Teheran e continuare dall’Iran, interrompendo il sogno di tornare a casa percorrendo la Via della Seta senza staccarmi da terra.

All’epoca mi ero già avvicinato alla causa ambientalista da qualche tempo. Avevo smesso di mangiare carne, di comprare un sacco di cose e, a inizio 2012 mentre vivevo in Nuova Zelanda, avevo avviato un blog in cui ogni giorno pubblicavo la storia di un bene al quale avrei rinunciato per il resto dell’anno.

L’idea era quella di sacrificare, gradualmente, tutte quelle piccole abitudini che in un modo o nell’altro appesantivano la mia impronta ecologica per poter fare un bilancio, dopo 365 giorni, di cosa effettivamente fossi in grado di fare a meno. Dal terzo giorno avevo smesso di comprare riviste di carta (già non ne compravo), dopo una settimana avevo deciso che non avrei bevuto più caffè (già ne bevevo poco), dopo dieci giorni avevo tagliato fuori la birra importata (che tanto quella locale bastava). Ispirato dal documentario No Impact Man avevo in programma di eliminare prodotti imballati, ascensori, vestiti nuovi. Non avrei più guidato la macchina che non avevo e non avrei fatto docce più lunghe di due minuti, che comunque ero sempre in ritardo. Tutto questo se non fosse che dopo un mese e mezzo avevo perso l’entusiasmo e abbandonato il progetto. Alla conclusione dell’anno, invece di fare i conti con le mie rinunce, prendevo due voli in tre giorni per andare a Auckland a sentire i Radiohead.

Negli anni successivi all’esperimento fallito si sono alternati periodi (brevi) di attivismo – ‘abbasso McDonald’s’ – a periodi (lunghi) di nichilismo – ‘tanto moriremo tutti comunque’ -, per arrivare a capire che con gli estremismi si va poco lontano. Che fare sia meglio di non fare è rimasto un dubbio, ma nell’incertezza il compromesso tendente al ridurre é finito per diventare l’approccio più logico. Ognuno faccia quel che vuole insomma, ma nella giusta misura. Una soluzione abbastanza facile per me che fuori dallo zaino possedevo ben poco.

Eppure per inquinare non importa mica possedere granché. Che viaggiare potesse essere un problema era una cosa a cui evitavo di pensare. Se facevo a meno di prendere aerei non era certo per una qualche motivazione morale. Quando mi trovo a parlare di viaggi e sostenibilità la discussione tende, nella maggior parte dei casi, a ruotare attorno ai tanti modi che esistono per ridurre il proprio impatto sull’ambiente, sui luoghi e sulle popolazioni che visitiamo. Nonostante le soluzioni per muoversi lasciando un’impronta meno profonda siano tante, il dubbio di solito rimane: ridurre è sufficiente?

La giusta misura

Dire agli altri quello che si dovrebbe o non dovrebbe fare non è semplice. Oltre al fatto che a nessuno piace sentire critiche sulle proprie abitudini, la trappola dell’ipocrisia è sempre dietro l’angolo. “Sì, ma…” è la risposta più comune a chi propone una soluzione, ed è una risposta valida considerando che, probabilmente, si potrebbe davvero fare di meglio. Rimane paradossale, però, che chi provi a muoversi nella giusta direzione spesso si faccia fermare dalla pressione di chi rimane indifferente, come se prendere posizione fosse più rischioso che lasciar correre.

C’è una buona notizia: il proprio impatto è misurabile. Vivere (o viaggiare) in modo sostenibile non significa puntare all’impatto zero, ma all’utilizzo cosciente delle risorse che abbiamo a disposizione. Il primo passo per capire come muoversi in modo etico, quindi, è calcolare la propria impronta ecologica e osservare su quali abitudini è possibile lavorare.

Strumenti come il Footprint Calculator o il calcolatore del WWF permettono di fare una stima delle risorse che stiamo utilizzando. Compilando un questionario su tipo di abitazione, dieta, trasporti e consumi potrai visualizzare la sosteniblità del tuo modo di vivere.

Con questo approccio è possibile misurare il peso delle proprie azioni e concentrarsi sugli aspetti del proprio stile di vita che hanno un peso maggiore sull’ambiente. Ad esempio: una persona che si muove in bicicletta, condivide una casa con più persone o mangia poca carne potrà volare più lontano senza eccedere. Strumenti di questo tipo lanciano un messaggio chiaro: c’è un solo pianeta e bisogna tenere a mente questo limite. Come rispettare questo limite, poi, è questione di scelta.

E se valesse la pena inquinare?

Esiste anche chi sostiene che viaggiare sia benefico per l’ambiente, anche quando non è sostenibile. È il caso dell’ambientalista Cassidy Randall, che su Outside Magazine dice che l’8% delle emissioni globali di CO2 sono un giusto prezzo da pagare per esplorare il mondo e, quindi, averlo più a cuore. 

È chiaro che l’esperienza del viaggio sia soggettiva, e considerando i danni visibili del turismo di massa è difficile credere che una vacanza in Amazzonia trasformi automaticamente un viaggiatore in un attivista. Detto ciò, non si può negare che molte comunità, parchi naturali e riserve protette riescano a sostenersi proprio grazie all’influsso di visitatori.

Secondo Andy Newman del New York Times, raggiungere una destinazione lontana (in aereo o in nave) è la cosa peggiore che un singolo cittadino possa fare a livello ambientale. Con dati di questo tipo alla mano viene da chiedersi vi sia un obbligo morale per l’individuo a rientrare entro certi limiti. È chiaro che volare è vantaggioso e non tutti volano per piacere, e se il 2,4% delle emissioni prodotte dagli aerei sembra poco bisogna considerare che queste andranno solo ad aumentare. Si prevede che queste triplichino entro il 2050.

Non c’è dubbio che un turista possa avvicinarsi ai problemi dell’ambiente vedendo in prima persona ciò che rischiamo di perdere, ma al contempo prendere responsabilità delle proprie azioni significa anche saper rinunciare al superfluo ricordandosi che per quanto immateriale, anche un viaggio è qualcosa che si compra.

Volare sì, volare no

Le persone che viaggiano di frequente noteranno attraverso il calcolo delle proprie emissioni che volare occupa la fetta più grande della torta. Una volta arrivati a destinazione è relativamente facile ridurre al minimo il proprio impatto e le soluzioni per muoversi in modo etico ci sono e sono tante.

Viaggiando con Couchsurfing, con i mezzi pubblici o, magari, in autostop, è probabile che il proprio impatto sia uguale o addirittura inferiore a quello prodotto stando fermi a casa. Non è necessario però essere backpacker frugali per viaggiare meglio. Come sempre, tra la camerata in ostello e il resort di lusso ci sono vie di mezzo. La sharing economy, da questo punto di vista, può offrire opportunità di condividere spazi o mezzi inutilizzati e quindi ridurre la propria impronta ecologica. Un esempio è BlaBlaCar per i trasporti, oppure Nature House che permette di affittare cottage privati nella natura, preservando l’ambiente e piantando un albero per ogni notte prenotata. Nature House è una startup olandese tramite la quale è possibile affittare case inutilizzate situate in zone tanto verdi quanto remote, partecipando al contempo ad un progetto di conservazione ambientale. Al momento rifugi, cottage e villette sono disponibili in tutta Europa.

Se scegliere un certo tipo di servizi invece di altri un volta in loco è semplice, volare rimane un ostacolo difficile da superare. È chiaro che viaggiare via terra sia una soluzione migliore e fa piacere sapere che in Europa molte linee ferroviarie stanno tornando attive spinte dalle scelte di chi viaggia, ma non è realistico aspettarsi che da domani le persone con poco tempo a disposizione comincino a passare nottate sui treni per arrivare da A a B. Volare è comodo e continueremo, egoisticamente, a farlo.

È comprovato che i sistemi di compensazione proposti dalle compagnie aeree siano inefficaci e il messaggio che deve passare è che, almeno fino a quando non arriveranno gli aerei elettrici, volare inquina tanto. Chi si muove spesso in aereo dovrebbe tenere questo aspetto del proprio viaggio in considerazione, ma al contempo è giusto che una persona “normale” si debba sentire in colpa per una vacanza annuale o un fine settimana all’estero, quando ci sono multinazionali che spostano persone, beni e aziende da un angolo all’altro del globo, ogni giorno e senza ritegno? Una domanda che non deve servire da giustificazione alla propria indifferenza, ma da incentivo a chiedere responsabilità da parte di chi davvero potrebbe cambiare le cose.

Dal Greenwashing all’Offsetting

A proposito di sentirsi in colpa: come ci si poteva aspettare, da quando si è cominciato a parlare di etica ambientalista le strutture e i servizi green si sono moltiplicati. La pratica del “greenwashing” fa leva sul desiderio di trovare soluzioni a basso impatto per vendere di più e spesso è difficile stabilire se di fatto ci sia un beneficio. È chiaro che passare qualche giorno in un resort “verde” dall’altra parte del mondo, per quanto bello possa apparire su Instagram, non può in alcun modo essere considerato sostenibile. 

Un esempio interessante è fornito da Tom Robbins, che già un decennio fa raccontava sul Guardian di come la moda dei viaggi sostenibili fosse sfruttata da grandi aziende del settore. Robbins racconta di come un nuova agenzia chiamata Responsible Travel si appoggiasse, senza dirlo esplicitamente, alla più grande Thomas Cook – un’organizzazione con 97 aerei, quasi 3.000 negozi e 19 milioni di clienti annuali – per vendere i propri pacchetti.

Adesso che tutti gli operatori turistici sembrano porre attenzione all’ambiente è difficile distinguere chi utilizza l’etichetta “sostenibile” per fini promozionali e chi è veramente parte del cambiamento. È importante quindi sviluppare un occhio critico e magari appoggiarsi a strutture locali, soprattutto in paesi in via di sviluppo, per garantire che almeno i nostri soldi vadano a chi il territorio lo abita.

Un discorso a parte va fatto sull’offsetting, la compensazione dei voli. Se, come già detto, è giusto avere dei dubbi sui sistemi offerti dalle linee aeree, questi non sono i soli. Molte entità offrono la possibilità di misurare l’anidride carbonica prodotta durante un volo e pagare per compensare. Società come MyClimate piantano foreste che mirano ad controbilanciare l’inquinamento creato viaggiando. È una soluzione? No. Cercando in rete le critiche ad aziende che vendono sistemi di compensazione non mancano, in primo luogo perché non risolvono il problema alla radice e in secondo luogo perché molte delle organizzazioni in questo settore fatturano milioni facendo leva, ancora una volta, sui sensi di colpa dei viaggiatori. Se eseguita attraverso organizzazione affidabili però, l’auto-tassazione attraverso l’offsetting può essere un tentativo positivo per ridurre i danni. MyClimate è una delle poche no-profit che opera in questo campo.

Quindi

Misurando il tuo impatto attraverso calcolatori delle emissioni ti renderai conto di quanto pesi viaggiare sulla tua impronta ecologica. Prendendo coscienza, attraverso dati oggettivi, delle risorse che hai a disposizione potrai fare scelte pensate, che non sempre equivalgono a rinunce. Viaggiare in modo sostenibile è difficile, ma non impossibile. Volare meno (o per niente), optare per itinerari lunghi invece di percorsi di pochi giorni, puntare al minimalismo e alle realtà locali. Compensare, poi, non solo con l’offsetting, ma coltivando abitudini responsabili durante tutto il corso dell’anno – prima, durante e dopo le vacanze.