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Lonely Planet, lo Scandalo Kohnstamm, e la Fine delle Guide di Viaggio

Non nego di essere stato un fan di Lonely Planet fin dall’inizio, e non nego di aver organizzato alcuni dei miei viaggi sfogliando, appuntando e studiando gli itinerari contenuti tra le sue pagine. Più ancora dell’uso più o meno appropriato che si può fare di una guida di viaggio, e di questa guida in particolare, quello che da principio mi ha affascinato di ciò che oggi è uno dei brand più potenti nel mondo del turismo è la storia che c’è dietro, e il pensiero che nient’altro che la genuina passione per il viaggio indipendente sia ciò che ha partorito questa idea. Il tempo e l’esperienza hanno cambiato sia la mia opinione nei confronti della casa editrice che l’approccio con cui oggi decido di organizzare i miei viaggi, ma una serie di eventi recenti hanno alterato tutto il settore, tanto da portare a chiedersi quale sia oggi la funzione delle guide e degli scrittori di viaggio, quanto queste siano affidabili in rispetto alle nuove risorse disponibili, ma soprattutto se il danno che causano sia effettivamente inferiore al contributo che apportano nell’esperienza del singolo. Ma cominciamo dall’inizio.

La Storia di LP

Se si può ancora trovare della poesia nel nome che ogni anno vende oltre sei milioni di guide, questa è nelle sue origini. Lonely Planet nasce negli anni settanta, quando Tony e Maureen Wheeler, dopo essersi sposati, decidono di prendersi un anno di pausa per togliersi la voglia del viaggio e poi sistemarsi. Con tanti sforzi, utilizzando tutti i soldi giadagnati, raccolti o prestati, partono con un pulmino scassato per raggiungere l’Oceania overland dall’Inghilterra. Questo viaggio è durato più del previsto, quasi quarant’anni come raccontano nella loro autobiografia ufficiale Un giorno viaggiando. Dopo aver oltrepassato tutta l’Asia via terra in un tempo in cui tagliare questo continente non era scontato come può esserlo oggi, i Wheeler raggiungo l’Australia con pochi spiccioli rimasti in tasca. Ma l’esperienza era stata troppo bella per non essere condivisa, e così, senza soldi per potersi muovere o tornare indietro, decidono di scrivere una piccola guida che descrive il loro lungo itinerario. Across Asia on the cheap vende 1.500 copie in una settimana e così nasce ufficialmente Lonely Planet. Nello stesso stile, con mezzi di fortuna e pochi piani in mente, tornano in Asia e nasce la seconda guida, South East Asia on a shoestring, che ancora oggi, alla quindicesima edizione, è tra le più utilizzate dai backpacker di tutto il mondo.
A quarant’anni di distanza Lonely Planet è il colosso che ha venduto oltre 100 milioni di guide in nove differenti lingue, che copre quasi ogni destinazione raggiungibile al mondo. Nel 2007 BBC Worldwide acquista il 75% delle azioni dell’azienda, e nel 2011 ne acquista il resto, portando i Wheeler a mettersi da parte. Oggi è impossibile viaggiare senza incontrare qualcuno che non stia sfogliando una Lonely Planet e sono le guide stesse a formare gli itinerari più battuti più che gli itinerari ad essere scoperti e descritti dalle guide. Lonely Planet oggi detta se un albergo avrà successo o meno, muove il mercato del turismo in determinate località e definisce con esattezza il percorso di migliaia di viaggiatori.

La Storia di Kohnstamm

Chi è Thomas Kohnstamm? Fino al 2008 questo trentenne di Seattle era uno dei numerosi autori Lonely Planet. Un personaggio anonimo che come gli altri autori freelance di LP girava il mondo scrivendo di ristoranti, hotel, e spiagge, concentrandosi principalmente su Centro e Sud America, data la sua esperienza in questa regione. Con due lauree ed un master in Studi Latino Americani, una passione per il viaggio indipendente e una buona conoscenza sia del portoghese che dello spagnolo, Kohnstamm sembrava essere la persona perfetta per la stesura di una guida di viaggio approfondita su Brasile, Colombia, Caraibi e molte altre destinazioni.

Ad interrompere la sua carriera presso la casa editrice è una notizia sul giornale australiano The Age dell’Aprile 2008: “Lonely Planet colpita da uno scandalo per frode”. Nell’articolo è proprio Kohnstamm a lasciare una dichiarazione sconvolgente, dove ammette di aver scritto parte della guida sulla Colombia senza averla mai effettivamente visitata. “Lonely Planet non mi pagava abbastanza per andare in Colombia” racconta, “ho scritto la guida da San Francisco, con l’aiuto di una mia ex che lavora al consolato colombiano”.

La confessione scuote non solo Lonely Planet, ma anche una lunga serie di pubblicazioni di viaggio che in seguito alle dichiarazioni di Kohnstamm reagiscono creando un caso. Una delle prime a riportare la notizia è Gadling, sito sul quale diversi autori si sono successivamente pronunciati a favore e contro Kohnstamm. Il colpo di grazia però non tarda ad arrivare, è infatti il libro Do Travel Writers Go To Hell? a mettere nero su bianco quale sia la realtà che sta dietro le guide e la scrittura di viaggio.

Do Travel Writers Go To Hell?

Do Travel Writers Go To Hell? è un libro che chiunque abbia mai preso in mano una Lonely Planet dovrebbe leggere. Stanco del suo monotono lavoro in Wall Street, Thomas Kohnstamm decide di provare un cambio di carriera diventando scrittore di viaggio. Assunto da Lonely Planet per la revisione biennale della guida sul Brasile, Kohnstamm parte per il Sud America con i migliori propositi. La spinta è una vera passione per il viaggio e un genuino interesse nella regione, ma ciò che lo aspetta al suo arrivo è tutt’altro che l’immagine del miglior lavoro al mondo. Se qualcuno si è mai chiesto come sia la vita di uno scrittore di viaggi, se avete mai sognato di essere pagati per andare a visitare le spiagge più belle del globo, questo saggio vi farà cambiare idea.

Quello che viene chiesto allo scrittore è di rivedere tutto l’itinerario da Rio a Olinda, circa 2.300 km, visitando tutti i ristoranti e gli ostelli citati nella precedente edizione, ma anche allargando la sezione dedicata ai viaggiatori più ricchi alla quale Lonely Planet sta cominciando a rivolgersi. In un mese viene chiesto di coprire migliaia di chilometri, visitare più ostelli e hotel al giorno, capire il sistema dei trasporti, trovare la migliore colazione, pranzo e cena per ogni budget, per ogni località, valutare ogni possibile opzione, tornare a scrivere e inserire dati in una tabella, per un rimborso spese di poche centinaia di dollari. Kohnstamm parte cercando di fare del suo meglio, ma ci vuole poco per scontrarsi con il fatto che è impossibile curare un lavoro approfondito (come dovrebbe per quella che vuole essere la migliore guida disponibile), con un budget così piccolo, con così poco tempo, e dovendo indirizzarsi ad un pubblico completamente nuovo, quello del viaggiatore medio e non più soltanto del backpacker.

[cc_blockquote_left]Tralasciando i dettagli, “E le informazioni che non posso ottenere, me le posso sempre inventare” è la frase che colpisce di più.[/cc_blockquote_left]I problemi arrivano quando i soldi effettivamente finiscono e il libro riesce a scorrere veloce tra gli stratagemmi utilizzati dall’autore per poter procedere. Pur essendo inizialmente fedele alle regole di LP di non accettare regali in cambio di recensioni, Kohnstamm si trova costretto a considerare, e poi utilizzare, camere d’albergo gratuite, così come pasti, bevute e trasporti, il tutto in cambio di una citazione sulla guida. Entrando in contatto con autori precedenti, scopre che questa è la regola per la maggior parte delle guide, che l’unico modo per guadagnare qualcosa è trovare una scappatoia. Quella che parte come una giustificazione diventa in breve uno stile di vita, dagli episodi di sesso con una cameriera riportati sulla guida come “amichevole servizio al tavolo”, fino alla situazione in cui si trova a spacciare ecstasy per poter proseguire il viaggio e finire il lavoro. Tralasciando i dettagli, “E le informazioni che non posso ottenere, me le posso sempre inventare” è la frase che colpisce di più.

Do Travel Writers Go To Hell? è un libro comico, forse fin troppo colorito, che però mette di fronte ad una triste realtà: Lonely Planet è lontana da essere la bibbia a cui fin troppi di noi si affidano.

Reazioni al Libro e l’Integrità di Lonely Planet

Il filo di risposte e recensioni a questo testo è stato più lungo di quanto ci si potesse aspettare, ma tra chi si è trovato d’accordo con Kohnstamm e chi gli si è scagliato contro la distinzione è stata netta. La prima reazione è stata, ovviamente, dagli affezionati alla guida. Chi utilizza LP da anni non ha saputo accettare il fatto di aver speso soldi ed aver seguito i consigli di qualcuno che in molti dei luoghi descritti non ci è neanche stato. Dopo la confessione, LP ha dovuto rivedere ogni singola guida a cui Kohnstamm ha messo mano, ma nonostante ciò su Amazon i commenti negativi alla guida sulla Colombia si sprecano. Ci sono poi gli altri scrittori di viaggio, che hanno odiato Kohnstamm per la sua arroganza, per il suo “non mi pagano abbastanza”, negando con il suo comportamento la possibilità a molti giovani scrittori disposti a fare il suo lavoro per molto meno, per il proprio futuro. In tutto ciò però si dimentica la vera storia che racconta il libro, quella che ricorda che è impossibile trovare una guida completamente affidabile, e che costruire il proprio viaggio su di esse è semplicemente un errore, come ricorda Jeffrey White su Gadling.

Alcune Considerazioni su Thomas Kohnstamm

Prima di giungere a conclusioni è necessario chiarire alcuni punti su Kohnstamm, che nella confusione di questo scandalo ormai datato qualche anno sono andati persi. La prima cosa da sapere, venuta fuori successivamente, è che a Kohnstamm non era mai stato chiesto di andare in Colombia. Come ha ammesso uno dei direttori di LP, all’autore era stato commissionato di scrivere soltanto i capitoli introduttivi, che dati i suoi anni di studio avrebbe potuto fare da casa, come riportato dal Guardian. Da questo appare come in realtà Kohnstamm abbia cercato di crearsi un’immagine negativa con l’intento di vendere il libro in uscita, e come questa figura di uomo che ha venduto l’anima al diavolo sia più una tecnica di marketing che altro. Rimane il fatto però che Kohnstamm ha dimostrato che quella dello scrittore di viaggio non è una vita facile già da prima dell’uscita del libro. Su un articolo del New York Times del 2006, due anni prima dell’uscita di Do Travel Writer Go To Hell?, viene descritto un incidente nel quale lo scrittore è coinvolto durante un lavoro. Rapinato e picchiato da un gruppo di persone armate in Venezuela, uscendo da un bar da recensire, Kohnstamm non viaggia perché è sicuro, perché è pagato bene, o perché è costretto. Viaggia perché gli piace, a qualunque costo, e se “fregare” Lonely Planet è l’unico modo ben venga (per lui). Non è il suo comportamento che fa la differenza in questa storia, e pur essendo questo stato giudicato in abbondanza, non cambia il fatto che le guide stampate non possono competere con quelle oggi disponibili on-line.

Il suo sensazionalismo senza dubbio lo rende antipatico, come è stato descritto da molti giornalisti, ma anche togliendo la parte sesso, droga e rock’n’roll, la vita del travel writer si dimostra una corsa contro il tempo, contro la deadline, per pochi, pochissimi soldi, tanto da far perdere l’entusiasmo anche ai più agguerriti viaggiatori, e rendendo di conseguenza la pubblicazione un lavoro spesso superficiale. Se su quello che racconta Kohnstamm nascono dei dubbi legittimi, un buon post di comparazione è quello della sua collega Zora O’Neill, altra autrice Lonely Planet e Rough Guides in passato, che all’uscita del libro si è espressa chiaramente su tutti gli aspetti del suo lavoro, senza dover creare una scena.

In Difesa di Lonely Planet

Paradossalmente, in questa ricerca al nodo della questione, è proprio Kohnstamm a tendere la mano a Lonely Planet. Nella sua intervista a World Hum, l’intera storia è chiarita con le sue parole in toni molto più moderati. È vero, ha preso dei regali, ma non in cambio di recensioni. Ed è vero, molte delle sue citazioni sono state alterate dai media. Ma nell’ultima parte dice una cosa molto semplice: le guide devono essere usate per le basi, non per costruire il viaggio. E in questo Lonely Planet offre tutto ciò che serve. La apri quando hai bisogno di un letto qualsiasi per dormire, la leggi per avere un’idea della struttura delle località, la sfogli per informazioni brevi che potresti trovare altrove ma lì sono tutte insieme. Lonely Planet non è una buona guida per pianificare un viaggio in modo completo, ma non è questo il suo utilizzo. Se non sai trovare un ristorante dove mangiare da solo, o paghi un tour o stai a casa.

[cc_blockquote_right]Ogni volta che vediamo quel logo diamo per scontato che l’informazione che contiene sia valida. Non è così, e dirò di più, spesso chi scrive le guide non è più esperto di chi scrive un blog.[/cc_blockquote_right]Un’altra nota è quella sugli autori di Lonely Planet. Chi crede che un autore sia scorrazzato in regioni del mondo completamente differenti per scrivere guide su ogni continente si sbaglia. È vero in luoghi più remoti è necessario spedire qualcuno, ma basta aprire le guide sull’Australia, sulla Nuova Zelanda o anche sull’Indonesia (per citare quelle che mi sono capitate tra le mani di recente) per vedere che tra gli autori si trovano spesso locali o expat che vivono sul territorio da anni e conoscono già in modo approfondito l’area di cui scrivere. Dover cominciare da zero, come per Kohnstamm in Brasile, non è sempre il caso.

La risposta ufficiale di Lonely Planet arriva su un articolo del New York Times, dove Stephen Palmer, uno dei direttori, non solo assicura che tutte le guide sono state riguardate e non sono stati trovati errori, ma anche che Lonely Planet paga più che bene i propri autori.

Il Nodo della Questione: Abbiamo Bisogno di una Guida per Viaggiare?

Riuscendo a passare oltre la vita privata o il comportamento scorretto degli autori di guide, la domanda da porsi è: ma queste guide servono davvero così tanto? No. Sul come le guide stampate siano scritte abbiamo conferma da più fonti, e il libro di Kohnstamm non porta novità. È il primo, forse, a mettere i fatti nero su bianco, ma che non sia possibile ottenere avere l’accuratezza sperata è provato. Un articolo conclusivo interessante arriva proprio da un altro autore, Tim Patterson, che su Matador Network ci ripete come lo scandalo sia più mediatico che reale, e che una volta calmate le acque l’unica questione di cui discutere è se utilizzare la prossima guida o meno. E la sua risposta è no, per una lunga serie di motivi.

Il primo sono i tempi di stampa. La guida di carta è naturalmente inaccurata perché i lunghi tempi di pubblicazione la rendono inevitabilmente male aggiornata. Ci vogliono alcuni mesi per scriverla, poi editarla, poi stamparla e distribuirla. L’ultima Lonely Planet che teniamo tra le mani (LP è la casa editrice che rivede i testi più spesso) è solitamente almeno vecchia di un anno. Con l’avvento delle guide elettroniche tutto il passaggio da stesura a distribuzione salta, e non c’è più competizione. Ancora meglio è l’uso dell’user generated content, in siti come Trip Advisor, oppure semplicemente su blog di viaggio, perché non c’è informazione più immediata di quella appena pubblicata da un viaggiatore che si trova sul luogo.

Ma la reputazione? La reputazione siamo noi a darla e Lonely Planet è stata brava a piazzarsi in cima al podio ed attrarre la fiducia di milioni di viaggiatori. Chiamalo marketing, ma ogni volta che vediamo quel logo diamo per scontato che l’informazione che contiene sia valida. Non è così, e dirò di più, spesso chi scrive le guide non è più esperto di chi scrive un blog. Ma affidarsi ad una persona a caso non si può, organizzare un’itinerario da un pagina trovata sul web non è certo l’idea migliore.

[cc_blockquote_left]Se mettere da parte una guida non sempre è un’opzione, affidarsi a chi ha una storia da raccontare, ai progetti indipendenti e a chi nel consigliare lascia ancora lo spazio per perdersi è l’unica soluzione che ci rimane.[/cc_blockquote_left]L’effetto Lonely Planet oggi ha rovinato un po’ il gusto del viaggio indipendente, e questo lo ammette anche Tony Wheeler in prima persona, quando gli viene chiesto della vendita della compagnia. “Era giunto il momento. Non stavamo più facendo un lavoro buono quanto avremmo voluto” ha detto a Chiang Mai News. E questa non è una sorpresa, notando come quella che era nata come una guida al viaggio frugale oggi ha creato i tracciati più battutti in assoluto, tra cui il Banana Pancake Trail asiatico. L’esplosione del turismo di massa ha certamente aiutato l’economia di molti paesi in via di sviluppo, la Thailandia ne è l’esempio principale, ma al contempo ha standardizzato qualcosa che trova senso proprio nella spontaneità. Qualcuno arriva all’estremo, dicendo che viaggiare oggi è una completa perdita di tempo, spiegando che non c’è motivo di andare in un luogo visitare tutti i “must do” perché qualcuno ha stabilito che sono tali e poi tornare a casa. E un po’ è vero purtroppo, anche se la colpa forse non è tutta di Lonely Planet.

È di una casa editrice la colpa di aver fatto perdere il concetto vero di viaggio? Certo che no, e a dimostrazione di questo basta tornare molto più indietro per capire che già in passato si discuteva il fenomeno di cui oggi accusiamo Lonely Planet. Collezioniamo luoghi già visti e facciamo fotografie già scattate perché c’è chi ha deciso che questo è fondamentale per rendere un viaggio completo. Ma alla fine dei conti dove porta questo viaggio? Forse è tempo di rendersi conto che l’entità alla quale ci affidiamo per la sua data reputazione, non è altro che uno strumento impersonale che rende il viaggio un pacchetto confezionato. Se mettere da parte una guida non sempre è un’opzione, affidarsi a chi ha una storia da raccontare, ai progetti indipendenti e a chi nel consigliare lascia ancora lo spazio per perdersi è l’unica soluzione che ci rimane.

La Fine delle Guide Tradizionali?

I fatti citati in questo articolo risalgono ad anni fa e forse in parte le ripercussioni di Do Travel Writers Go To Hell?  si sono ormai placate. L’attualità però sta nell’introduzione più recente dell’editoria digitale e di una concorrenza che fino a pochissimo tempo fa non esisteva. Gli eReader si stanno espandendo soltanto oggi, e già on-line sono disponibili copie pirata di quasi ogni grande pubblicazione. Il colpo per le case editrice tradizionali è in arrivo, e di questo si sono accorte anche loro. Lonely Planet ha cominciato a pubblicare capitoli in PDF delle proprie guide in tempi recenti, e così tutte le concorrenti. Il mercato sta cambiando ed è necessario adattarsi o si è tagliati fuori.

Come ben spiega Gary Arndt sul suo blog le guide cartacee oggi hanno poco senso di esistere. Per più motivi, primo le difficolta di aggiornamento tempestivo sopra citate, ma anche la qualità stessa del prodotto. Essendo in molti quelli che sognano di diventare scrittori di viaggio, più per l’immagine che si ha di questa posizione che per il reale desiderio di svolgere questa professione, la posizione può essere pagata poco, ci sarà sempre qualcuno che accetterà. Mentre qualcuno è sicuramente onesto, ci sarà qualcun altro che in questa situazione accetterà un regalo, una mazzetta. A noi non è dato sapere. E con tempi brevi e paghe basse il lavoro non riesce mai ad essere approfondito abbastanza. C’è poi il peso è il costo, incomparabile a quello inesistente delle informazioni on-line.

Per annunciare la fine delle guide di carta però è presto a mio parere. Pur essendoci chi può e ne fa a meno, sono ancora in molti quelli che di un riferimento hanno bisogno. Sono quelli che non hanno tempo o voglia di perdere ore su internet, o quelli che semplicemente non si fidano della rete e trovano sicurezza nell’essere orientati. O ancora, chi ne fa un uso preciso, estrapolando l’utile ed abbandonando il resto. Le guide hanno ancora un utilizzo e a tutti, anche i più intrepidi, possono essere di grande aiuto. L’unica guida di cui davvero avremmo bisogno è quella che spieghi come utilizzare questi testi perché il problema sta solo nell’importanza e nell’interpretazione che a queste indicazioni vogliamo dare.

Questo post è stato scritto tramite oltre venti articoli, blog e fonti di riferimento. Se vuoi approfondire l’argomento, ho raccolto tutti i testi in un unico file, scaricabile nei formati per Kindle, Kobo, iPhone e  iPad. Puoi scaricare tutto su Readlists, è gratis!

14 Comments

  1. Arianna ha detto:

    Ciao Angelo,

    trovo questo post molto interessante e uhm diciamo che in questo periodo della vita… mi tocca personalmente.

    Sono stata una "Lonely Planet enthusiast" per molti anni, ma lentamente ho sviluppato una sensazione di fastidio che poi si e' fatta vera e propria delusione. Prima di leggere il tuo post, e che ora peggiora la mia opinione di Lonely Planet, avevo perso il mio culto per questa casa editrice per due motivi d cui anche tu parli: 1) ormai si rivolgono piu' al turista medio che al viaggiatore indipendente/low cost 2) dettano gli itinerari di viaggio.

    Detto questo, sto provando a organizzarmi la mia prossima vacanza (Vietnam, 4-20 ottobre) con le informazioni trovate in rete ma confesso che lo trovo piu' difficile di quel che pensavo, seppur legga regolarmente blog di viaggio, in italiano e in inglese. Ho trovato articoli interessanti ma fornivano piu' punti di vista che informazioni pratiche. Ho pensato di postare delle domande specifiche su dei forum, ma mi sono accorta che quasi tutte quelle domande erano gia' state poste… e nessuno aveva risposto. A volte le informazioni trovate nei blog non erano aggiornate, per esempio volevo prenotarmi un ostello che era stato consigliato online ma aveva chiuso, il che mi ha fatto pensare che seppur non cartaceo anche il blog richiede degli aggiornamenti che l'autore potrebbe non avere il tempo o le possibilita' di fare.

    Se avessi tempo e voglia di scrivere un post con dei consigli e delle fonti da utilizzare per organizzarsi un viaggio senza comprare una guida turistica lo troverei davvero utile e te ne sarei immensamente grata!

    Arianna

    ps scusa la lunghezza del commento, ho provato a riassumere piu' che potevo!

    • Angelo Zinna ha detto:

      Ciao Arianna,
      mi hai dato un buono spunto per un articolo, sicuramente lo scrivero` al piu` presto. Dipende ovviamente dal tipo di viaggio che devi organizzare e di sistemi ne esistono diversi. Proprio ieri ero su un isola in thailandia, dove il gestore dell'alloggio dove stavo mi ha raccontato di come la scrittrice della guida sulle isole Thai ha visitato 14 isole in 3 giorni, e come l'autore della guida sulla Thailandia e` stato a gratis nel resort da 400 dollari a notte in cambio di una recensione!

  2. Mi e' piaciuto molto questo tuo post e la "domanda/provocazione" se il tempo delle guide tradizionali e' davvero finito. Ci penso e poi torno!;)

  3. patrick ha detto:

    Ottimo post che sviluppa bene il tema… un anno fa avevo tentato di aprire una discussione su linkedin in un blog di travel blogger, ma non ne avevo tirato fuori nulla tanto ritenevano la questione vecchia e poco interessante…

    Arianna ha ragione quando evidenzia i limiti delle guide che bisogna scegliere anche di NON seguire. Creano esperienze stereotipate, in serie, se seguite troppo. Uccidono il concetto stesso di viaggio.

    In ogni modo sono un amante delle Routard e spero non spariscano mai. Secondo me alcune sono esempi eccellenti di letteratura di viaggio.

    Tempo fa ho scritto qualcosa qui http://patrickcolgan.wordpress.com/2012/12/10/117… magari se tocco nuovamente il tema linko questo post.

    • Angelo Zinna ha detto:

      Ciao Patrick,
      grazie del tuo contributo. Sinceramente non ho utilizzato le Routard, e non mi posso esprimere al riguardo, comunque come ho detto credo sia presto per annunciare la fine delle guide che sicuramente hanno ancora un uso. Ed è vero sono belle, trovo bellissime le copertine di Lonely Planet e possono creare una bella collezione sullo scaffale, il problema è che a livello pratico con gli ebook e internet che ormai si trova ovunque le informazioni a disposizione sono molto migliori.

      • patrick ha detto:

        Quello che danno le guide è un'organizzazione ai contenuti, un punto di vista ed è ancora il ruolo di qualsiasi testata o 'organizzatore di notizie', sia esso in formato digitale o cartaceo. L'importante però è mantenere la qualità e il proprio profilo…

  4. Claudia ha detto:

    Mi e' piaciuto un sacco questo articolo!! forse anche perche' ne condivido il punto di vista 😀 la Lonely e' ottima davvero giusto per le informazioni molto pratiche e specifiche, per le emergenze e, al limite, per sapere quali posti evitare! ;P

  5. Stefano ha detto:

    Concordo con Claudia e da esperienza diretta (Sri Lanka, Tanzania e ahimè l'incriminata Colombia) ritengo che affidarsi ad una guida sia ormai come compiere il viaggio di un altro, un inseguire e un verificare se quello che c'è scritto è vero oppure no. Senza tener conto che molto spesso questi scrittori di guide appaiono, con i loro commenti inopportuni, dei veri e propri Babbei da viaggio, che non sono mai usciti da casa o che non hanno mai visto una spiaggia come si deve o mangiato qualcosa di universalmente riconosciuto buono e mi spacciano come spiagge idilliache alcune discariche in Thailandia o deliziosi gli spaghetti alla carbonara in Laos. Non riuscendo però a far meno di una guida per le parti descrittive ambientali, trasporti e culturali (e di cui sono ben contento che le abbiano scritte anche con il supporto di una ricerca su internet da casa loro e al posto mio) adesso uso la LP, infatti, al contrario cioè evito appositamente tutti quei posti, specie ristoranti e hotel indicati nella guida, come spesso evito anche le località super gettonate perché sono sicuro che lì troverò una marea di gente tutti con la Lonely in mano che invece di "perdersi e viaggiare" sono alla ricerca della conferma di quanto scritto nella guida, come se lo scopo del viaggio fosse fare un itinerario senza difficoltà e/o imprevisti che sono poi, una volta risolte, il gusto del viaggiare inteso come scoprire e conoscere …(almeno x me).

  6. Il collezionista di guide, la crisi e il caso Lonely Planet | PatatoFriendly ha detto:

    […] Planet.Qualche giorno fa poi mi sempre sul tema mi e’ capitato di leggere questo post che racconta dello scandalo che qualche tempo fa ha ha coinvolto proprio la Lonely e oggi […]

  7. dueingiro ha detto:

    Ciao! Volevamo farti i complimenti per l'articolo.

    Volevamo inoltre dirti, che per la completezza dello stesso, parlando dello stesso argomento, l'abbiamo messo nel nostro blog, inserendo il link.

    Tra l'altro non ti conoscevamo, ma volevamo farti i complimenti per il blog e per i viaggi.

    Un saluto ed una buona vita 🙂

    Questo è il nostro blog:
    http://www.dueingiro.blogspot.it

    E questo è il link in questione:

    http://dueingiro.blogspot.it/2014/07/lonely-plane

  8. Soviet Innerness ha detto:

    Ottimo articolo, grazie 🙂

  9. Valeria ha detto:

    Interessantissimo post! Nonostante il tuo articolo, e alcuni posti discutibili che la Lonely Planet qualche volta elogia, io continuo a comprarla. Ovviamente utilizzandola come base, e non come unica fonte di informazione: pure -se per assurdo- tutte le guide di questa casa editrice fossero solo un riassunto delle opinioni più verosimili trovate su internet, adoro il modo in cui è organizzata e la miriade di aspetti che esamina. Tu che guide leggi quindi? Ne leggi ancora qualcuna? Per uno slow travel sono chiaramente molto meno d'aiuto, ma non nego di aver trovato spunti molto utili sulla Lonely Planet anche su posti in cui ho vissuto a lungo!

    • angelo_zinna ha detto:

      Ciao Valeria, grazie del commento. Ho usato LP in passato e probabilmente mi capiterà di usarla ancora, ma per me il problema è sempre stato il peso dei libri di carta nello zaino, quindi alla fine mi sono affidato più a internet, quando avevo bisogno di una guida. Thorn Tree, il forum di Lonely Planet, può essere molto molto utile in regioni poco battute o spesso anche solo Wikitravel. Dipende un po'. Leggo volentieri qualsiasi guida in verità, ma non provo alcun affetto per LP e credo che spesso le persone si dimenticano che nonostante sia un grande marchio contiene le opinioni dei pochi autori che le hanno scritte, quindi molti dettagli restano soggettivi e gli andrebbe dato il peso che meritano.

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