La Guida Bella ai Posti Brutti di Arianna Lodeserto

In un angolo un po’ isolato  di internet esiste un guida che non serve a farsi guidare, una raccolta di foto che non è un album, una collezione di indicazioni semi-approfondite per raggiungere luoghi che, in qualche modo, non lo sono. È la Guida Bella ai Posti Brutti della fotografa Arianna Lodeserto, uno spazio indistintamente artistico, ironico e funzionale dedicato a quei posti del mondo in cui non c’è, all’apparenza, alcun motivo di andare ma su cui, osservando, c’è un sacco da raccontare. Qualche settimana fa ho avuto modo di farmi spiegare dall’autrice di questo progetto non solo cosa spinga a visitare posti dimenticati, ma anche cosa significhi riportare attenzione su quegli spazi liminali e decadenti che rimangono fuori dalla cornice delle cartoline.

Arianna, perché una Guida Bella ai Posti Brutti?

Come idea e come titolo la GBAPB era stata suggerita da un amico in riferimento ad alcuni viaggi già compiuti e al conclamato affetto per luoghi in cui apparentemente non ci sarebbe nulla da vedere o “visitare”. Insomma a quelli che definirei paesaggi senza gloria e senza indicazioni.

Il viaggio per me è uno “scappare di casa”, un’esplorazione sempre meno programmata. In quanto tale è linfa e frenesia, in certi casi anche sgomento. Ma c’è innanzitutto una passione assai istintiva e felicemente ingenua per le mappe e per le architetture, che mi permette di emozionarmi per ogni sorta di fabbricato e costruito, dalle architetture più consuete e classiche, fino all’architettura mediocre e residenziale ai margini d’ogni agglomerato urbano: le case (degli altri).

Pratico la fotografia da moltissimi anni. È l’unica passione che sia durata a lungo, e temo anche per sempre. Con la fotografia scopro e riscopro i luoghi. Prendo appunti, registro. È una dialettica sempre in movimento che necessita di poco per essere espressa, e questo mi rassicura. Si può restare autonomi, autoprodursi, non chiedere niente a nessuno. Anche con macchine fotografiche scadenti: va bene, va sempre tutto bene.

Il principio iniziale del blog-guida era quello di rivalutare e riesumare attraverso i fotoracconti delle “bellezze escluse” o penalizzate dalla “gerarchia dei luoghi” che ovunque ci suggerisce o impone dove vivere e cosa visitare. In ogni posto in cui vagabondiamo, in ogni città in cui vorremmo trasferirci, sempre ci diranno dove non andare, specialmente a piedi, specialmente “da femmine”. Insomma, nasceva contro i veti che in ogni metropoli riducono quartieri stupendi a poco più d’un ghetto. E invece a passeggiar nelle dead end, tra scarichi di containers e skyline inattesi, a volte so per certo che è lì che devo stare.

Quando scrivo o leggo qualcosa, tendo a distinguere tra materiale di informazione e di intrattenimento. Non compro una Lonely Planet per come è scritta, né leggo un romanzo per utilizzarne il contenuto in modo pratico (con le dovute eccezioni). Nel tuo progetto trovo una sovrapposizione tra le due cose: è ironico, ma anche reale. È un prodotto artistico, ma ci sono anche indicazioni precise. Che utilizzo vorresti se ne facesse?

Non credo ci sia sempre una sicura differenza tra informazione ed intrattenimento. Il TG2 ad esempio a volte dà notizie finte e questo spinge a ridere (per non piangere). Le Guide Turistiche Ufficiali invece, oramai peraltro censuratissime nelle radical librerie della Capitale, le ho sempre apprezzate proprio per come intrattengono il curioso, più che come fonte d’informazioni imprescindibili. Scelgo in genere la Routard proprio per questo, ma a volte anche la Lonely Planet offre meraviglie. Utilizzo invece racconti o romanzi come eventuale guida reale. Ad esempio per andare a San Pietroburgo il mio kit di sopravvivenza prevedeva fotocopie dell’alfabeto cirillico e il libercolo Baltica 9 di Nori e Benati, che mi spinse nei luoghi tristissimi della città del bello, a volte prendendo “tram a casaccio”.

Forse da questa incapacità a distinguere informazione e divertimento nasce anche la possibile confusione indotta da questa guida. Nel senso: dei luoghi vorrei offrire solo una parziale suggestione. All’inizio mi ero proposta di offrire vere e proprie “coordinate” dei luoghi più notevoli (nella pagina “Breviario dell’imperdibile”) ma adesso non riesco più a stare al passo con quanto vedo. M’impongo in ogni caso di raccontare un minimo di storia, surreali fatti quotidiani, occorrenze, espedienti, aneddoti, testimonianze. Nel caso invece di reportage più marcatamente politici, come tu dici, è per me d’obbligo fornire elementi di attualità ed estese rassegne stampa (nel caso dell’occupazione migrante a Pajol, ad esempio).

Poi siccome l’immagine incanta ma non basta, a volte vorrei ricorrere ad altri mezzi. Considerando la tonalità emotiva di ogni luogo, gli accenti, la storia, materie, il ruolo fondamentale degli “insiders”, gli insegnamenti dei compagni di viaggio, i bar, la musica, i passeggeri con cui parleremo per caso, il rumore proprio ad ogni mezzo di trasporto… quanto possiamo davvero trasmettere di un viaggio? Quant’è possibile condividere ciò che un viaggio ci ha spalancato innanzi (non soltanto alla nostra vista)?

Anche per questo anni fa su RadioSonar avevo realizzato con un paio di validi amici una sorta di versione audio della guida (Fukushima Express. Reportage sonori per coincidenze inammissibili) che poi erano montaggi radiofonici e letture dal vivo dedicati non solo ai luoghi effettivi ma anche ai luoghi dell’immaginario (purtroppo i podcast non sono più in rete).

Parlami un po’ del terzo paesaggio. Cosa ti attrae ai posti brutti? E cosa sono i posti brutti? Abbinare poesie alle immagini di luoghi grigi e disastrati, fotografare luoghi che “non lo sono”, collezionare cartoline che sarebbe imbarazzante spedire: c’è sarcasmo, ma cos’altro?

Al di là dell’ironia nel titolo del blog, forse bello o brutto rimangono giudizi fuorvianti in merito ai paesaggi, sia urbani che non, considerando tutto quel che entra in gioco al di là dell’estetica (il paesaggio come luogo di lavoro e luogo di vita, come habitat, come natura e pure come sede di un viaggio condiviso… ad esempio ad ottobre ho fatto una gita con una classe agraria e le emozioni per “la tecnica” che gli studenti esprimevano mi hanno offerto tutta un’altra serie di categorie di lettura).

Un paesaggio ha prima di tutto un’aura, un’atmosfera (o un elemento realmente perturbante come nel caso delle architetture cosmiche). È un incontro di terra e di uomini in cui tutto si mescola (suoni, leggende, percezioni tattili). E invece poi, come per il volto degli umani, si tende a far coincidere immediatamente bellezza e piacere, il che peraltro non può che lasciarci immobili alle soglie dell’ammirazione.

Credo che invece, come mi disse Lucia Martini, urbanista che intervistai l’anno scorso per un documentario: “le beau ça coïncide pas nécessairement avec le bien, pour moi: Il y a des choses belles qui me donnent une malaise incroyable” o, come direbbe il Poeta, « il bello non è che il tremendo al suo inizio… ». L’uomo (si) costruisce gabbie bellissime, o deve vivere in agglomerati osceni, ma non sempre questo preclude l’amabilità di un luogo, che va determinandosi in base a tanti altri fattori o umani vizi… La bellezza è stata spesso costruita dagli schiavi e deve rimanere per pochi eletti, poi ci sono milioni di altri generi di bellezza ovunque disseminata. Di questo forse la città in cui a tratti vivo (Roma), può essere un esempio calzante. C’è uno iato incolmabile tra la mediocrità in tinta giallina di tutta la massiccia cinta periferica e la bellezza mostruosamente aliena del centro, che sempre appare come una “città altra”, straniera persino ai suoi abitanti. Poi c’è la città “underground”, ma per fortuna a volte ancora si mischiano.

Pensando invece a città meno selvagge, è chiaro che ormai il brutto, come forse voleva dirci Rem Koolhaas, sta più nei posticci monumenti moderni e vicoletti del “centro” che nelle fantomatiche “periferie”, siano esse “rigenerate” o meno.

Forse è anche per questo che il concetto di “terzo paesaggio”, forgiato dal paesaggista francese Gilles Clément, gode ancora di una discreta fortuna e praticabilità. Perché introduce categorie diverse nella filosofia del paesaggio, considerazioni non immediatamente ideologiche. Esso include sia il costruito e la necessità di costruire che la necessità di lasciare un terreno all’abbandono (che non è necessariamente un dramma). E illustra non soltanto la specificità di alcuni “spazi altri”, ma la loro reversibilità possibile. Ci fa capire che spesso anche i luoghi “del brutto” o del post-industriale sono luoghi estremamente fertili anche se cosi non sembrano, e non solo perché fonte di biodiversità, ma anche come risorsa di immaginari ancora tutti da esprimere. È così in Sicilia, tra le incomplete/incompiute opere, è così nelle fabbriche dismesse, è così in Puglia nei siti archeologici incustoditi.

L’uso “non istituzionale” del terzo paesaggio non è certo un’invenzione recente, né una trovata estetica, ma una delle più antiche risorse dello spazio. “Uso” paradossalmente non strumentale, esso permette a un luogo di riformularsi senza imporre una strategia unica, o a una somma di funzioni ben specifiche. Questo spinge ad “osservare ogni giorno” nuove forme spaziali, stimolando l’inconscio ottico che pensa i limiti del nostro spazio “come uno spessore e non come un tratto”, e che accoglie i demoni della razionalità urbana. Al di là del blog in ogni caso, le rovine o gli spazi interrotti/abbandonati mi attraggono “non per amor delle macerie ma della via d’uscita che le attraversa”, come direbbe un altro noto pensatore di spazi, anche se poi a quanto ho capito ognuno ci trova una sua specifica idea di pace sulla terra.

Anche per queste ragioni non credo ci siano cartoline imbarazzanti da spedire. Negli anni ho collezionato cartoline di aridissimi parchi giochi della Lucania, di statue di Gesù col pollice in vista, di mezzi di trasporto veri o immaginari, di fabbrichette ed autogrill. Credo sia più giusto spedire una cartolina del “sotto casa” che un monumento simbolico che non c’appartiene. La cartolina è un mezzo di comunicazione poetico e conciso, un modo di comunicare per immagini, e “quand’era giovane” era già stata usata per scopi che solo oggi riteniamo estrosi. Negli anni ’10 del ’900 in Francia si mandavano bellissime cartoline di scioperi o rocambolesche barricate: era un modo per trasmettere la storia delle lotte in corso, e magari bisognerebbe ricominciare a farlo. In Italia si spedivano invece cartoline di terremoti e sfollamenti…

 

Quindi, se avessi due settimane a disposizione, dove mi manderesti?

Poiché ogni viaggio nello spazio è anche un viaggio nel tempo, il tour immaginario comincerebbe al tramonto nel Cretaceo superiore tra le impronte di dinosauri di Cava Pontrelli passando per la voragine di bauxite rossa a Spinazzola. Poi con la Nave in cemento arancio di Potenza giungeresti direttamente su un porto siculo, magari su una terrazza palermitana. Da lì saltellare in entrambe le Gibelline, sorvolare la periferia di Trapani, prendere un traghetto per Civitavecchia e un altro per Piombino, un aereo per l’Isola di San Basilio passando per l’Hostel 44 a Sofia (non ti perdere mai la Neva, Viborgskaya e il Kalininskiy Rayon, ma soffermati prima a Veliky Novgorod tra i matrimoni estrosi a bordo di una mongolfiera, magari in camper). Di lì ancora a te non sembra ma sarà un attimo sorvolare fin alla Blackpool Pleasure Beach nel 1896, gli anni giusti anche per assistere alle ardite ricostruzioni di Chicago, da dove un Amtrak Empire Builder ti cullerebbe dolcemente fin alle anatre industriali di Minneapolis, il Mississipi on ice, le praterie del Wisconsin, Milwakee e l’inappagabile fascino dell’asfalto fumante di Detroit. L’itinerario, però, dovrebbe necessariamente concludersi in un posto in cui entrambi non siamo mai stati, perché il caso è una componente essenziale d’ogni viaggio.

I miei posti brutti “preferiti” sono dunque tanti. Per ragioni affettive sono molto legata al rude “paesaggio catalitico” della Murgia e della Lucania ma ultimamente ho scoperto anche incanti del Nord, come le risaie nella pianura vercellese, il tocco floreale di Salsolmaggiore e le fattorie incustodite ai bordi di un Po che quasi mai si vede. Segnalerei sicuramente Sarajevo come città ancora “non generica” e di rara atmosfera (benché straziante). E poi la Rust Belt, la più vicina Ostia, alcuni IACP romani e i grands ensembles dell’Île-de-France, specialmente quelli di Alliaud, ma anche les Orgues de Flandre dentro Parigi.

La GBPB è un prodotto del tuo lavoro fotografico. Se vado sul tuo sito personale mi accoglie l’immagine di una finestra rotta. Trovo tanti reportage e lavori a sfondo politico. Mi vuoi parlare un po’ di come nasce il bisogno di comunicare in modo diverso, su uno spazio diverso, quel che sono i posti “brutti”? O come le due cose (da una parte la cosa seria, dall’altra quella più sarcastica) sono legate?

Il blog nasceva come contenitore per poter scrivere in italiano e in maniera non accademica, libero anche dalla presunta serietà di un sito-portfolio. Le foto di volta in volta accostate ai racconti (tranne nel caso di Iron Landscape, mini ritratto di Servola per ora inserito qui ma in realtà capitolo di una Quadrilogia dell’acciaio ancora in lavorazione) sono forse più estemporanee, più veraci, e teoricamente non hanno un intento progettuale o seriale, se non in riferimento al viaggio in sé come progetto di ricerca e di passaggio nel mondo esterno.   

È dunque l’incontro con il luogo, i locali e gli amici con cui si condivide il viaggio a decidere lo stile (della visione e della scrittura). Testo e immagine vanno “di pari passo”, o si stuzzicano a vicenda, a volte sperando di colmare con le parole le lacune di quel che non si è, per varie ragioni, potuto fotografare (c’è sempre qualcosa che manca, prede più veloci dei nostri scatti incerti).

Questo blog poteva dunque riunire le cose che amo di più al mondo: scrivere e fiondarmi nei paesaggi. E poi in quanto semplice contenitore autoprodotto, raccogliere quel che non aveva spazio altrove: esercizi di grafica, cartoline alterate, scritti sull’epoca del non-lavoro, deliri sparsi, sbigottimenti in merito all’attualità. Volevo inoltre che fosse partecipata (per ora ci scrivono alcune persone di mia somma stima, tra cui anche un Poeta che già da tempo aveva cominciato a dar parole ad alcune mie immagini sul vecchio Flickr… mancano ancora scrittrici femmine: si vede che ho amiche pigre!).

Nell’introduzione scrivi che la GBPB è rivolta a chi è senza prospettive. Eppure andare, osservare, trovare qualcosa di interessante nei posti brutti costa molta più fatica che farlo nei posti belli. Mi sembra un’azione più attiva, rispetto al turismo passivo di chi magari va al mare o a fotografare attrazioni confezionate. Ci sono posti brutti che sono brutti a causa dell’abbandono, altri che sono brutti per la ragione opposta, resi tali dall’invasione dell’uomo. Mi pare che tu ti concentri solo sui primi. Come mai? Trovi che vi siano luoghi in cui è moralmente sbagliato andare per turismo? O dipende tutto dall’intenzione?

Sì, effettivamente costa a volte fatica, a volte pericolo, ma se così non fosse sarebbe una vacanza. Del viaggio considero faticosa più che altro l’accumulazione, l’overdose di immagini e suoni e incontri e racconti che vorremmo immediatamente poter condividere e restituire ma non ne abbiamo quasi mai il tempo, specialmente in itinere. Insomma la sensazione d’esser sommersi da una valanga d’immagini, che può forse cogliere chiunque sia viaggiatore onnivoro. In bilico tra quel “non fare mai in tempo” (devo scegliere sempre pochi luoghi da raccontare per esteso, diciamo forse un sesto degli spostamenti effettivi) e quel “Puoi rimanere?” che trovi scritto su un muro di Napoli e subito risponderesti: “perché no. (Smetti di girare)”.

Ultimamente non mi concentro su niente in particolare, e quindi un po’ su tutto. In realtà i luoghi del consumo mi interessano molto, dai vetusti centri commerciali alle discoteche, dai negozi di detersivi napoletani alle trattorie cinesi, da Mas al Mall of America, dagli original fast food americani alle reception dei superalberghi fino alle inaccessibili e superkitch hall dei grattacieli, dai cantieri ai depositi, insomma sia i luoghi in cui si espongono che i luoghi in cui si nascondono le merci. E difatti una delle prime cose che doveva per forza finire in Guida era un fast food di Nova Gorica, dagli amici rinominato “Ragazzo triste fast food” (che poi ovviamente era un posto bellissimo e accogliente).

È pur vero che i luoghi del consumo sfrenato trasudano una tristezza più difficile da gestire, ma non c’è paesaggio che non sia allo stesso tempo anche un paesaggio del consumo, almeno fin quando esisteranno la proprietà privata e gli speculatori, come ci aiutò a pensare molti anni fa l’opportuna espressione di Marvin Heiferman: landscape as a real estate.

Peraltro nell’ottica di rimescolare le comuni gerarchie dei luoghi, non mi astengo dal visitare nemmeno la spocchia borghese dei quartieri bene, fosse solo per la vegetazione ch’essi offrono: passeggiate al Vomero, vagabondaggi notturni a Posillipo o nelle ville romane, non faccio più distinzioni perché tanto è solo un passare accanto, con strana libertà di mai appartenere.

Non trovo quindi che ci siano dei posti in cui è “sbagliato andare”. Ma è anche vero che in alcuni luoghi di pellegrinaggio personalmente non andrei. Nei luoghi dei genocidi, ad esempio, non ho tanto ardire di andare, penso che non sempre ci sia bisogno di vedere e verificare per sapere che è successo, eppure mi han portato alla Risiera di San Sabba tanti anni fa ed è stata una visita preziosa. Ma in generale vorrei andare dove non so, dove non capisco (quel che mi attrae ad esempio nelle fabbriche ancora piene di macchinari astrusi), o dove sento l’urgenza del doverci essere proprio ora.

Ma è chiaro che non conta il luogo ma come lo si trasmette. Il che – anche se non ci si pensa mai – conta anche fotograficamente (come lo si restituisce alla vista di chi è lontano, come ne facciamo “immagine”, come lo si “abbellisce”, anche nostro malgrado).

Oggi il viaggio indipendente è più comune rispetto al passato, molti preferiscono muoversi zaino in spalla piuttosto che comprare un pacchetto. Poi c’è il gap year, il viaggio a lungo termine attorno al mondo. Poi il viaggio via terra su lunghe distanze, che sempre più persone intraprendono sperando magari di ottenere un’esperienza più autentica. Hai notato un incremento di interesse nei confronti dei “posti brutti”? Credi che questo desiderio per “il viaggio autentico” spinge/spingerà più persone verso luoghi grigi e dimenticati? Si può dire che la ricerca dell’autenticità debba per forza includere gli aspetti negativi di un posto, dato che anche la vita è fatta di gioie e sofferenze?

Sì, effettivamente in pochi anni tutto ciò, qualsiasi nome assuma, è diventato o meglio è tornato di moda (il che dimostra anche che siamo animali riciclabili). Ed ha assunto, va da sé, un valore commerciale. Basti pensare al fatto che qualsiasi foto facciamo, fosse pure di un frigorifero sul ciglio di una strada, Google ci chiederà subito di divenire utilissime e rapidissime “Local Guides”. Si creano pacchetti di “turismo alternativo” (chissà perché però sempre al prezzo di 15 euro), il che è a mio parere un controsenso. Se un viaggio è alternativo (o indipendente come tu dici) non può certo essere eterodiretto, fosse pure da una guida freak. Anche per questo la mia è una guida solo scritta, con indicazioni a metà. Bisognerebbe sempre sapere qualcosa sul posto da visitare, ma attendersi quante più scoperte in loco. Del resto niente è davvero ripetibile, nemmeno una piccola gita in un bel pacchetto a poco prezzo.  

Le pratiche di esplorazione e vagabondaggio collettivo invece (che ora si mescolano felicemente allo studio del territorio) le trovo una “moda” pregevole, come le passeggiate letterarie nei rioni o nei quartieri misconosciuti, i trekking urbani (ad esempio il lungo progetto Mamma Roma dei teatranti DOM), o le balade nottambule in città, sono esperienze cui partecipo volentieri.

C’è poi sicuramente un incremento d’interesse, specialmente fotografico, per i residui ancora visibili del fordismo o per i luoghi dell’abbandono, per non parlare delle meraviglie sovietiche. Ma questa non è certo una novità dal momento che le visite a rovine o posti macabri venivano “integrate in percorso creativo” già al termine della luminosa epoca dei Lumi e dovettero intensificarsi dopo l’Assedio e dopo la comune di Parigi. Ma su quel ruinisme i contemporanei erano ben più auto-ironici di noi.

Detto ciò si può ancora essere molto stupiti dalla varietà di persone che tali paesaggi in lacrime possono attrarre, e far sorridere.

 

La Guida Bella ai Posti Brutti è accessibile qui. Arianna pubblica le sue foto regolarmente anche su Instagram ed ha di recente aperto una pagina Facebook.

 

Rispondi