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Avere 3 Anni, di Nuovo

L’inglese è la lingua di chi viaggia. Per quanto sarebbe bello imparare ogni singola lingua del mondo, o, almeno, ogni lingua parlata sul nostro itinerario, questo non è possibile a meno che il tuo cervello non abbia 500 Gigabyte di memoria, e almeno altrettanti di RAM per poter funzionare correttamente. L’inglese da solo può far fare molta strada, e nonostante sia innegabile l’utilità di anche soltanto poche frasi nel linguaggio locale, queste, a volte, non sono necessarie. Non è l’arroganza di aspettarsi di essere capiti ovunque si vada, ma più il sapersi adattare a comunicare con le poche parole che tutti o quasi conoscono, ed imparare a dar valore alle parole che scambiamo, quando ce ne è la possibilità.

Io in Indonesia non capisco niente. Nel Timor occidentale, dato il turismo vicino all’inesistente, l’inglese è poco diffuso e anche la lingua che altrove è comune, il Bahassa, qui non sempre circola con altettanta facilità. Arrivando a Kupang non solo mi sono reso conto di non capire cosa mi viene detto, di non sapere leggere le informazioni o i segnali e di non avere idea di cosa sto mangiando, ma anche che nessuno capisce me. Se non fosse per i clacson dei mezzi che mi comunicano di stare alla larga dalla strada se non voglio essere asfaltato, io, qui, potrei essere sordomuto e sopravvivere alterettanto bene. O male, dipende dai punti di vista. Non è la prima volta che mi trovo in questa situazione, e la prima, istintiva, mossa è trovare qualcuno che sappia tradurre i vocaboli di base – grazie, ciao, si e no. Questa volta però non è successo. Perché è bello cosí.

Non sapere la lingua ti porta indietro di una ventina d’anni, quando capisci, o stai iniziando a capire come funziona ciò che ti circonda, ma non sei ancora in grado di dare la tua opinione a riguardo. Ti guardi intorno, studi il comportamento degli altri, capisci cosa è giusto o sbagliato seguendo chi è più alto di te (o più basso in questo caso asiatico), e soprattutto impari sbattendo la testa nei tuoi errori. In qualche modo basta uno sguardo a capire quando qualcuno ti sta prendendo per il culo, cosa che non succede di rado all’unica persona bianca presente per strada, e allo stesso modo quando qualcuno ti ispira fiducia. Non saper comunicare ti insegna a seguire l’istinto. Non entri in un ristorante perché ti piace il menù, ma perché ti piace il profumo, o almeno l’assenza di puzza. Non chiedi informazioni pronunciando nomi che con il tuo accento non significano niente, ma indichi ed emetti suoni finché qualcuno non chiama la polizia, a cui quindi chiedi l’informazione.

La sensazione di essere completamente persi, di salire su un autobus e non essere sicuri che questo porti alla propria destinazione, e poi di arrivare a destinazione e non sapere se esista un luogo dove dormire, e poi trovare da dormire e non sapere dove mangiare, e poi trovare da mangiare ma non sapere cosa si sta mangiando, e poi rendersi conto di non essere stati avvelenati e cominciare a calcolare come raggiungere la prossima tappa, non è così male come suona. A volte. Tornare ad avere tre anni significa abbandonare la propria zona di comfort e mettersi in gioco. Come un bambino, si torna ad imparare rapidamente, si è costretti, e mentre i primi passi si muovono lentamente, con cautela, appena ci si accorge che andare avanti è più facile del previsto, si prende il via e non si riesce a fermarsi. Avere tre anni a ventitre, è una sfida che stimola l’immaginazione, e premia chi fa il passo più lungo della gamba. Ci si accorge che regredire non è poi così male, che anche essere trattati come piccoli può essere piacevole. Tranne quando si entra nel bagno delle donne, in quel caso, la scusa della lingua, non è ancora accettata.

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