Quel Turismo un po’ Scuro

Ci è voluto poco a decidere che ad Auschwitz non sarei andato. Ero sicuro che vi avrei fatto tappa durante il mio percorso polacco, ma pochi minuti a Cracovia erano stati sufficienti a farmi cambiare idea. Non ci andavo, ad Auschwitz, perché nelle poche centinaia di metri che separavano l’ostello dalla stazione ero già stato visivamente tartassato da ogni tipo di annuncio per tour guidati nei campi della morte, pubblicità che continuavano in forma di volantini, poster e cartelli lungo le altre vie del centro città. Mi aveva infastidito il fatto che la cosa venisse venduta con l’utilizzo di grandi lettere in grassetto, sconti imperdibili e colori vivaci; ma cosa avrei dovuto aspettarmi? Ogni prodotto turistico deve, in fondo, essere in qualche modo promosso ed in un mercato libero questo è l’unico modo per farlo.

Essere esposto a tanta pubblicità mi aveva fatto pensare a cosa mi spingesse, in principio, a voler visitare un campo di concentramento. Non avevo una lista di must do da completare, ma non potevo neanche dire in tutta onestà che il mio fosse un viaggio puramente educativo. Stavo investendo le vacanze estive per dar sfogo alla mia attrazione verso alcuni tra i luoghi più cupi, disastrati e corrotti dell’Europa orientale. Un’attività un po’ macabra forse, ma che rimaneva nient’altro che intrattenimento personale. Piuttosto che andare al mare, avevo scelto di raggiungere Chernobyl, la Transnistria e poi la casa natale di Stalin in Georgia, per arrivare, infine, nella capitale dell’Armenia, Yerevan. Riflettendoci, mi ero reso conto che andare ad Auschwitz con queste motivazioni era una cosa profondamente sbagliata. Mentre altrove ero curioso di osservare come l’uomo o la natura si fossero riappropriati di spazi dal passato violento, ad Auschwitz mi sembrava di partecipare ad un pellegrinaggio che oltre a non aver ragione di essere, era al limite dell’offensivo. Magari sarei tornato in futuro, pensavo, con intenzioni migliori.

Il dark tourism non è certo un’invenzione recente e quando si parla di destinazioni dalla storia tragica, non c’è un posto più moralmente accessibile di un altro. Cosa spinge a visitare i campi di sterminio di Pol Pot in Cambogia, o la casa di Anna Frank in Olanda, o i tunnel di CuChi in Vietnam? Perché sentiamo il bisogno di toccare con mano i luoghi dell’olocausto, le città abbandonate dopo incidenti nucleari o ciò che resta dopo una catastrofe naturale?

Secondo il Professor Lennon dell’Università di Glasgow, che ha studiato le dinamiche di questo genere di turismo, la motivazione dietro a visite di questo tipo si trova nel desiderio di avvicinarsi simbolicamente o fisicamente alla morte. Come riporta il Telegraph, questa attività non è nuova: già secoli fa folle di persone circondavano gladiatori in combattimento ed esecuzioni pubbliche. Oggi viaggiare è più facile che in passato, i siti storici sono più facilmente raggiungibili e molte zone a rischio sono diventate sicure. Per questi motivi, ma anche grazie alla popolarizzazione di certe destinazioni, in parte grazie a progetti come Atlas Obscura o i documentari raccontati in prima persona di Vice, gli itinerari che includono tappe disastrate sembrano essere in aumento. La speranza di penetrare, in qualche modo, il significato della morte che, inevitabilmente, ci attende, muove le persone verso quei luoghi in cui la sofferenza ha lasciato un’impronta pesante.

Dopo essere entrato in Ucraina ero sceso verso la Moldavia, per superare l’invisibile confine con la Transnistria. Un luogo diverso dai campi di concentramento polacchi, che mi sembrava più giusto visitare per motivi probabilmente opinabili. La Transnistria è uno stato non riconosciuto e fortemente militarizzato che ha avuto bisogno di una guerra per mantenere la sua identità sovietica. È un territorio conosciuto per il suo traffico di armi e droga, una terra di nessuno in cui non vengono rilasciati visti ufficiali e dove i più importanti siti turistici sono carri armati eretti a monumento, statue di Lenin e memoriali ai caduti nella guerra civile. Tiraspol, la capitale, è grigia e poco popolata. Ristoranti e supermercati moderni hanno aperto sulle vie principali, ma questa rimane comunque una meta efficace a dare un’impressione di cosa significasse vivere nell’Unione Sovietica.

Scegliendo di partire per destinazioni che sono state vittime di eventi ostili, farsi qualche domanda diventa necessario. Piuttosto che “dove?” bisognerebbe chiedersi “perché?”. A meno che tu non sia personalmente legato ad un luogo, non esiste una meta più giusta o doverosa da raggiungere. Quel che determina il rispetto nei confronti di chi vive o ha vissuto uno spazio è l’intenzione per la quale questo viene raggiunto. Un esempio che esprime bene questa idea è il progetto Yolocaust (adesso rimosso dal suo sito originale) dello scrittore tedesco Shahak Shapira, che ha preso una serie di selfie scattati al Memoriale dell’Olocausto di Berlino trovati su internet e ne ha modificato lo sfondo inserendo vecchie immagini dei campi di concentramento. Visitare un posto per poter dire di esserci stati, magari documentandolo nella speranza di ottenere un po’ di approvazione virtuale, ha poco senso ovunque, ma in ambienti come questi diventa addirittura inopportuno e, forse, dannoso per il luogo stesso.

Il pulmino che mi portava a Chernobyl da Kiev era pieno. Quello a cui stavo partecipando era uno dei tanti tour organizzati che permette di accedere alla città abbandonata di Pripyat e i suoi dintorni per osservare cosa resta della regione colpita dall’incidente del Reattore N. 4. Per entrare nella zona di esclusione di Chernobyl, ossia i 30km di territorio che circondano la centrale, serve un permesso speciale. L’industria del dark tourism ha reso il conseguimento di questo permesso cosa semplice, e flotte di turisti si dirigono ogni mattina verso il sito del disastro al confine con la Bielorussia. Entrando nelle vecchie scuole di Pripyat, si trovano ancora banchi, lavagne e le maschere antigas che ogni bambino doveva tenere a portata di mano nel caso di un attacco improvviso da parte degli Stati Uniti. Ci sono anche un sacco di bambole, chiaramente messe in posa da visitatori precedenti per creare la più macabra composizione fotografica possibile. In che modo potevo ritenere che questa fosse una visita più appropriata di quella ad Auschwitz?

La mia attrazione per Chernobyl, per la Transnistria, e più in generale per tutti gli stati e le città dell’ex Unione Sovietica, si trova negli effetti dell’abbandono e dell’isolamento sulle persone e sulla geografia. Osservando Chernobyl, non sono le immagini delle persone evacuate ad apparire alla mente per prime, ma piuttosto sorprende come la natura abbia riconquistato ogni spazio, come l’impatto interrotto dell’uomo abbia creato un ecosistema fiorente fatto di soli alberi, macerie, erba e ruggine. Visitare città emerse dai conflitti, i luoghi in cui la militarizzazione è celebrata ed esasperata o, ancora, quei posti in cui dittature corrotte hanno modellato la cultura, è diverso dal visitare un campo di concentramento: mentre Auschwitz è un museo preservato in ricordo delle sue vittime, un luogo statico, città come Tiraspol, Kharkov o Gori, si sono evolute lasciando traccia di ciò che è stato. Tra i carri armati esposti in piazza, i palazzi grigi e i fori di proiettile sulle mura degli edifici si trova un’umanità che nonostante tutto procede, va avanti.

Fuori dalla casa di Stalin a Gori, in Georgia, un anziano signore vende souvenir ai passanti dall’ombra di un albero. La sua scatola di cartone contiene soprattutto pacchetti di fiammiferi sui cui lati sono stampate illustrazioni di Stalin da giovane, Stalin da vecchio, Stalin di fronte a falce e martello, Stalin in uniforme militare, Stalin con i baffi, Stalin senza baffi, Stalin da solo, Stalin circondato dai suoi seguaci, Stalin che saluta, Stalin seduto, Stalin in posa e Stalin di profilo. “One lari! One lari!” urla l’uomo. L’economia di Gori si sostiene in buona parte grazie al museo dedicato al dittatore, eppure in Georgia il sogno più grande, almeno per i giovani, sembra essere l’Europa. I segni dell’occupazione russa del 2008 sono ancora ben visibili passeggiando tra le vie della città, ma Gori sembra tutt’altro che un luogo ostile.

Per chi spera di capire qualcosa di un evento storico, leggere un libro o guardare un documentario sono probabilmente sistemi più efficaci che trascorrere qualche giorno dove questo è accaduto. Trovarsi, intenzionalmente o per caso, in un luogo dove vita e morte si trovano a convivere,  però, spinge non solo a chiedersi “Come è potuto succedere?”, ma anche ad osservare quale sia stata la reazione di chi quel luogo lo vive. Più che avvicinarsi alla morte, come dice il Professor Lennon, viaggiare in posti “scuri” permette di connettere con la sofferenza, una parte inevitabile dell’esperienza umana, assente dalle destinazioni preconfezionate per i turisti. I posti brutti, paradossalmente, rimangono gli unici in cui il bello rappresenta ancora qualcosa.

Un Altro Bicchiere di Arak

di Angelo Zinna

Villaggio Maori Edizioni (2016)


Nel 2010 sono partito per un viaggio verso oriente che doveva durare pochi mesi. Sono tornato a casa cinque anni dopo. Un Altro Bicchiere di Arak racconta la tappa finale di questo percorso, l'Iran, e i quattro mesi impiegati per raggiungerla attraversando l'antica Via della Seta senza volare. Dalla Cina al Kirghizistan, fino all'Uzbekistan ed un mancato arresto ai confini turkmeni, per arrivare a scoprire il lato più umano di un paese contradditorio come è l'Iran.

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2 Comments

  1. Claudia ha detto:

    D’accordissimo con te, anch’io ho la sensazione che questi posti avvicininino alla vita, più che alla morte.

  2. Io sono andata ma non ero convinta che fosse la cosa giusta. Non mi sono pentita però fa un certo effetto entrare in quelli che erano luoghi di morte e che ora sono stati resi “confortevoli” per i visitatori.

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